Cretinoso, degenerato e geniale

ResearchBlogging.orgUn gruppo di ricerca svedese ha analizzato i dati anagrafici di circa 300.00 pazienti con disturbi mentali tra il 1973 e il 2003. Lo scopo è stato quello di verificare le possibili correlazioni tra malattia mentale e creatività.

I ricercatori hanno chiesto al centro nazionale del censimento svedese di poter raccogliere dati sul tipo di lavoro che i soggetti psichiatrici (schizofrenia, disturbo bipolare e depressione) svolgevano e sulla condizione professionale dei familiari. Nella raccolta dei dati hanno fatto attenzione se i casi psichiatrici si occupassero di una professione “creativa”, ad esempio se fossero designer o fotografi (visual artist), musicisti, attori, scrittori (non-visual artist) o accademici, cioè insegnanti universitari. Come potete osservare nel grafico sottostante, le analisi statistiche hanno messo in evidenza che coloro i quali erano affetti da disturbo bipolare (oppure un fratello o una sorella di un bipolare) svolgevano un lavoro creativo. Per quanto riguarda la schizofrenia il quadro appare più complesso: pazienti schizofrenici statisticamente non erano associati a lavori creativi, ma esserne un familiare ne aumentava la probabilità. La depressione unipolare sembra non essere correlata.

 

 

E’ interessante notare che l’analisi non è stata direttamente condotta sulle misure specifiche del quoziente intellettivo (QI). Eccetto per alcuni dati che, estratti dal servizio militare, hanno evidenziato per il gruppo degli uomini che in generale i tipi creativi avevano una media superiore di QI, mentre i pazienti presentavano una media leggermente più bassa rispetto al campione, rafforzando il valore della correlazione tra pazienti psichiatrici e creatività a prescindere dal concetto di intelligenza.

C’è da aggiungere che non tutti i pazienti schizofrenici hanno fornito una valida risposta riguardo alla loro occupazione (il 45%), comparati al 75% dei bipolari e dei depressi, mentre nel gruppo di controllo si raggiungevano stime dell’80%. In generale non è così scontato che le persone forniscano informazioni personali sullo stato della propria occupazione. Ecco perché i ricercatori hanno cercato di aggirare questo ostacolo scandagliando i dati dei familiari quando non ottenevano informazioni dai soggetti schizofrenici.

Aggiungo che in questo tipo di ricerche è importante non trascurare il ruolo dell’influenza ambientale e familiare. E’ curioso infatti che non ci siano differenze significative tra pazienti bipolari e i loro familiari (non bipolari) rispetto alla categoria dei lavori creativi, cioè entrambi statisticamente si occupano di lavori creativi. Questo dato potrebbe far pensare o ad una condivisione genetica fra familiari (correlata quindi alla creatività…?) o a fattori socio-economici a monte di questa interessante connessione. Oppure, azzardo, potrebbe semplicemente trattarsi di un campione di individui rappresentativi della classe media, condizione socioeconomica che potrebbe soppiantare il fattore esplicativo psicologico con quello sociologico…

Certo, è una ricerca che va ad ingrossare l’enorme produzione scientifica che (vanamente) ha cercato e cercherà di scovare il legame affascinante tra la creatività e il disturbo mentale, tra genio e follia. Personalmente mi colpiscono le dimensioni del progetto, i numeri del campione e il fattore longitudinale. Sarà necessario approfondire e replicare l’indagine, anche al di fuori del contesto scandinavo. Forse però noi italiani ci abbiamo pensato prima.

Infatti nelle mie letture mi sono imbattuto in queste bizzarre ipotesi di Cesare Lombroso ne L’Uomo Delinquente (1876), che scriveva: “nei paesi freddi la resistenza alla vita sarebbe maggiore, per la maggior difficoltà dell’alimento, del vestiario e del riscaldamento, ma appunto per questo vi è minore l’idealità e l’instabilità; il freddo eccessivo rende l’immaginazione assai più lenta e meno irritabili e mutevoli gli animi; d’altronde dovendo l’uomo supplire con molto combustibile ed enormi dosi di alimento carbonioso al difetto di calore, consuma forze che vanno a detrimento della vitalità individuale e sociale. Da ciò, e dall’azione indiretta depressiva sui centri nervosi, si originano la maggior calma e dolcezza…” (il corsivo è mio).

Poi aggiunge: “la storia non segnala alcun esempio d’una regione tropicale in cui il popolo siasi sottratto alla servitù; nessun esempio il cui caldo eccesivo non abbia dato luogo ad un’abbondanza di nutrimento […], a regione della minore resistenza che acquista l’uomo alla lotta avendo bisogno di combustibile, di vestiario e di cibo; da questa ragione l’uomo è tratto all’inerzia […], l’inerzia resa necessaria dal caldo eccessivo, ed ispirata dal sentimento abituale di debolezza, rende l’economia più soggetta alle spasmodie, e quindi al fanatismo religioso e dispotico; di qui lo esagerato libertinaggio che si alterna coll’eccessiva superstizione, come l’assolutismo più duro colla sfrenata anarchia”.

A nord gli individui sarebbero più depressi e operosi, mentre al sud sembra che gli individui siano più dediti alla passionalità (forse sono più schizofrenici o borderline?), grazie ai fattori climatici e geografici. Insomma, sebbene sembra esporre una differenza antropologica tra nord e sud, è intrigante la coincidenza fra la ricerca “nordista” svedese e l’analisi opinabile del Lombroso. I ricercatori svedesi mostrano che la depressione bipolare è correlata con un lavoro creativo e più di cento anni prima il criminologo italiano spiegava che i popoli del nord per l’azione (termica) indiretta depressiva sui centri nervosi fossero più inclini ad immaginazione assai più lenta e meno irritabili e mutevoli gli animi.

Certo il disturbo bipolare si distingue da quello unipolare perché, oltre a quella depressiva, prevede nel quadro diagnostico la dimensione maniacale. E poi la mia coincidenza potrebbe apparire un po’ forzata. Tuttavia la ricerca svedese, insieme a tutto il relativo genere, richiama quell’irresistibile tendenza ad attribuire ad una dimensione mentale (o fisica, o neurologica) una connotazione socioculturale (la creatività professionale) che, in un modo o nell’altro, finisce per generare dei comportamenti sociali anche discriminatori. Ecco perché l’idiozia o il genio sono arbitrari giudizi di realtà, che ci dicono molto su chi li emette e pochissimo sul presunto oggetto da spiegare.

A proposito, c’è un aneddoto significativo su una visita di Lombroso a Tolstoj, ben documentato in un libro di Mazzarello (2005). Il medico italiano era andato nell’agosto 1897 a Mosca per il 12simo Congresso Internazionale di Medicina, ma in realtà aveva soprattutto intenzione di incontrare l’autore di Guerra e Pace allo scopo di verificare la sua teoria sulla relazione tra genio e follia. Lombroso riteneva infatti che Tolstoj fosse “di aspetto cretinoso o degenerato (lo stesso pensava di Socrate, Ibsen, Darwin, Dostoyevsky), come aveva dimostrato in uno dei ritratti pubblicati nella sesta edizione de L’uomo di Genio (1894). Lombroso con la sua ostinata insistenza era riuscito a superare gli ostacoli eretti dalla polizia e finalmente ebbe il permesso di incontrare Tolstoj a Yasnaya Polyana.

Quando si incontrarono, Lombroso volle verificare la sua teoria che prevedeva una connessione tra genio e degenerazione. Ne trovò conferma, dichiarando che Tolstoj fosse affetto da “psicosi epilettoide”, tara ereditaria di una malattia mentale rintracciabile sia nei suoi antenati sia nei suoi figli. Non fu comunque un incontro felice. Tolstoj, successivamente, avrebbe scritto nel suo diario: “…Lombroso è venuto qui. E’ un vecchio uomo ingenuo e limitato” (27 agosto 1887). Mazzarello osserva che, proprio in quei giorni, il celebre scrittore russo stava portando a termine Resurrezione nella cui storia c’è l’arringa di un avvocato imbevuto di idee lombrosiane che  ad un certo punto è richiamato all’ordine dal giudice della corte “nel non andare oltre i limiti!”, mentre un altro collega afferma che è “un uomo molto stupido”.

La visita moscovita di Lombroso rivela certi aspetti che sintetizzano la personalità del bizzarro scienziato criminologo: da un alto, la sua abilità a elaborare interessanti teorie e a verificarle sul campo tramite l’osservazione diretta, dall’altro lato però le lacune metodologiche e le scarse dimostrazioni appaiono inconfutabili. Probabilmente, lo sforzo di trovare legami (magici) tra follia e genio, tra aspetto fisico e condizione mentale, era condizionato dall’essere un uomo del sud europeo che, come egli stesso aveva osservato, era condizionato da una passione per la ricerca”assoluta”, “libertina” e “superstiziosa”.

Kyaga, S., Lichtenstein, P., Boman, M., Hultman, C., Langstrom, N., & Landen, M. (2011). Creativity and mental disorder: family study of 300 000 people with severe mental disorder The British Journal of Psychiatry, 199 (5), 373-379 DOI: 10.1192/bjp.bp.110.085316

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