Una strana realtà cartesiana

La maestra ha interrogato alcuni alunni senza chiamare alla scrivania. I primi sono stati piuttosto svelti a rispondere. Poi è toccato a Martina*. La maestra ha tracciato sulla lavagna una diagonale dentro un quadrato e ha chiesto cosa si otteneva. Martina ha impercettibilmente spalancato gli occhi e socchiuso la bocca (“non voglio ingoiare questo!”). Alcuni secondi, molti secondi, braccia che si impennano e giurano: “io lo so, io lo so, io lo so, io lo so, io lo so, io lo so!”. La maestra però finge di non badarci facendo un passo verso Martina, che risponde dolcemente senza sbagliare.

Cosa era accaduto? In quel momento ero affascinato da ciò che stava succedendo dentro Martina. I suoi sforzi di concentrarsi e di osservare attentamente, le sensazioni corporee termiche e quelle meccaniche delle sue articolazioni, l’azione dentro la chiocciola vestibolare nell’orecchio che controlla l’equilibrio, l’accelerazione dell’attività cognitiva del richiamo alla memoria, il confronto di figure immaginarie: scartare e sovrapporre (come un veloce tocco su un tablet), simulare una risposta e ascoltarla per pesarne il valore. Ma anche misurare il peso emotivo della scelta, gestire previsioni negative, le conseguenze emozionali, gli sguardi di mamma e papà, della maestra, le esclamazioni dei compagni… e tanto altro ancora che noi non vediamo quasi del tutto e non ascolteremo mai.

L’insegnante aveva molte opzioni durante quel lasso di tempo. Dipende da innumerevoli variabili: personali, contestuali, culturali. A me piaceva di più constatare il livello di osservazione più allargato. Come un direttore d’orchestra o un maschio alfa in un gruppo di scimpanzé (come ha descritto De Waal in modo eccellente) stabiliva dei confini tra individui, gestiva gruppi e coalizioni, esclusi e giocatori d’azzardo. E  mi è venuto in mente l’intuizione brillante dello psicologo russo Vygotsky quando parla della “zona di sviluppo prossimale”, cioè quella regione di intersezione sociale tra chi è una persona giovane e meno competente e quella persona dotata di maggiore competenza ed esperienza pronta a fornire un aiuto per accedere a nuove conoscenze. Zona di sviluppo prossimale: mi piace questa espressione perché l’aggettivo indica uno spazio quasi corporeo che sollecita una prensione, un prendersi per mano per accompagnarti senza soffrire troppo in una regione di realtà più sicura per la sopravvivenza culturale.

Lev Semonovic Vygotskij

L’insegnante in questo scenario ha il ruolo di un artigiano: costruisce uno strumento sofisticato per essere preso, afferrato, con sicurezza. Non importa in questo discorso che fine farà lo strumento. L’importante è che sia generato si spera nel modo migliore, che garantisca di essere facilmente riconosciuto e acchiappato. C’è uno psicologo statunitense, James Gibson, il cui contributo è molto importante in un’ottica ecologica. La parola magica che sintetizza la ricchezza delle sue ricerche è affordance, il profilo visivo della funzionalità di un oggetto, in altre parole l’invito che un oggetto riesce a sollecitare per essere utilizzato. Si tratta di un invito speciale perché incarica la nostra mente a decifrarne l’uso per uno scopo. La specialità didattica è quella di permettere che la funzione e lo scopo dello strumento (la parola, una lezione, un libro, un display, un laboratorio) siano facilmente riconoscibili, accessibili e soprattutto attraenti per l’ingrediente più importante dell’esplorazione umana: la curiosità.

Per tornare però all’interrogativo su cosa stesse succedendo nella mente di Martina, prima di rispondere alla maestra, è interessante riportare quanto scrive la dott.ssa Tokuhama-Espinosa nel suo libro Mind, Brain, and Education Science: The new brain-based learning. La scienza della mente, del cervello e dell’educazione (MBE, Mind Brain and Education) è un ambito multidisciplinare che si basa sull’intersezione tra psicologia, neuroscienze ed educazione. In poche parole, utilizzare i dati provenienti dalle ricerche neuroscientifiche permette di arricchire le possibilità di insegnamento e apprendimento nel rapporto alunno/insegnante. La Tokuhama – Espinoza sostiene che ormai esiste un’estesa letteratura scientifica sui meccanismi neuropsicologici correlati ai processi di apprendimento ed è auspicabile che sia parte integrante del percorso informativo dell’insegnante.

La tesi della Tokuhama – Espinoza è molto intrigante ma apre innumerevoli interrogativi sulla relazione tra neuroscienze ed educazione scolastica. Oggi le neuroscienze godono di un prestigio equiparabile alle cosiddette scienze dure come la fisica o l’astronomia, con tutti i vantaggi e i limiti connessi su cui spesso mi sono soffermato (ad esempio qui). E’ anche vero che il prodigioso sviluppo delle tecnologie e l’immediata accessibilità alla conoscenza digitale del web ha aperto una sfida inedita rispetto al passato: l’insegnante talvolta ne sa meno dell’alunno! Ma l’esitazione di Martina nel rispondere alla sua maestra ci concede anche un’umile riflessione: in ogni circostanza della nostra vita siamo in una condizione di reciproco apprendimento. La conoscenza, la riflessione, il ragionamento secondo Cartesio erano le pietre miliari per definire la nostra stessa persona, la propria essenziale identità: Cogito, ergo sum. Io penso quindi esisto.

Martina quando è incerta nel rispondere, quando si prende una pausa indirettamente ha chiesto all’altro di attendere, per riflettere e affermare la sua unicità. All’insegnante tocca con sapiente dosaggio poter pensare per i suoi alunni, in modo transitorio durante l’anno scolastico, quando essi non riescono a pervenire alla risposta corretta. Siete in una strana realtà cartesiana, voi insegnanti dovrete pensare per far esistere i vostri ascoltatori.

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