Esportare la malattia mentale

Uomini che impazziscono improvvisamente distruggendo tutto ciò che li circonda, soggetti che sentono il loro cervello pericolosamente appesantirsi, paure di presenze extracorporee, angoscia di vedere il proprio membro ritirarsi dentro il corpo, individui che urinano liquidi bianchi… Scenari terrificanti e misteriosi descritti negli ultimi duecento anni e approdati, dopo circa ottocento pagine, in una minuta appendice del DSM, il sacro libro degli psichiatri.

Quelli descritti sono alcuni sintomi di sindromi culturalmente caratterizzate (“culture-bound illness”, CBI) che si manifestano, secondo la psichiatria ufficiale del DSM, soltanto all’interno di particolari culture. Una specie di relitti della colonizzazione europea nel mondo dopo la scoperta dell’America. Alla fine sono entrati dalla porta di dietro (in appendice) del manuale statistico diagnostico dei disturbi mentali la cui importanza richiama il Minosse dantesco, diagnosticando chi sia malato e chi non lo sia e che può consentire ad una agenzia assicuratrice di non concedere una polizza ad un “malato mentale” o persino decidere se un pluriomicida sia stato nel pieno delle sue facoltà mentali nella esecuzione dei suoi misfatti.

In questo periodo, con la revisione dell’ultima edizione del DSM IV-tr e la prevista uscita del nuovo DSM V nel 2013, il dr. Dinesh Bhugra, presidente del World Psychiatric Association, un’organizzazione che rappresenta circa 200.000 psichiatri di 117  paesi, ha chiesto ufficialmente di eliminare questa reliquia del passato rivedendo l’intera concettualizzazione delle malattie mentali improntate sino ad oggi dalla cultura occidentale, osservatorio privilegiato rispetto al resto del mondo. Per questo motivo è stata convocata una commissione che si occuperà di analizzare il fenomeno per risolvere la questione. Ma la questione è scottante perché va dritto al cuore di uno dei temi più delicati dell’intera psichiatria. Si tratta dello spinoso dibattito che cerca di definire quanto la cultura influisca nella definizione di malattia mentale e quindi quale sia il rapporto tra psichiatria e cultura.

La CBI, la sindrome culturalmente caratterizzata, è stata per la prima volta descritta ad Hong Kong dallo psichiatra britannico Pow Meng Yap che provava una certa frustrazione: le sofferenze descritte dai suoi pazienti non riusciva a descriverli secondo il manuale standard psichiatrico che aveva studiato. Nel 1951 pubblicò un articolo intitolato “Mental Diseases Peculiar to Certain Cultures”, Le malattie mentale peculiari di certe culture, in cui provava di documentare quei disturbi disseminati nell’esteso mondo coloniale di cui la maggior parte degli psichiatri occidentali non aveva mai sentito parlare.

Nella prima pubblicazione del DSM del 1952 non vi è alcun cenno all’articolo di Yap, nè nella seconda del 1968. Nella terza edizione del 1980 vi fa capolino una burocratica e sobria constatazione: “i sintomi culturalmente specifici […] possono creare dei problemi nell’uso del DSM III  perché la psicopatologia è unica alla cultura specifica ed anche per il fatto che le categorie diagnostiche non sono basate su una ricerca estesa alle popolazioni non occidentali (sic!)”. Ma negli anni Ottanta, persino negli States, il DSM fu preso di mira da accaniti critici che lo ritenevano un prodotto che aveva fatto il suo tempo, essendo assolutamente rappresentativo dei valori e di una cultura di appartenenza. Cito come illustri esempi l’etichetta diagnostica di disturbo mentale per l’omosessualità nelle precedenti edizioni del DSM o dell’isteria. E’ il periodo in cui l’antropologia reclama maggior spazio nel dibattito teorico per la diversità culturale. Il risultato sono le sette pagine in appendice del DSM IV del 1994, di cui vi riporto sinteticamente una selezione:

L’Amok, si tratta di un episodio dissociativo,  caratterizzato da un periodo di incubazione seguito da un attacco violento comportamentale, aggressivo, persino omicida verso persone o oggetti; gli episodi sembrano essere frequenti soprattutto nei maschi. Gli episodi sono caratterizzati anche da idee persecutorie, automatismi, amnesie e dopo l’esaurimento si torna alla situazione premorbosa.  L’origine pare essere malese, ma è un quadro comportamentale nel Laos, nelle Filippine, in Polinesia (cafard o cathard), nel Papua NUova Guinea, a Portorico (mal de pelea) e tra i Navaio (iich”aa)

La Bilis e colera (anche muina): un’esperienza intensa di irritazione o rabbia, il cui effetto è quello di sbilanciare gli equilibri interni tra le “valenze” calde e quelle fredde dell’organismo. I sintomi comprendono tensione nervosa acuta, cefalea, urla, tremore, mal di stomaco, sino alla perdita di coscienza.

Il Brain fag: un termine usato inizialmente in Africa Occidentale per descrivere una condizione di difficoltà di concentrazione, di memoria, di pensiero, con sintomi che comprendono dolore, sensazioni di peso o di apprensione, appannamento della vista. E’ stata riscontrata negli studenti liceali o universitari per le richieste scolastiche impegnative.

Il Daht: indica in India una grave preoccupazione e ipocondria associata a polluzioni, colorazione biancastra delle urine, sensazioni di debolezza e affaticamento. Simile al jiryan (India), al sukra prameha (Sri Lanka) e al shen-k’uei (Cina).

Il Koro: è un termine di origine malese che si riferisce a episodi di improvvisa e intensa preoccupazione che il pene possa rientrare nel corpo e causare la morte (per le donne riguarda la vulva e i capezzoli). Si tratta di una sindrome conosciuta nel sudest asiatico. E’ stata riscontrata occasionalmente anche in Occidente.

La Latah: ipersensibilità agli spaventi improvvisi, spesso accompagnata da ecoprassia, ecolalia, obbedienza a comandi, comportamento dissociativo o tipo trance.

La Locura: un termine usato soprattutto dai Latini degli Stati Uniti e dell’America del Sud  per indicare una forma di psicosi cronica (agitazione, allucinazioni uditive e visive, incapacità di seguire le regole sociali, violenza imprevedibile).

La Malattia del fantasma: una preoccupazione riguardante la morte dei defunti (talora associata a pratiche magiche), osservata frequentemente tra i membri di molte culture americane (sogni angosciosi, sensazioni di pericolo, perdita di appetito, svenimenti, vertigini, allucinazioni, perdita di coscienza).

Il Mal de ojo: concetto diffuso nelle culture mediterranee, si tratta di una frase spagnola che indica il “malocchio” (sonno irregolare, pianto immotivato, diarrea, vomito, febbre).

IL Pibloktoq: un episodio dissociativo della durata inferiore ai 30 minuti che presenta estrema eccitazione, seguito da convulsioni epilettiformi e coma che può durare anche 12 ore. E’ stato osservato soprattutto nella comunità eschimese dell’Artico e del sub Artico. In genere il soggetto può ritirarsi in isolamento o apparire lievemente irritabile per un periodo di ore o di giorni prima dell’attacco. Quindi allo scoppio di questo, il soggetto può stracciarsi gli indumenti, distruggere mobili, urlare oscenità, magiare feci, fuggire dai luoghi protetti, o ommettere altri atti irrazionali e pericolosi.

Il Qi-gong: una diagnosi compresa nella Classificazione cinese dei Disturbi Mentali (CCMD-2) per indicare un episodio acuto dissociativo che può manifestarsi a seguito di certe pratiche salutari popolari cinesi del qi-gong (esercizio dell’energia vitale).

Il Sangue dormido (sangue addormentato): sindrome diffusa soprattutto tra gli isolani portoghesi di Capo verde, che presenta torpore, dolore, tremore, paralisi, convulsioni, attacchi di cuore, aborti.

Il Shen-k’uei (Taiwan), shenkui (Cina): si tratta di una categoria popolare cinese che comprende vertigini, affaticamento, mal di schiena, insonnia, ansia e attacchi di panico. Essa viene attribuita ad una eccessiva perdita di seme dovuta a frequenti rapporti sessuali, masturbazione, emissione notturna, emissione di “urine bianche”.

Il Suso: sindrome diffusa tra i Latini degli USA, in Messico, nel Centro e nel Sud America, è dovuta ad un evento terrorizzante che causa la fuga dell’anima dal corpo e causa infelicità e malattia.

Il Taijin kyofusho: è una sindorme giapponese che assomiglia alla fobia sociale, cioè l’intensa paura che il proprio corpo, le sue parti e le sue funzioni, risultino spiacevoli, imbarazzanti o offensivi agli altri a causa dell’aspetto, dell’odore, delle epsressioni mimiche e dei movimenti.

Lo Zar: un termine generico diffuso nell’Africa sud-sahariana e nel Medio Oriente per indicare l’esperienza di possessione spiritica di un individuo. Quindi caratterizzata da sintomi dissociativi insieme a risa, grida, testate contro i muri o pianto. Tutto dipende dalla durata della presenza dello spirito.

Un vero e proprio museo esotico di sintomi che, in fondo, un po’ riecheggiano certe resoconti dei pazienti di un ambulatorio psichiatrico italiano. C’è qualcosa di stranamente familiare. Nella mia pratica clinica d’altra parte, confesso, di trovare esotici certi stili comportamentali di famiglie provenienti da diverse regioni italiane. Ma nel caso delle CBI si tratta di folk illness, cioè di malattia popolare con radici che affondano in antichi riti e concezioni del mondo piuttosto lontani dalla dimensione occidentale. Stabilire sino a che punto sia folclore, psichiatria, cultura e addirittura espressione religiosa o artistica di una etnia è una questione indecidibile. Le conclusioni sono rimandate e il dibattito è aperto.

Certo, stabilire cosa sia la malattia mentale è importante, come ho accennato prima. Da una parte ci sono ricercatori che cercano di individuare i meccanismi mentali sottostanti dei disordini mentali, universali in tutti gli uomini (riducendoli alla biologia, alla genetica, ai neuroni, alla chimica), dall’altra ci sono (spesso) clinici e antropologi, storici ed educatori che spiegano quanto sia relativo il concetto di malattia e di sanità. Per un teorico della “malattia unificata”, la CBI non è altro che un comune problema psichico che si manifesta in differenti ambienti, gli psichiatri antropologi affermano invece che la cultura influisce molto di più che nell’attribuire un nome ai disturbi mentali universali. Il primo caso possiamo definirlo un atteggiamento nomotetico, in cui si prova a trovare leggi generali; il secondo caso è un atteggiamento ideografico, in cui ciò che conta è l’irriducibilità del caso particolare. A voi la scelta.

Il DSM è stato concepito dall’Associazione degli Psichiatri Americani ed è quindi profondamente intriso da una mentalità che almeno noi europei siamo in grado di percepire, comprendere e giudicare (fino ad un certo punto). Sembra che quei disturbi esotici in appendice del DSM quanto più distanti siano dal modo di pensare e sentire occidentali, tanto più sono declassati a manifestazioni culturali folcloristiche. Oggi la revisione editoriale del DSM sembra aprire un nuovo capitolo, forse sull’onda di un riconoscimento collettivo dei recenti clamorosi errori. Se prima si era addirittura cercato di esportare democrazia, oggi si prova almeno a non esportare la malattia mentale.

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2 pensieri su “Esportare la malattia mentale

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