Scienza empatica?

Ho letto un interessante articolo dello storico ed editore di psichiatria e medicina Paul E. Stepansky sulla funzione dell’empatia nella relazione terapeutica. Prende le mosse da una classica visione dell’analista, così come Freud la delineava, “freddamente padrone di sé che, distaccato come un chirurgo, elabora le libere associazioni del paziente con attenzione fluttuante, restituendo perle di saggezza interpretativa”. Dal 1970, Heinz Kohut, fondatore della psicologia del sé, all’interno della tradizione psicoanalitica, auspica un approccio al paziente più “empatico” e meno ortodosso.

L’analista di Freud è neutrale e non appare come una persona “reale” che si pone in relazione simpatetica e d’aiuto in modo convenzionale al cliente. L’analista è come “uno schermo bianco” che evoca gli stessi sentimenti di amore, desiderio, odio, paura, risentimento ect, che il paziente ha provato nei suoi primi anni di vita verso i genitori. Un processo che Freud denominò “transfert”. Kohut propone un modello di analista più “umano”, disponibile ad ascoltare il paziente per lunghi periodi e restituire emotivamente ciò che il paziente racconta ed esprime, costruendo nel tempo un legame empatico da cui sarebbero emerse le interpretazioni.

“Sentire ciò che sente il paziente, sentire con il paziente, da dentro a fuori”. Questo processo di immersione empatica permetterebbe al terapeuta di “osservare” la dimensione interiore del paziente per comprendere gli stati mentali complessi. Il nucleo centrale di ogni psicologia del profondo, secondo Kouht, consiste nell’impiego di “una modalità di osservazione empatica ” (empathic mode of observation), perseguendo comunque la visione di una postura di ascolto empatica secondo un’oggettività scientifica, giungendo infine  a sostenere che si possa acquisire “una empatia scientifica”.

Negli ultimi vent’anni, l’empatia sembra essere diventata la formula magica per far funzionare al meglio la relazione terapeutica. Freud cercava di fondare scientificamente la (sua) psicologia del profondo, auspicando l’austera compostezza metodologica dell’analista al cospetto del paziente sdraiato sul lettino. Kohut è uno dei tanti analisti che all’interno della psicoanalisi ha contribuito a modifciare questa visione “riduzionistica”. Uno sviluppo inevitabile perché negli ultimi decenni dello scorso secolo l’attenzione sul disturbo mentale si è spostata dalla sfera intrapsichica a quella interpsichica.

Si è assistito quindi ad una fioritura di modelli psicoterapeutici basati sulla relazione. L’empatia sintetizza il progressivo spostamento culturale verso una visione esistenzialista, quasi in stile new age, determinando metodo e clinica. Come quando cercate di sintonizzare una stazione alla radio, la risonanza con il paziente sembra essere la chiave che introduce all’interno del suo mondo per comprenderne le dinamiche profonde. E conferma una trama di fondo della storia della psicologia: più cerca di indossare i panni dello scienziato, più si ritrova in clinica a valorizzare la soggettività, come nell’articolo citato.

Non solo all’interno della psicoanalisi si è dibattuto sulla neutralità e l’oggettività. Questi argomenti sono stati presenti sin dalla nascita della psicologia. Trovare le regole di base della mente, fondare una psicologia oggettiva del profondo, applicare il metodo scientifico e analizzare con il rigore di uno scienziato, sono stati ingredienti dei progetti ambiziosi per la comprensione della psiche e la cura delle malattie mentali. Ed è esemplare l’articolo che ho brevemente esposto perché persino l’empatia (con tutto quello che può significare), espressione soggettiva dell’azione interpersonale, è stata ridefinita in termini oggettivi.

Oggi le scienze cognitive hanno ridefinito obiettivi e strategie di ricerca. La ricerca è possibile nella psicologia grazie a strumenti e paradigmi straordinari. Certo, da un punto di vista clinico le cose sono più complicate. Ma, se posso proporre uno scenario narrativo, la psicologia è uscita da una posizione “presocratica”, culminata con i grandi mitici modelli psicodinamici, è passata attraverso il comportamentismo e il cognitivismo nella fase classica (newtoniana), ed infine è approdata ad una fase caratterizzata dai nuovi contributi della sistemica, della farmacologia, delle tecniche di neuroimaging, della genetica, della psicologia comparata, della biologia evoluzionistica, delle scienze del caos. Discipline che contribuiscono ad irrobustire le capacità esplicative dei modelli psicologici e ad allargarne (statisticamente) quelle predittive.

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