Finzioni

I ragazzi dovevano scrivere una breve storia immaginando di essere un animale (a loro piacimento) seguendo alcuni criteri. Il giorno dopo la maestra ha corretto i compiti e mi ha chiesto di trattenermi perché avrebbe fatto leggere alcune storie che l’avevano colpita. Siccome adoro ascoltare un ragazzino di scuola primaria leggere, soprattutto inventare una storia realistica o fittizia (senza escludere le accattivanti bugie), ho accettato immediatamente. E’ un piacere vivissimo la lettura ad alta voce, che spesso senza accorgermi impiego in certi momenti delle mie letture personali.

Sono stati in gamba, storie brevi d’accordo, una pagina e mezza ma ricca di spunti e di storia personale. Un pitone, un cane, un riccio, un lupo, un pappagallo, ciascuno descriveva un racconto verosimile fingendo il punto di vista di una personalità animale. E poi non potevano che parlare dei loro temi di vita: chi metteva alla prova il suo padrone, chi fuggiva conquistando una libertà da brividi, chi occupava troppo spazio nell’identità animale in analogia con quella umana, chi difendeva, chi proteggeva, chi desiderava essere trattato umanamente.

I giochi di finzione sono “esercizi” cognitivi che i bambini cominciano a sperimentare tra i due e i tre anni. Un momento decisivo per mettersi nei panni dell’altro, inventando e “indossando” la maschera di un personaggio, di un animale o di una cosa. Ma è anche un processo sofisticato per assumere il punto di vista dell’altro. Il gioco simbolico richiede la capacità di adottare un’identità diversa dalla propria, un’operazione che implica l’assunzione di una prospettiva differente, con la mente dell’altro. Maggiore è lo sviluppo di questa abilità cognitiva, migliore sarà la capacità di socializzare ed apprendere cultura. Sarebbe interessante indagare le proprietà delle identità fittizie assunte nei vari momenti della vita.

Nei bambini autistici, secondo Baron-Cohen, in base alla gravità del disturbo, questa possibilità generativa di altre menti è ridotta se non assente. Durante la lettura, ho guardato Giulio, piegato su se stesso. Come al solito non riusciva a star fermo con le mani. Mi sono chiesto che tipo di animale avrebbe scelto, lui che con molta fatica riesce ad etichettare un cane o un gatto. Ho provato a immaginare una ipotesi sulla sua identità, ho cercato di visualizzarla simbolicamente, con figure geometriche, territori spaziali, geologie minerarie. Quando non riusciamo a sintonizzarci con la mente dell’altro abbiamo una necessità profonda di inventaci una spiegazione o, quanto meno, ci interroghiamo sulla mente dell’altro. Andiamo in cerca dei suoi pensieri, delle sue emozioni, dei suoi scopi. L’autismo mette alla prova la nostra mente trasformandoci in talpe in cerca del tunnel giusto.

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2 pensieri su “Finzioni

  1. Sbaglio o non hai detto cos’ha immaginato il bambino autistico? In secondo luogo, sente e comprende (e riesce) a immaginare di essere un animale o qualcos’altro? Nella sua situazione forse non sente la necessità di figurarsi nei panni di qualcun altro nè si interroga su ciò che gli altri pensano al riguardo. Forse la socialità sta proprio in questa capacità di immedesimazione. Del resto, però, l’autistico nè vuole socializzare nè vuole imporsi, il che pone altri problemi sulla via della soluzione.

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  2. No, non l’ho detto, ho immaginato in modo autoreferenziale (secondo le mie immagini, le mie credenze, le mie emozioni) perché non ho voluto eccedere in congetture inverosimili.

    La improbabilità di mettersi nei panni di qualcuno o immaginarsi un animale mi fa dubitare che riesca ad effettuare operazioni metacognitive (per rispondere alla tua seconda domanda). Anche se in fondo non possiamo sapere se ho ragione o meno: solo lui può dircelo, ma non lo farà probabilmente mai.

    Il fatto di dire che “non sente la necessità di mettersi nei panni dell’altro” posso condividerlo. Una possibilità comportamentale che succede anche a noi. Soltanto che noi abbiamo la possibilità di impiegare questo esercizio ricavandone dei vantaggi quando vogliamo. Anzi. Noi applichiamo questa operazione anche senza accorgercene, in modo rapido e automatico costruiamo conoscenza dell’altro e in un secondo tempo possiamo riflettere (metariflettere) su una quantità enorme e complessa di informazioni su l’altro e noi stessi in relazione all’altro.

    Sì, la penso come te sulla socialità. Anzi la chiamerei ipersocialità. Noi esseri umani siamo esperti di socialità non rintracciabile in natura.

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