Stringersi la mano

I ragazzi di quinta elementare il giovedì vanno in palestra e giocano alcune partite di pallavolo che aspettano con evidente desiderio. Alla fine delle partite tra le tre squadre che ogni volta formiamo noi maestri, sono riuscito a mettere tutti daccordo sull’opportunità di stringersi la mano (rituale consolidato nelle partite di questo sport). Dopo alcuni tentativi piú o meno riusciti, nell’ultimo incontro Giuseppe lamentava che Sergio non gli avesse stretto la mano. I motivi sembravano un pó nebulosi, ma alla fine Sergio decretava che non crede alla stretta di mano e quindi non ha senso metterla in pratica.

Sergio è un ragazzo di 11 anni, di robusta costituzione, con una delicata situazione familiare. È stato inserito solo quest’anno in classe e non è riuscito del tutto ad entrare in un gruppetto. Anzi, non è stato possibile riuscirci, gli altri hanno impiegato anni per sentirsi parte fondamentale dell’identità di questa classe. La sua squadra aveva perso la finale nel minitorneo di pallavolo in palestra. Era deluso per come avevano giocato i suoi compagni. Aveva puntato però tutto il disappunto su Giuseppe che ha vinto la finale. Giuseppe è il ragazzo che mostra una precoce maturità fisica e mentale rispetto ai suoi coetanei.

La spiegazione di Sergio è stata semplice: “non vedo il motivo perchè dovrei dare la mano ad una persona che non mi ha rispettato durante la partita”. La maestra ha guardato l’insegnante di sostegno e me. Sconfortata, ha cercato di mettere in luce il gesto di civiltà che rappresenta il darsi la mano alla fine di una partita. Ma Sergio non era affatto interessato a questo genere di argomentazioni. Anzi, sosteneva che questa specie di regola non fosse scritta da nessuna parte. Ribadiva che, essendo stato preso in giro, non vedeva il motivo di dover stringere la mano.

Il dibattito ha reso partecipe un po’ tutta la classe che si è schierata con Giuseppe. Il contrasto tra la classe e Sergio appariva gratuito, reso indecifrabile dalla sua ostinazione. Fuori dalla mischia, cercavo di seguire le mosse facciali di Sergio. La sua rabbia, il disgusto, l’imbarazzo subito represso, la paura. Emozioni che ho ricostruito dalle espressioni facciali e da alcuni suoi commenti poco ascoltati, che sentenziava a bassa voce. Perché se da una parte appariva invalicabile la ragionevolezza del segno di civiltà di una stretta di mano, dall’altra mi rendevo conto che tutti finivano per essere coinvolti nello stato mentale di Sergio.

Si trattava del gioco: “io contro tutti” e non era permesso giocare diversamente, specie da un ragazzo che si percepisce fuori luogo in una classe di quinta elementare. In classe si giocano molti giochi di questo tipo. “Nessuno mi può capire”, “io non sono uguale a loro”, “ce l’hanno sempre con me”, sono alcuni esempi di una categoria di giochi con cui raccontare le storie dei rapporti tra un singolo ragazzino e gli altri. Ma c’è un’altro aspetto che mi interessava. La difficoltà di stringere la mano dopo una partita “combattuta” aveva un senso molto profondo, che viene da molto lontano.

Il sistema agonistico è la motivazione a difendere, attaccare o scappare di fronte ad un avversario. Perdere significava in tempi preistorici e in specie a noi vicine, non sopravvivere. Nel gruppo sociale umano perdere o vincere acquista un sigificato nuovo, cioè salire o scendere di rango nella gerarchia di gruppo. Dentro questa tipologia di codici, Sergio manteneva online tutto il repertorio emotivo coerente con l’agonismo della partita. Stringere la mano al “capitano” della squadra vincente equivaleva a sancire la sua sconfitta e quindi la sottomissione. Sergio non può permettersi in questo periodo la sottomissione. Dopo la partita è stato un evento inaccettabile. Stringere la mano voleva dire non poter sostituire il ragazzo più ricercato della classe (il maschio alfa) con se stesso, ricevendo il riconoscimento che cerca in diversi modi durante la lezione.

Stringere la mano è una pratica sociale occidentale molto praticata fra gli uomini. Ci sono ricerche che dimostrano quanto una stretta di mano possa fornire intuitivamente indizi sulla personalità altrui. Ma il contatto della pelle, soprattutto in questo caso quella del vincitore, può assumere un significato di scacco che acquista il sapore della beffa. Ringraziare di aver perso! Eppure, nell’uomo questa possibilità simbolica di poter negoziare la propria posizione all’interno di un gruppo, evita (ma non sempre purtroppo) l’ingegneristico attacco predatorio di consumazione.

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2 pensieri su “Stringersi la mano

  1. Però Carmelo tu non spieghi bene cosa volesse dire Sergio con “non vedo il motivo perchè dovrei dare la mano ad una persona che non mi ha rispettato durante la partita”. Cosa intendeva dire, che Giuseppe l’aveva sbeffeggiato? Hai preso in considerazione (anche) l’ipotesi che Sergio attribusica invece un grande valore alla stretta (checchè ne dica) e appunto per questo non la stringe a chi pensa l’abbia sfottuto? Io credo che proprio dal contrasto tra dire che la stretta non ha valore e poi dire che l’altro l’aveva preso in giro perciò non gli stringe la mano si inserisce la tua ipotesi sulla dominanza (non si accetta facilmente la dominanza di chi ti umilia).
    E’ accettabile una doppia spiegazione?

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    • Eccome è accettabile!
      Ho voluto offrire uno squarcio dell’episodio seguendo la ferrea logica del sistema agonistico. Naturalmente per Sergio la stretta di mano ha un valore saliente nel prendere atto della sconfitta e della ennesima consacrazione di Giuseppe.
      Il fatto che questi gli avesse mancato di rispetto direi quasi che sia irrilevante, perchè tutto questo scenario è nella mia testa che cerca di simulare quella di Sergio. Per buona parte coincide. La posta in gioco è stata la leadership, ma poca importanza ha che Giuseppe non fosse cosciente di ció (non lo era).
      Sono sempre ben accette spiegazioni multiple. Ciascuno puó attribuire la propria personale punteggiatura, regola universale imprevedibile.

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