Tablet, cervelli, retorica

Un piccolo articolo sul sito de Il Sole 24 ore è un esempio del connubio micidiale tra giornalismo e neuroscienze. A farne le spese stavolta è la tv, trasfigurata nello stereotipo della cattiva maestra. Il buono invece è rappresentato dal tablet, anzi dall’iPad che un bambino sarebbe in grado di maneggiare rapidamente. L’autrice dell’articolo si sorprende nello scoprire quanto possa essere efficace l’interattività tra bambino e tablet. Poi se dovessero sorgere dei dubbi interviene la fata, interpretata dal ricercatore di neuroscienze Daniel R. Anderson esperto in psicologia tv e dintorni, per far trionfare la lieta notizia.

«Quello televisivo è uno strumento pedagogico imperfetto dal momento che i giovani non capiscono cosa mettere a fuoco, distogliendo lo sguardo dallo schermo anche 150 volte in un’ora» dice il professore, e potremmo subito rispondere cadidamente che il bambino sia quindi in grado di saper dosare la sua attenzione anzicché rimanere incollato ipnoticamente sullo schermo come potrebbe avvenire sull’iPad.

La maestra Rosalba sul suo bel sito Crescere Creativamente fa notare lo scopo pubblicitario dell’articolo. Dover scomodare le neuroscienze, anche se in questo caso si tratta più di psicologia sociale, per vendere qualche app? Niente di nuovo. I media sono sempre dei mezzi di trasmissione, meccanicamente parlando, ed hanno bisogno di contenuti. Oggi le neuroscienze che mostrano ritratti cerebrali con le potenti tecnologie di neuroimaging riescono a intercettare questo bisogno e la vera interattività si forma proprio in questa esigenza retorica del giornalista e del neuroscienziato, perché le informazioni che riguardano il cervello possiedono un autentico potere mediatico.

Il tablet oggi sembra un miracoloso strumento corticale, efficiente, onnisciente tramite connessione web, rappresentato dalle applicazioni come se fossero dei moduli cognitivi. La storia educativa da un lato e delle scienze psicologiche dall’altro ha preso questa piega. Penso che come per ogni artefatto umano ne verranno incredibili opportunità nel bene e nel male. Ma forse il tablet a portata di mano sin dai primissimi anni dello sviluppo, programmato ad “animarsi” per scoprire le nostre intenzioni “applicative”, ci dice qualcosa di più dei sogni che ogni ricercatore ha sulla mente dell’uomo: fare imperativamente chiarezza in tutto, sino a rimuovere quanto possa ostacolare questa idea di conoscenza totalitaria.

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5 pensieri su “Tablet, cervelli, retorica

  1. Pingback: Catepol 3.0 » Più tablet, meno maestri?

  2. Sono interessato a due punti fondamentali del tuo post:

    a)”Penso che come per ogni artefatto umano ne verranno incredibili opportunità nel bene e nel male.”

    Forse potresti ampliare il concetto e prendere una posizione sul ruolo degli stessi Tablet nello sviluppo cognitivo. Sarebbe interessante discuterne.

    b) Che cosa intendi per conoscenza “totalitaria”?

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    • In effetti l’articolo l’ho scritto quasi di getto perchè ho colto l’occasione di sottolineare certe dinamiche narrative che si instaurano oggi tra giornalismo e neuroscienze (e le tecnologie informatiche sono una ghiotta occasione). Fatta questa precisazione, riguardo ai tuoi quesiti:

      a) non ho preso una posizione volutamente, perchè in fondo ho evidenziato che una volta presa quella direzione difficilmente possiamo andare contro la storia. Un giudizio di valore lo rimando agli storici delle scienze.
      Inoltre, sappiamo che ogni conoscenza o strumento culturale ha avuto un profondo impatto su vari aspetti della società, sui significati condivisi, sulle convenzioni, nell’arte ect. Individualmente, un impatto cognitivo potrebbe averlo nella storia individuale, non nel genoma o nelle strutture cognitive. Anche se, come ho scritto sul tuo bel blog, ci sarebbe l’ipotesi della selezione che alcuni artefatti possono effettuare (secondo una logica adattiva?) di quelle costellazioni genetiche espresse in comportamenti e processi cognitivi vincenti.

      b) In effetti ho utilizzato un aggettivo provocatorio allo scopo di mettere in evidenza che un manufatto notevole come un tablet è un esempio (approssimato) secondo me di intelligenza artificiale in cui si cerca di riprodurre un modello di mente (potenziale, estesa) con il rischio di mettere in ombra la complessa radice corporea della cognizione, il ruolo della cultura e del caos nella psicologia umana. Questa imposizione neurotipica, odierna, mi sembra per certi versi un paradigma che non ammette ‘derive’ umanistiche e nello stesso tempo affida alla tecnologia un ruolo prometeico sopra le righe.
      Ma forse stiamo parlando di mode, che vanno e vengono come le stagioni di una volta.

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    • Non lo so Paolo, in fondo nella tua semplice prospettiva si nasconde una verità di fondo, cioè che le tecnologie cambiano nei dettagli ma restano le stesse, al contrario della produzione mentale umana.

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