I neuroni specchio


Imitazione di un macaco neonato (immagine tratta da wikipedia)

Le neuroscienze primeggiano sui media. Già ho scritto alcune riflessioni in cui sostengo che grazie agli sviluppi delle tecnologie di visualizzazione gli studi sul cervello hanno facile presa sull’immaginario collettivo. Vedere i blob delle risonanze magnetiche colorare sezioni di cervello, che pulsano a indicare attività cerebrale, eccita curiosità locazionistiche e apprensioni diagnostiche. Una conseguenza imprevedibile è stata la celebrità cui sono state insignite certe zone del cervello, grazie a scansioni su campioni di  “teste” volontarie che sancivano la scoperta di correlazioni specifiche tra attività mentale e cervello.

Una di queste celebrità è rappresentata dai neuroni specchio (neuron mirror), scoperti tra gli anni Ottanta e Novanta dal gruppo di neuroscienziati di Parma coordinati da Giacomo Rizzolatti. Questi neuroni sono cellule del sistema nervoso che hanno la particolarità  di “sparare” impulsi nervosi sia quando il soggetto compie un movimento sia quando osserva lo stesso movimento nell’altro. Neuroni quindi deputati sia all’esecuzione dell’atto motorio sia alla elaborazione dell’informazione visiva del movimento dell’altro. Il fatto che si attivino anche osservando un atto motorio ha dato luogo all’ipotesi che siano alla base dell’imitazione e della comprensione del comportamento dell’altro.

Però è accaduto un fenomeno che un neuroscettico riconosce immancabilmente. I neuroni specchio hanno fondato teoremi difficilmente falsificabili. Mi spiego meglio. La scoperta della duplice attività di questi neuroni (si attivano sia per compiere sia osservando un movimento senza effettuarlo) ha spinto a suggerire che fossero alla base di ogni forma di comportamento sociale, dall’altruismo all’esperienza estetica. Persino Rizzolatti giunge a concedere interviste, a mio parere, piuttosto spericolate, sostenendo che i neuroni specchio siano il veicolo neurobiologico della famigerata empatia.

Ora, l’empatia è una parola molto di moda negli ambienti terapeutici e sembra evocare funzioni taumaturgiche. Immedesimarsi nell’altro, specie in un contesto clinico, arrecherebbe ineffabili benefici psichici. Poi quando si chiede cosa sia l’empatia e come funzioni, è tutto un altro discorso pieno di tautologie ed astrazioni indecidibili che non ci portano da nessuna parte. I neuroni mirror sembrano aver risolto la faccenda trascinando la psicologia prepotentemente nell’ambito delle sciebze biologiche e consolidandone il tanto agognato profilo empirico e scientifico.

Lo “scandalo” neurologico dei neuroni mirror consiste nel fatto che hanno riunito in se stessi un classico dualismo, la percezione e il sistema motorio. Entrambi sono diretta espressione di un modello passivo della mente umana. Infatti la percezione rappresenterebbe l’input e il controllo motorio l’output. L’uno è un esempio di comando top-down che dalla corteccia motoria genera schemi e programmi deputati a produrre i movimenti, l’altro è il principale esempio dei processi botton-up che elaborano l’informazione esterna attraverso le distinte regioni del sistema nervoso sino a trasformarla in informazione di livello superiore. In sostanza, percezione e azione sono distinti sia funzionalmente (input-output) sia anatomicamente (cervello-muscoli).

Se riusciamo ad imitare il movimento dell’altro e a comprenderlo senza eseguirlo grazie ai neuroni mirror, ciò vuol dire che con questa scoperta è stato trasceso il confine tra percezione e movimento, risolvendo la questione di come potesse essere possibile la sintonizzazione con l’altro. Ma io, neuroscettico, non amo molto risolvere le questioni anatomicamente. Perché se c’è un principio serio che descrive con decente riscontro empirico e spiegazione teorica come sia organizzata la nostra mente è la funzione, non l’anatomia. In una prospettiva funzionale la separazione di percezione e movimento non è soddisfacente. Essi sono intrecciati. Evolutivamente la percezione è organizzata per l’azione. Allora, esiste un singolo dominio percezione-azione, organizzato ricorsivamente e applicato dalla mente all’ambiente con successo. E la funzione non è concepibile se non in un set di network retroattivamente connessi che consentono al cervello di riconfigurarsi persino dopo danni neuropsicologici gravissimi.

Allora vorrei mettere in discussione l’esistenza stessa dei neuroni mirror? Non è affatto questo il mio intento. In queste poche righe ho cercato di mettere in discussione la facilità con la quale vengono messe insieme dati, ricerca, ipotesi serie e opinioni infalsificabili. I neuroni mirror esistono. Le ricerche mostrano che sono presenti in più zone del cervello e si parla addirittura di un cervello “specchio”, neuroni con doppia tripla e via di seguito… funzione. Certo, nell’immagine metaforica cartesiana, percezione e azione (mente-macchina) sembrano elegantemente risolti dalla scoperta dei neuroni specchio. Ma non dimentichiamoci che un neurone scarica potenziali d’azione elettrochimici, non pensieri o empatia. Per questo è importante tenere sempre a mente che una cosa è parlare sobriamente di correlazione, un’altra sostenere incautamente la causazione.

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6 pensieri su “I neuroni specchio

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  2. Molto interessante. Sono molto attratto, da superficiale non esperto, dai “neuroni mirror”, soprattutto per via di un possibile nesso (ai limiti del delirio, ma si vive anche di deliri) con una questione monastica, evidenziata dalla scelta della stessa parola: la regola come specchio di una comunità. “Speculum” è un termine usatissimo anche nei titoli di trattati, ecc. Semplificando molto, il monaco che legge/segue la regola in essa si rispecchia; vi legge un modello (vivente) da imitare, e al tempo stesso vi si riconosce per quello che già è. E d’altra parte, la stessa comunità monastica, grazie alla sua specifica “concentrazione”, funzionerebbe come un potentissimo attivatore dei neuroni specchio…
    Queste estensioni concettuali e terminologiche sono il più delle volte improprie, bisognerebbe essere prudentissimi (come quando si usa qualsiasi termine scientifico fuori contesto e in chiave sostanzialmente metaforica). Lo so, ma non ho resistito…

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    • Tutto molto interessante.
      Quando dici:

      “il monaco che legge/segue la regola in essa si rispecchia; vi legge un modello (vivente) da imitare”

      metti in evidenza una inarrestabile tendenza mentale di “far vivere” tutto ciò che ci sta vicino per un interesse di legame. Credo che sia esclusivo comportamento umano quello di attaccarci alle “cose” animate (forse evolutivamente sono quelle più importanti per la nostra sopravvivenza, penso ai predatori!).

      Poi dopo mi colpisce questa frase:

      “la stessa comunità monastica, grazie alla sua specifica “concentrazione”, funzionerebbe come un potentissimo attivatore dei neuroni specchio…”

      Perché no? una forma di neuromarketing per negoziare direttamente con i circuiti che contano del nostro cervello!

      Il punto è: ci si rispecchia per ritornare su se stessi o per rinunciarvi?

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