La solitudine è fuorimoda

La solitudine è fuori moda.  Ci avete fatto caso? “Quel bambino è solo, si isola”. E’ una tipica affermazione che si ascolta talvolta tra colleghi a scuola o fra genitori al parco. Il gruppo è positivo, il solitario sospetto. Qualcosa di analogo succede negli ambienti di lavoro. Gruppi industriali importanti  investono enormi risorse per coltivare questa urgente weltanschauung di promozione del lavoro di gruppo, per ricreare il migliore ambiente professionale e ottimizzare (sperano) costi e benefici. Condividendo idee, progetti, osservazioni, applicazioni, creando un gruppo di lavoro si ottiene di più. Le persone geniali e solitarie sono out!

In un recente articolo sul New York Times, Susan Cain ha etichettato questo costume con il termine New Groupthink. Il dogma del pensiero di gruppo sostiene che la creatività e il successo derivano dal lavoro in team, in uffici senza pareti, in quei posti dove i manager premiano chi ha qualità sociali e cooperative. Analogamente un insegnante sembra preferire i piccoli gruppi, la personalità sociale che produce comunicazione, empatia. Lo scambio di informazioni e conoscenze permette di superare rapidamente le difficoltà e di raggiungere mete più suggestive.

A scuola persino la posizione dei banchi è curata per incoraggiare l’apprendimento di gruppo. Addirittura materie come la matematica o la scrittura di un tema sono spesso pensati come progetti in comunità. In classe il ragazzino che durante la ricreazione preferisce mantenere un profilo riservato, dedicandosi al disegno piuttosto che alla “socializzazione” ricreativa, è fonte di remota preoccupazione. Lavorare in gruppo è un modo particolare di arricchire la propria ricerca della soluzione corretta e in fondo fa divertire, mentre da soli si rischia alle volte di bruciarsi il cervello (burnout).

La Cain nel suo articolo non la pensa però così. Afferma infatti che gli studi di Mihaly Csikszentmihalyi e Gregory Feist ad esempio mettono in luce che le persone sono più creative quando godono della loro privacy e sono liberate dalle interruzioni inutili. In molti ambiti le persone che danno il meglio di sé creativamente sono introverse, vedono se stesse profondamente indipendenti e con un profondo senso di autonomia. L’autorevole psicologo Hans Eysenck, studioso della struttura della personalità, osservava che l’introversione promuove la creatività “concentrando la mente sul compito in atto e prevenendo la dissipazione dell’energia sulle variabili sociali e sessuali non correlate al lavoro da svolgere” (il corsivo è mio).

Dopotutto la solitudine è stata sempre associata alla creatività e alla trascendenza. Senza una grande solitudine nessun lavoro serio è stato mai possibile, affermava Picasso. Un tema centrale di molte storie religiose è incentrato su una figura speciale che sperimenta una profonda solitudine, un ritiro, un esilio, un eremitaggio personale, da cui tornare nella comunità di origine per portare le loro illuminazioni – Mosè, Gesù, Buddha. Anche Gustav Jung ha scritto molto sull’affascinante dinamica che sta dietro alla scoperta e la creazione di un’opera artistica nasconde spesso una storia di solitudine.

L’autrice dell’articolo scrive che il pensiero di gruppo è penetrato in ogni posto di lavoro, nelle scuole, persino nelle istituzioni religiose. Sostiene che virtualmente i lavoratori americani trascorrono più tempo con una squadra e circa il 70 per cento lavora in uffici senza pareti divisorie dove nessuno ha una stanza tutta sua. Ci sono delle mega-chiese che hanno messo a punto gruppi di lavoro per occuparsi di innumerevoli aspetti sociali della vita quotidiana dei fedeli (e dei loro portafogli?). Incentivano uno stile teatrale di culto: amare Gesù ad alta voce. “Spesso il ruolo di un pastore sembra più vicino a quella del comandante di crociera rispetto ai ruoli tradizionali di amico e consigliere spirituale”, ha detto Adam McHugh, un pastore evangelico e autore di “Introversi nella Chiesa.”

Nell’interessante ricerca Coding War Games di Tom DeMarco e Timothy Lister è stato analizzato il lavoro di oltre 600 programmatori informatici in 92 compagnie, scoprendo che ciò che distingueva i programmatori di alto livello non era tanto il fatto che lavorassero di più o che fossero meglio pagati, piuttosto dipendeva dalla privacy, dallo spazio personale di lavoro e dalla libertà di prendersi una pausa di lavoro. Il 62 per cento dei migliori lavoratori sostenevano che il loro spazio di lavoro personale fosse sufficientemente privato rispetto al 19 per cento degli addetti di scarso rendimento. Il 76 per cento dei peggiori programmatori, rispetto al 38 per cento dei migliori, riferiva di essere interrotti inutilmente durante il lavoro.

Il rumore di fondo o lo sguardo del collega spesso non sono vantaggiosi per concentrarsi. Le ricerche mostrano che gli uffici senza pannelli divisori rendono i lavoratori aggressivi, insicuri e distratti. Oltre tutto hanno più probabilità di soffrire di alta pressione, stress, esaurimento e di influenza. Le persone che sono interrotte arbitrariamente commettono il 50 per cento errori in più e impiegano il doppio di tempo per finire il proprio lavoro.

Pensate al seducente modello per la soluzione dei problemi del brainstorming: in poche parole risolvere un problema tramite l’apporto libero di idee di ciascun componente di un gruppo. E tuttavia le ricerche degli ultimi anni hanno messo in luce che le persone lavorano meglio da sole che in gruppo, specialmente quando il gruppo cresce di unità. Lo psicologo delle organizzazioni Adrian Furnham taglia corto: “se vuoi motivare le persone o stimolarne il talento, incoraggia il lavoro solitario quando le priorità maggiori sono la creatività o l’efficienza”. Se ci pensate, in una sessione di gruppo di lavoro può succedere che c’è sempre chi siede dietro qualcuno o lascia che siano gli altri a lavorare per loro. Spesso sono condiscendenti, accettano le opinioni dell’altro senza esporre la propria.

Forse un’eccezione è rappresentata dal brainstorming elettronico che permette ad estesi gruppi di ottenere prestazioni migliori del singolo, anzi più grandi sono tanto meglio. La protezione di uno schermo mitiga una serie di problemi rispetto ai gruppi tradizionali a lavoro. Forse è questo il motivo per cui internet funziona dando vita a congregazioni sociali e professionali che producono opere straordinarie. Il web è probabilmente il posto che simbolicamente si situa oltre la concezione del Newthink, mettendo tutti insieme e lasciandoci simultaneamente soli. Precisamente ciò infonde potenza (di calcolo) creativa, secondo le ricerche.

Nel complesso, la lettura dell’articolo che ho cercato di sintetizzare e commentare, tratteggia vagamente il significato complicato di solitudine, di creatività, di condivisione, dato che sono strettamente connessi con le culture e i luoghi corrispettivi. Gli ambiti dove possono essere applicati infatti differiscono parecchio, anzi rendono più sfaccettati questi significati smorzando le conclusioni a favore della solitudine a lavoro. La scuola, il posto di lavoro, la mega chiesa, sono enormi costruzioni culturali, non è poi così semplice individuare differenze nette tra l’artefatto tecnologico e la realizzazione artistica di uno schizofrenico.

Certo nel risolvere alcuni problemi scientifici, oggi di crescente complessità, spesso cooperano differenti team che lavorano di concerto sullo stesso progetto. Ma si tratta sovente di una collaborazione a distanza, di strutture di ricerca separate anche migliaia di chilometri. C’è molta solitudine, cioè assenza di una persona accanto, quando vogliamo creare o eseguire un lavoro con cura. Forse quando siamo soli nel nostro lavoro, concentrati, in fondo la nostra mente è affollata di persone speciali che intratteniamo per i nostri scopi personali (spesso indicibili). Forse è proprio questo il motivo della speciale cura di un lavoro solitario.

 

 

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12 pensieri su “La solitudine è fuorimoda

    • Sì, ho letto l’articolo che hai segnalato sul tuo blog (se non sbaglio). (biografia su Jobs che sto pure leggendo in questo periodo). Però da clinico potrei dirti che un ossessivo, tratto che a Jobs non mancava nel suo curriculum psicologico, non è molto incline a far gruppo. Però l’analogia appare più che mai attraente, anzi ci sta a pennello!

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  1. Diciamo meglio allora, che l’ossessivo trae vantaggio dal lavoro di un gruppo per lui, più che dalla, o in aggiunta alla, sua collaborazione con il gruppo stesso. E’ comunque un ruolo, al limite, tra il parassitario e il pienamente collaborativo. Comunque ben diverso da quello del creativo classico, definito come isolato. Ma anche qui ci sono delle belle eccezioni. Ci accontenteremmo che fosse vero nel 60% dei casi…

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  2. Interessante. Una cosa, un po’ marginale, mi colpisce. L’alternativa solitario/gruppo nasconde la possibilità della coppia (o al massimo del trio) di lavoro che trovo, nella pratica, una formazione capace di mettere insieme il meglio dei due estremi. Quando funziona, s’intende; ma se funziona è una bomba, che può produrre anche molto feedback positivo, al contrario ad esempio della desolante frustrazione che può derivare dal cosiddetto brainstorming. A me pare che, a differenza dei due estremi, la “piccola formazione” garantisca, nei casi migliori, la massima aderenza alla “cosa” in questione.

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    • Sono d’accordo con te MrPotts, è un punto di vista trascurato in questo articolo. Forse il piccolo team di 2 o 3 unità, ben costruito e consolidato, potrebbe fornire prestazioni avanzate grazie al sapiente dosaggio di cooperazione e competizione (cioè individualismo e leale condivisione).

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  3. Completamente d’accordo, il lampo di genio, quando vivi sempre a contatto con gli altri, lo puoi trovare al bagno, o sotto la doccia, la mente creativa non va d’accordo con la socialità, non c’é verso; e parlo per esperienza personale, non per congetture.

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    • Eppure come nell’esempio accennato sopra da Paolo, una mente creativa (Jobs) riesce anche a produrre prodotti sofisticati e raffinati grazie ad una capacità di integrazione tra intuizione personale, risorse umane sociali e competizione ossessiva. Un dosaggio calibrato tra autismo informatico e gruppo complesso di cooperativi.

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  4. Condivido l’efficacia del brainstorming elettronico nella progettazione e nel problem solving. Grazie allo “schermo” che protegge dai pregiudizi, dalle ansie e dalle distrazioni della relazione in presenza, dalla “giusta distanza”, dalla possibilità di riflessione e metacognizione che le relazioni face to face spesso impediscono…
    Come insegnante caldeggio l’utilizzo di ambienti virtuali di comunicazione per integrare la didattica in classe, per dare spazio a tutti di partecipare e di fornire soluzioni creative che in presenza vengono spesso monopolizzate e, a volte, frenate dai caratteri predominanti.
    Grazie per il bello stimolo!

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  5. Una precisazione al commento precedente…
    Naturalmente grazie allo “schermo” che oltre a proteggere..offre la condizione della giusta distanza, della possibilità di riflessione e metacognizione….

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    • Grazie France per la tua riflessione. In effetti nell’articolo non ho sviluppato molto le sfumature psicologiche inerenti al giudizio, al timore di non essere all’altezza, di deludere, di essere presi in giro o esclusi, nel lavoro di gruppo. Hai arricchito non poco l’argomento.

      Una piccola nota: il brainstorming elettronico può essere utile in un contesto didattico specifico con i relativi scopi. In un ambito scolastico di base(ad esempio primaria), preferisco un ibrido tra vecchio e nuovo, cioè didattica “tradizionale” (laboratori, gruppi di lavoro, ect) e tecnologia digitale avanzata.

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  6. Infatti Carmelo, parlo proprio di ambienti integrati di apprendimento…integrazione tra l’attività in classe e la possibilità di implementarla con ambienti virtuali (piattaforme) che forniscono spazi adeguati per la condivisione, la revisione, la riflessione e la metacognizione, la comunicazione, la collaborazione, la progettazione…
    A presto

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  7. Pingback: Disegna un neurone | Neuromancer

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