Il Rischio

Da circa 5 anni lavoro con bambini e ragazzi di scuole dell’infanzia, delle elementari e delle medie. Essi presentano delle difficoltà fisiche e/o psicologiche in genere sin dalla nascita. Quando giungono a scuola i problemi naturalmente si complicano. Intanto perché nell’età evolutiva (così in gergo tecnico viene chiamata la fase temporale che va dalla nascita all’adolescenza) i loro problemi sono difficilissimi da affrontare, perché (si spera) sono talvolta transitori e indefinibili. Poi c’è il problema fisico, condizioni che vanno da deficit lievi a situazioni gravissime in cui l’utente ha bisogno di assistenza 24 ore su 24. Siccome la scuola non è affatto preparata ad affrontare questo genere di complicazioni, tutto diventa più difficile, per il ragazzo, per la famiglia, per l’assistente, per l’insegnante di sostegno, per gli altri insegnanti, per i dirigenti, per i collaboratori.

Ritardi mentali, tetraplagia, disturbi neurocognitivi, ipovedenti, epilessia, disturbi dell’umore, sociopatia, sindrome di down, autismo, malattie del sistema nervoso, del sistema circolatorio, respiratorio, endocrine, nutrizionali, metaboliche, del sistema digerente, delle ossa, dei muscoli, della pelle, del sistema urinario, malformazioni, deformazioni, anomalie cromosomiche. Ogni giorno un esercito di assistenti, educatori, personale paramedico, collaboratori scolastici, insegnanti e genitori cercano di ridurre i “disagi” che mostrano questi scolari. Purtroppo si tratta solo di riduzione, cioè di un lavoro concentrato sulla patologia. Non siamo preparati e formati per promuovere il benessere. Nessuno in realtà vuole prendersi questo rischio.

Qualche giorno fa una mamma ha scritto al Corriere della Sera una lettera dove ha raccontato con candida avventurosa umanità la sua esperienza con un figlio disabile e un “problema” tutto particolare, cioè il sesso. Il rischio che una donna ha accettato di correre per migliorare il benessere del proprio figlio mi ha fatto sentire un po’ colpevole, perché in fondo chi lavora in queste situazioni limite teme sempre di non fare mai abbastanza. Riprendo tutto per intero lo scritto, ne vale la pena (e potete trovarne l’originale qui).

Ah! Ora capisco perché nella Costituzione il benessere e la felicità non appaiano nel primo articolo. All’epoca, i padri costituenti corsero, loro sì!, un vero rischio: cioè di accreditare alla nostra società troppo impegno umanistico.

«…Il post (quello su Quasi amici) arriva a puntino: proprio stamane l’insegnante di sostegno di mio figlio si è lamentata del fatto che se una compagna di classe passa vicino alla carrozzina, il mio ragazzo l’afferra per il braccio, non la lascia andare etc etc. «La pulsione sessuale è terribile» mi dice come se fossi un’anima bella che non si è accorta che il figlio è cresciuto. Ovviamente le ho risposto in modo brutale sconcertandola. Avrà fatto pure il suo addestramento come sostegno con allegato corso di “psicologia del disabile” in 12 lezioni ma… non può comprendere proprio tutto perché non lo vive.

«Una madre della mia sottotribù invece mi ha insegnato parecchio. Lo scorso settembre mi ha telefonato alle due di notte chiedendomi di andarla a prendere in una certa via e di portare la macchina grande con il mio tagliando perché era con suo figlio e la carrozzina. Quando arrivo sul luogo li trovo per strada con due tutori dell’ordine imbarazzatissimi e rossi come peperoni. Carico in macchina figlio, carrozzina e madre e andiamo in un locale del centro ancora aperto dove mi racconta quello che le è successo.

Il figlio è maggiorenne, lei è divorziata e il padre si è rifatto una famiglia completa di due figli sani ancora pargoli. Così è toccato a lei provvedere (alla sessualità del figlio ndr) perché la nuova moglie… non gradisce. Indagini lunghe e discrete presso colleghi e amici per trovare una “casa” con una tenutaria e ragazza disponibili, ovviamente a prezzo maggiorato, ad accogliere un disabile. Per un po’ va bene e il ragazzo è felice e la ragazza è “fissa”.

Purtroppo quella sera arriva una incursione. Lei è seduta vicino all’entrata con un libro di matematica (è insegnante), i suoi bravi capelli brizzolati e la figura pesante dei suoi anni. Sconcerto dei tutori dell’ordine neanche avessero visto un gatto in un canile. Poi una delle tutrici dell’ordine arriva trafelata “c’è di là un ragazzo che chiede della mamma”. La mia amica si alza e dice “mbeh penso che dovrei vestirlo se c’è qualcuno che mi aiuta”. Panico tra i custodi della legge. Alla fine permettono alla “ragazza fissa” di aiutare la madre.

Poi bisogna portare tutti, clienti e ragazze, in centrale dove verranno identificati mentre la tenutaria viene arrestata. Sono pronti due furgoni di sotto. La mia amica propone di seguirli con il figlio con la propria macchina ma i tutori rifiutano. Allora come far salire il ragazzo, ormai molto agitato, sul furgone? Altro panico e intanto la maitresse blatera che lei fa un buon servizio sociale e che aiuta i bisognosi, vedete c’è pure il povero disabile etc. Alla fine due forzuti tutori scaraventano ragazzo e carrozzina sul furgone delle ragazze che lo accolgono con boati, urla e risate.

In Centrale arriva subito il magistrato che messo al corrente della particolarità non sa che pesci pigliare. E qui la mia amica mi racconta un colloquio surreale:
– dove è suo marito? Io non ho marito, mi ha lasciato, pochi disabili hanno il padre.
– ma lei non ha un fratello o un amico per queste cose? No sono figlia unica e questa faccenda non si delega agli amici. Il resto lo tralascio e dico solo che non ho mai riso tanto in vita mia.

Si Simone c’è da ridere perché nella vita normale ci sono i mariti e gli amici, che spariscono nella vita con un disabile. Perché certi argomenti sono da uomini normali, ma le madri dei disabili a volte devono comportarsi da uomini, che lo vogliano o no. E uomini stessi, quelli che fanno le leggi, quelli che comandano, quelli che ci abbandonano a noi donne e madri diverse, non lo capiscono.

Anche se c’è un danno cerebrale, i nostri figli crescono e gli ormoni quelli sono. I danni cerebrali a volte provocano modifiche fisiche significative (bava alla bocca, incapacità di camminare) ma la voglia di affetto, di un abbraccio, di un rapporto c’è sempre. Però nessuno dei normali si sofferma su questo problema: per tutti il disabile è un “infelice” (come si diceva una volta) e non un essere umano con i suoi sentimenti e i suoi bisogni. Forse si considera il disabile un angioletto puro, a volte brutto da vedere (altro che i puttini del Mantegna!) ma comunque un qualcosa amorfo e non un qualcuno.

Ho l’impressione, poi, che molta gente non si renda conto che i nostri figli debbano farsi la barba come tutti e dobbiamo fargliela noi e così per tante altre cose. Ho l’impressione, invece, che molta gente pensi che quando i nostri figli sono in casa si fanno la barba da soli, mangiano da soli e vanno in bagno da soli. E queste cose, elementari e sgradevoli, raramente vengono fatte vedere per l’intero in un film, mitico per tutti “il figlio della luna”.

E allora come invocare la società perfetta, come meravigliarsi dello sconcerto e dell’imbarazzo di un normale quando nessuno gli scaraventa la realtà sotto il naso. Una realtà elementare: un disabile ha bisogno di tutto ma proprio di tutto, senza ipocrisie e senza repulsione, e senza neppure “distinguo” tra padre e madre perché Madre Natura non fa sconti anche quando fa un torto.

Più che invocare una società perfetta non sarebbe meglio spingere tutti noi a una riflessione più concreta, meno moralistica, più veritiera? E diciamolo “più naturale”! E infine, finale come in tutti i film che si rispettino: la mia amica ha trovato un’altra “casa”, il figlio sembra contento della “nuova ragazza”, non ha avuto conseguenze, l’ex marito non ha saputo niente e il 14 febbraio ha ricevuto un mazzetto di roselline. Perché spesso quello che si nega ad un disabile si nega anche alla madre».

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3 pensieri su “Il Rischio

  1. Pingback: La psicoterapia una scienza empatica?

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