I Neofiliaci non sono così matti

Perdi le staffe facilmente? Sei spesso annoiato? Vivi in condizioni che agli occhi degli altri sembrano caotiche o ti piacciono le cose ben organizzate? Questo genere di domande sono incluse in un test che misura il tratto di personalità della ricerca di novità (novelty-seeking). I ricercatori cercano di capirne le basi genetiche e le relazioni con il sistema dopaminergico, inoltre lo associano a problemi quali l’alcolismo, l’abuso di droghe, il comportamento criminale, il disturbo di deficit dell’attenzione, le compulsioni come l’ossessione al gioco d’azzardo e allo shopping.

Tuttavia, lo psichiatra Robert Cloninger, che ha sviluppato il test per misurare il novelty-seeking, sostiene che la tendenza a ricercare il nuovo promuove la crescita personale e il benessere psichico. Questi vantaggi sono stati messi in luce dopo aver condotto, insieme ad alcuni colleghi, delle indagini su centinaia di soggetti negli States, in Israele e in Finlandia. “Può condurre a comportamenti antisociali”, dice, “ma se combinate la dimensione avventurosa e la curiosità con la perseveranza e la propensione alla socialità, questo tratto rivela una speciale creatività che può apportare beneficio alla società”.

Neophilia (l’attrazione per il nuovo) è il termine con il quale viene comunemente designato questo profilo di personalità. Potrebbe essere fondato da un pool di geni che in tempi remoti furono alla base dei comportamenti migratori degli uomini nel mondo. La giornalista Winifred Gallagher ritiene che sia stata una abilità dell’uomo essenziale nella sopravvivenza per affrontare innumerevoli difficoltà, dai cambiamenti ambientali sino a quelli tecnologici della Silicon Valley. “Nulla rivela la tua personalità in modo così chiaro quanto il modo in cui reagisci emotivamente alla novità e al cambiamento nel tempo e in differenti situazioni“.

Prendendo spunto dal lavoro dello psichiatra Cloninger e di altri ricercatori, la Gallagher elenca tre differenti categorie di persone: i neofobici, i neofili e all’estremo i neofiliaci (potete provare a svolgere un quiz in proposito su Web blog). “Sebbene siamo una specie neofiliaca”, afferma la giornalista, “non reagiamo allo stesso modo di fronte al nuovo, perché la sopravvivenza della popolazione è possibile sia grazie agli avventurieri che cercano nuove risorse sia ai preoccupati che sono più sensibili ai rischi connessi”. Probabilmente gli audaci possiedono nel loro corredo genetico “il gene della migrazione”, una mutazione di dna che si generò 50.000 anni fa quando gli esseri umani si mossero dall’Africa verso il resto del mondo secondo Robert Moyzis, un biochimico dell’Università della California.

Queste variazioni genetiche avrebbero influenzato il sistema della dopamina che è il neurotrasmettitore associato all’elaborazione dei nuovi stimoli e del piacere della ricompensa (e delle droghe come la cocaina). Le variazioni hanno determinato alcune caratteristiche comportamentali: tempi di reazioni più veloci, iperattività e deficit dell’attenzione e un’inclinazione particolare per la ricerca della novità e dei rischi connessi. Ma oltre alla questione genetica, il seeking-novelty dipende anche dall’educazione, dalla cultura e dal momento di vita che si vive. Alcuni calcoli indicano un declino di questa tendenza dopo i quarant’anni. Sempre che siate disposti a dar tanto credito alla statistica!

Il dottor Cloninger ha monitorato un grosso campione di soggetti somministrando il Temperament and Character Inventory che ha sviluppato vent’anni fa. Per dieci anni ha registrato quotidianamente i cambiamenti nella vita delle persone alla ricerca di quella combinazione di caratteristiche di personalità che stanno alla base del benessere mantenuto nel tempo (una buona salute, molti amici, pochi problemi emotivi e una generale soddisfazione nella vita). Nelle sue analisi ha concluso che sono tre i tratti di personalità che consentono di vivere bene: la perseveranza, cioè mantenere la concentrazione su un compito anche senza ricevere un’immediata ricompensa, la self-trascendence, vale a dire l’apertura verso gli altri oltre il proprio tornaconto e la seeking-novelty.

In un certo senso si può concludere che il contrario della seeking-novelty non sia l’atteggiamento del conservatore, quanto quello del noioso. Ma, d’altra parte, la tendenza al nuovo, oltre certi limiti, può manifestare i tratti sintomatici di una personalità disorganizzata, l’essere tra le nuvole, in difficoltà a mantenere una linea di condotta coerente e stabile, che tende alla distrazione, ad un’attività frenetica e che non consente infine di ricavare vantaggi a lungo termine.

In questa bilancia tra nuovo e noioso, al di là delle congetture genetiche o evolutive,  ci trovo un’analogia neuroscientifica nella gerarchia tripartita del cervello di MacLean, cioè il progressivo emergere nell’architettura mentale di quei sistemi corticali deputati alla ricerca epistemica, cioè di quelle conoscenze post biologiche (neocorticali) che sono tratto distintivo degli esseri umani. La tendenza a dare ordine e coerenza alle informazioni provenienti dal mondo esterno e da quello interno, la produzione di significati astratti, di visioni del mondo e degli altri più complesse, è una tendenza di fondo che inverte clamorosamente la direzione di ricerca dell’uomo verso un de-centramento dalla realtà. 

Sono già i bambini che ci descrivono con il loro comportamento esploratorio l’importanza della ricerca. La tendenza umana ad estrarre significato in ogni circostanza, la seeking-novelty, sono potenti strumenti emotivi: la curiosità, la sorpresa, la meraviglia, lo stupore, la gioa della bellezza, emozioni che arricchiscono la coscienza e rendono un po’ meno noiosa l’opera instancabile e silenziosa del nostro cervello più antico.

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