Gli scherzi della memoria

Il cervello non è così particolarmente predisposto a trattare il passato con lente oggettiva. Non è nelle sue priorità. Noi pensiamo che la memoria sia come l’hard disk di un computer in cui sono immagazzinati in ordine i vari file della nostra giornata, un po’ come lo schedario di una biblioteca tradizionale, apri il cassetto e vai in cerca secondo l’ordine alfabetico del ricordo che serve. Codifica, immagazzinamento, accesso e recupero. Ma la memoria ha altri piani.

Il fenomeno della memoria trova una potente rappresentazione ogni giorno fra i banchi di scuola, durante le interrogazioni, le verifiche, le lezioni di maestri e professoresse. Si tratta di una cospicua massa di informazioni esposte, scambiate, reiterate e analizzate per essere assimilate. Il consiglio più gettonato è di adoperare il ragionamento: “ragiona con la tua testa”. Ma la speranza professionale è che lo scolaro trattenga in memoria più conoscenza. Come al solito mi diverto a visualizzare, in una forma di allucinazione, le strutture deputate ai processi di memoria di un ragazzino sotto interrogazione, gli sforzi per aprire i cassetti o lo sconcerto nel trovarli vuoti…

Molti pensano che dimenticare sia uno svantaggio. Robert A. Bjork invece sostiene che istruire i soggetti a dimenticare certi dati possa incrementare la memoria di molte altre informazioni: “la dimenticanza non è un segnale di conoscenza più povera, piuttosto il contrario”. Lo scopo del dimenticare è quello di prevenire pensieri che non sono più necessari e che interferiscono con l’informazione utile al momento. Un po’ come sbarazzarsi in casa di quegli oggetti accumulati e che non utilizzi da molto tempo per trovare ciò che ti serve. In fondo, il flusso di informazioni che ci investe quotidianamente è in gran parte senza significato o, per lo meno, non così importante.

Daniel Kahneman e Donald Redelmeier d’altra parte ci mostrano un altro aspetto sconcertante della memoria. Essi hanno effettuato un esperimento monitorando dei pazienti sottoposti a colonscopia. Il loro scopo consisteva nel comprendere se ci fosse una qualche differenza tra l’intensità del dolore percepito e l’intensità di dolore che essi pensano di aver percepito. Per il paziente A la procedura durava 8 minuti mentre per il paziente B era di 24 minuti: generalmente ci aspetta che il paziente B soffra di più. Il che è vero, ma c’è un esito controintuitivo: il paziente A in realtà riferiva che la visita fosse stata peggiore rispetto al paziente B, dato che quest’ultimo ricordava un finale più gradito. In altre parole, il paziente B soffriva di più, ma la ricordava meglio.

L’esperimento di Kahneman suggerisce che la memoria ancora una volta si comporta con una logica irregolare: tendiamo a valutare le esperienze come finiscono e, controintuitivamente, la durata non è il fattore decisivo nella formazione della qualità del ricordo di un evento. Il paziente A ricordava la visita come se fosse tremenda (ma soffriva di meno), il paziente B la ricordava meglio persino se soffriva di più grazie al finale differente. Ora, pensate alla rottura di un rapporto. Pensate alla separazione di due genitori. Pensate alla morte di un caro parente. Probabilmente il modo in cui è stato chiuso il rapporto determinerà vistosamente la costruzione emotiva del ricordo.

La memoria gioca tanti giochi. Anzi, il quadro è più complesso. Ci sono più memorie. Vi propongo un solo esempio: normalmente la memoria degli eventi quotidiani (episodica) viene consolidata nella struttura dell’ippocampo. Ma quando viviamo eventi paurosi, come un incidente o una rapina, un’altra struttura corticale, l’amigdala, si attiva per accreditare in memoria il ricordo pauroso. Questo genere di ricordo non è facile da cancellare, spesso può assumere la forma del “flash-bulb” (ricordo lampo) come accade nelle vittime di stupro o nei veterani di guerra o, in situazioni meno patologiche, nei ricordi improvvisi in occasione di un evento insignificante, come quando Proust immerge un biscotto (madeleine) in una tazza di tè e, appena assaporato, si ritrova improvvisamente (più corretto: si dissocia) in un momento del passato remoto di cui si era completamente dimenticato.

La celebre madeleine proustiana

Ma a che serve la memoria se può manifestare eccentriche realtà interiori anziché affidabili conoscenze del nostro passato? Se può assumere la fisionomia patologica di un ossessivo che rumina sulla fedeltà del proprio ricordo, se può inaridire la visione del mondo ad un depresso che non può che selezionare ricordi deprimenti della sua vita, se costringe un anoressica a ricordarsi solo dell’importanza del peso per aggiustare il suo rapporto psicologico col mondo?

Siamo consapevoli che lo scopo della memoria umana non è quello di lavorare come un classico hard disk. Ciò che conta è organizzare informazioni per comprendere e prevenire meglio il mondo. E’ il classico modo poco elegante, rattoppato e robotico, tipico dei processi evolutivi: è l’evoluzione bellezza, quindi funziona così.

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2 pensieri su “Gli scherzi della memoria

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