Ridere

Che cosa è la risata? Perché ridiamo alla battuta di un comico in tv? Quali sono i meccanismi che consentono una risata e qual è lo scopo della risata? Non è facile rispondere a queste domande. Per quanto sia naturale ridere, automatico e “liberatorio”, capire il comportamento della risata non è semplice.

Quando ridiamo (da qui in poi utilizzerò risata, riso e sorriso come sinonimi in senso largo) apriamo la bocca ed emettiamo un suono fragoroso. Sussultiamo come uno yo-yo, respiriamo in modo convulso, alcune volte ne ricaviamo un dolore alla mascella o al torace. Non è strano che spuntino fuori persino le lacrime. Una vera e propria ginnastica che coinvolge faccia, gli arti superiori, il tronco, l’addome e persino gli sfinteri! Nello specifico, si attivano circa 15 muscoli facciali, ma per formare l’espressione della risata quelli determinanti sono il muscolo risorio del Santorini per ritrarre le labbra e quello del grande zigomatico.

Una cosa è certa: quando la risata inizia non riusciamo a trattenerla e può essere incredibilmente contagiosa. Un aspetto interessante della risata è che non può essere scatenata a comando. Il fatto che sia automatica e intrattenibile suggerisce che sia governata da quelle strutture subcorticali evolutivamente antiche, che sovraintendono a funzioni primarie che concernono i parametri omeostatici dell’organismo. Lo scoppio di una risata è quindi governata da strutturre cerebrali lontane da quelle che si occupano delle funzioni cognitive superiori, come il linguaggio o la pianificazione. Una risata insomma è difficile da controllare. Viceversa, è altrettanto difficile innescarla volontariamente col pensiero.

Lo scienziato americano Robert R. Provine ha analizzato la risata con uno spettrografo acustico, un apparechcio che traduce il suono in una immagine per rilevare i cambiamenti di frequenza e d’intensità del suono nel tempo. Lo spettrogramma ha rilevato una peculiare punteggiatura della risata. Essa è composta da una serie di piccole note simili alle vocali (“ha-ha-ha”, “ho-ho-ho”), ciascuna della durata di 75 milisecondi ripetuta ad intervalli regolari in segmanti di 210 millesecondi. La risata femminile ha una frequenza più alta (circa 502 hertz) rispetto a quella maschile (circa 276 hertz). Inoltre la risata è caratterizzata da un descrescendo in cui le note finali della sequenza hanno una ampiezza più bassa rispetto a quelle iniziali (probabilmente perché si è esaurito il respiro).

E le altre specie? Lo scimpanzè è uno dei parenti più vicini all’uomo evolutivamente parlando. Eppure il suo sorriso differisce su diversi aspetti rispetto agli esseri umani. La nota simile ad una vocale della risata nell’uomo è modulata all’interno di una singola espirazione. Nello scimpanzè è una vocalizzazione ansimante che è prodotta in ogni breve inspirazione ed espirazione. E’ così differente la risata tra le due specie che una persona potrebbe non riuscire ad identificare la vocalizzazione di uno scimpanzé come una risata. Provine suggerisce che, oltre alla differente struttura delle corde vocali, proprio l’incapacità degli scimpanzè di modulare l’aria nell’espirazione potrebbe essere un limite dei primati per produrre il linguaggio umano. Infine, degno di nota, essi ridono soprattutto durante un contatto fisico, mentre gli esseri umani possono scoppiare a ridere durante una conversazione senza alcun contatto fisico.

Secondo il ricercatore, più che l’espressione personale di un’emozione, la risata è decisamente un segnale sociale. Una risata scaturita da uno scherzo, da una barzelletta o da una burla fa parte soltanto di un ristretto sottogruppo della più generale categoria del sorriso. Secondo la ricerca, se non c’è uno stimolo mediatico (tv, radio o rivista) le persone ridono 30 volte di più in un conteso sociale che quando sono sole. Su 1200 casi registrati in condizioni naturali, Provine e i suoi collaboratori hanno appurato in una interessante ricerca che le persone non ridono per un ovvio motivo scatenante ma all’interno di una logica di comunicazione sociale.

Essi infatti hanno osservato le persone in vari posti pubblici, prendendo nota di cosa si dicevano soprattutto a ridosso di una risata. Hano scoperto che la risata non era una risposta diretta ad un’occasione umoristica (soltanto il 20% lo era). La maggioranza dei sorrisi sembravano piuttosto  sottolineare banali battute, come “guarda, c’è Andrè“, “sei sicuro?” e “è stato bello averti incontrato“. Persino battute molto divertenti, secondo i ricercatori, non erano accompagnate da risate esagerate. Una mutua giocosità, un feeling reciproco e una tonalità emotiva positiva costituiscono le condizioni sociali per la maggior parte delle risate naturali.

Un’altra interessante indicazione della ricerca consiste nel fatto che la risata non sia casuale all’interno di un discorso. Chi parla e chi ascolta raramente interrompevano la conversazione con una risata. Dei 1200 casi registrati da Provine, soltanto otto persone hanno interrotto chi parlava con una risata. Quest’aspetto suggerisce che probabilmente l’inserimento di una risata nella pausa del discorso è facilitata grazie ad un processo neurologico ben preciso che colloca il riso alla fine della frase.

Ci sono poi curiosi numeri che sono emersi: chi parlava rideva il 46% di più rispetto a chi ascoltava. Questo aspetto ha messo in evidenza il limite di quelle indagini sullo humor impostate solo sul comportamento dell’audience e che trascurano la natura sociale della risata nelle relazioni. Inoltre, che stiano parlando o ascoltando, le donne erano coloro che ridevano di più (il 127% di più rispetto agli uomini). Gli uomini che parlavano hanno riso il 7% in meno. Le ricerche ribadiscono che in generale gli uomini sono gli umoristi mentre le donne coloro che se la ridono di più! Queste differenze pare che si manifestino molto presto sin dall’età di 6 anni.

Altrettanto interessante è il fenomeno della risata per sollecitare uno stato d’animo favorevole. Provine cita il particolare esempio degli show televisivi della tv americana. La risata registrata di un pubblico assente ha accompagnato gran parte delle sitcom dagli anni Cinquanta in poi. L’industria televisiva ha saputo utilizzare perfettamente il potere seduttivo di una risata registrata per intrattenerlo davanti allo show.

C’è poi un altro aspetto intrigante della risata, il contagio. Provine ha costruito una banale scatola che emetteva una sequenza della durata di 18 secondi di risate registrate, ad intervalli di un minuto l’una dall’altra per dieci minuti complessivi. In una classe di studenti di psicologia più del 90% ha riso al primo stimolo e soltanto dopo ripetute emissioni il suono diventava fastidioso. In effetti alla fase di ascolto di una risata è molto probabile che si generi una risposta automatica di riso e la spiegazione sovente riportata è spesso tautologica: “sorrido perché mi fa sorridere”, “perché è divertente”.

Insomma, noi ridiamo perché ci sentiamo di ridere, perché il nostro cervello si attiva nelle sue profonde strutture evolutive e perché ci adattiamo in questo modo socialmente. Ma perché ridiamo? Come è venuta fuori nell’evoluzione questa bizzarra espressione facciale, acustica e respiratoria? Perché un sorriso può rassicurare, far arrabbiare, intristire, disperare? E poi, come cambia il sorriso lungo la durata di una vita? Tante altre domande una ricerca come quella esposta trascura, perché è impostata da un punto di vista “etologico”, classicamente predisposta ad analizzare e spiegare un quadro comportamentale prototipico.

Da un punto di vista psicologico ridere non è un fenomeno espressivo così chiaro e definito. Ci sono molti tipi di risata generate da specifiche relazioni: la risata all’interno di un rapporto di amicizia, la risata in una relazione sessuale, la risata del vincitore in un confronto agonistico, la risata in una situazione di gioco. All’interno della sfera psicologica, la risata e il sorriso manifestano sottilmente numerose sfaccettature da lasciarci con un sorriso inquieto.

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