Chi ha paura di Virginia Woolf?

Il dramma teatrale Chi ha paura di Virginia Woolf? (1962) è stato scritto da Edward Albee e nel 1966 ne è stata realizzata una versione cinematografica interpretata dal duo Richard Burton ed Elisabeth Taylor.  Ho tratto dal film un breve, incredibile dialogo fra i protagonisti che mi ha sempre particolarmente colpito per due principali ragioni: esso rappresenta un magnifico esempio su alcune curiose caratteristiche della comunicazione umana (con tutte le problematiche psicopatologiche che ne possono derivare) e aiuta a riconoscere il ruolo del “gioco” in termini narrativi nella descrizione di un sistema umano (coppia, famiglia, gruppo).

Ecco la trama in breve: l’azione si svolge nel soggiorno di una casa vicino ad una università del New England. E’ notte fonda e i protagonisti sono 2 coppie. George e Martha sono i padroni di casa che tornanano da una festa di facoltà alle due di notte insieme a Nick e Honey. George ha 46 anni ed è professore nella facoltà di storia, Martha è la figlia del rettore, ha 52 anni, è formosa, esuberante ed attraente. Nick è un trentenne insegnante della facoltà di biologia e ha sposato Honey perché credeva che aspettasse un bambino quando in realtà si trattava di una gravidanza isterica; probabilmente la ricchezza del suocero ha pesato molto sulla decisione di sposare Honey. Le due coppie intavolano una serie di giochi di verità e, soprattutto i padroni di casa, mettono a nudo i loro segreti: “Martha accusa George di essere un fallito portato in alto professionalmente dal padre di lei, George accusa Martha di essere una bambina viziata buona a nulla ed entrambi approfittano dell’ingenuità dei loro due giovani ospiti per prendersi gioco di loro e dei loro problemi di coppia”.

 

 

Il pezzo che mi interessa è al minuto 1 e 18 secondi:

George: Sì amore… desideri qualche cosa?
Martha: Ehm, ma certo… potresti accendermi la sigaretta se ne hai voglia…
George: No… a tutto c’è un limite, uno può subire fino ad un certo punto senza scendere un piolo o due nella scala dell’evoluzione e qui siamo nel vostro campo (rivolgendosi a Nick): quindi io posso tenerti per mano quando è buio e tu hai paura dell’orco o seppellire tutte le bottiglie di gin che hai scolato finché nessuno le veda. Ma io non ti accenderò la sigaretta. E questo, come si dice, è quanto.

Nella prima parte del dialogo è interessante notare l’errore che compie George quando afferma che Nick si occupa di storia. Da un lato sembra voler sottintendere nei riguardi di Nick che le attenzioni che riceve da Martha in realtà sono una manovra per ingelosire se stesso. D’altra parte, è in atto una specie di gioco di società in cui è venuto il momento di prendere in giro il padrone di casa (“è un topo di biblioteca”, “un pidocchio”, “uno scarafaggio”, “un rospo”). Questi sembra aver appeso un cartello su cui è scritto: “prendetemi a calci“. Sembra che George nei suoi errori linguistici, nell’attitudine a bere ai margini del gruppo e nell’apparente rassegnazione della sua posizione “sottomessa”, ridicolizzata dalla moglie, stia al gioco. Un depresso (ai limiti della paranoia secondo lo psichiatra Eric Berne) in genere assolve compiutamente questo ruolo: le mie disgrazie sono le più gravi di tutti quanti.

D’altro canto, Martha manifesta una attacco volgare, i cui epiteti verso George sembrano quasi onomatopee che rafforzano la sua tattica di umiliazione. Lo scopo è quello di esibire un’immagine “smidollata” del marito, a prescindere dai contenuti, proprio attraverso l’espressività esibita del comportamento, la chiamata al riso, allo sbeffeggiamento, la tonalità cordialmente mortificante della voce, lo sguardo collusivo con il giovane professore. Fino a quando sollecita l’attenzione di George (“ehi rospaccio!”). George abbassa leggermente il capo, si avvicina a lei togliendosi gli occhiali (per ricevere uno schiaffo?). Martha lo invita ad accenderle la sigaretta. La richiesta è fasulla perché ciò che finora conta è il quadretto della relazione coniugale che Martha vuole mantenere all’attenzione. Potremmo sostenere che sinora lo ha portato avanti in modo “analogico” più che semantico.

George però dice di no, “a tutto c’è un limite”. Noi sappiamo che il limite è stato passato molto prima, sin dalla prima battuta di questi due minuti di dialogo. George sta naturalmente contrattaccando. Dalla posizione one-down (lui è stato down) del “rospaccio” ha trovato un momento in cui può sorprendere Martha indifesa, in quella “affettuosa” richiesta di accensione della sigaretta. Lo fa, per un osservatore esterno (malaccorto), in modo psicotico: cioè si arrabbia per l’innocua richiesta invece che per tutti gli attacchi ingrati e umilianti della consorte. Lo fa in modo superbo con una manovra sofisticata in cui rivela alcuni tristi e simbolici antefatti della loro convivenza. Regola la sua aggressività con sapiente mossa scacchistica però affinché la sua azione di contrattacco non sia conclusiva (la regola del gioco è che non finisca mai il gioco!). Insomma, dal livello di relazione che la moglie andava attaccando, lui prende alla lettera le parole, punta sul contenuto.

Queste oscillazioni sono presenti per tutto il testo teatrale che Watzlawick ha analizzato nel suo libro dedicandogli un capitolo intero. Io ho voluto soffermarmi personalmente su questa microsequenza perché mette a nudo una serie di dinamiche tipiche di un sistema: l’inevitabilità della comunicazione (quindi anche del silenzio), i livelli di relazione e contenuto, il rapporto simmetrico o complementare nella relazione e la funzione narrativa del gioco che serve a conservare l’omeostasi e la coerenza interna del sistema.

Questi due minuti possono essere interpretati teoricamente in una infinità di modi. Ciascuno dei 4 partecipanti potrebbe parlare di ciò che noi osserviamo in una maniera completamente differente l’uno dall’altro. Quando i due livelli della comunicazione diventano incongruenti e paradossali, cioè quando i protagonisti non riescono più a metacomunicare, la comunicazione diventa via via psicopatologica. Ciò detto, se vi state domandando quale possa essere la soluzione o un tentativo di terapia, vi dico: nessuna! Per il semplice motivo che i partecipanti non chiedono un aiuto… In realtà, per definizione sistemica, né Martha, né George possono ritenersi individualmente disturbati: stanno solo giocando un gioco matto.

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3 pensieri su “Chi ha paura di Virginia Woolf?

  1. Sai troppo bene che relazioni di questo genere sono diffusissime. La nostra mente è troppo ampia e i nostri desideri largamente inesaudibili per non essere più che spesso sotto stress.Da vecchio appassionato dell’etologia non posso non rilevare nella donna il tipico comportamento antistress: definire le gerarchie è un modo per eliminare un po’ di stress. E per definire le gerarchie niente di meglio che ridicolizzare qualcuno, mettendolo dietro di sè nella scala gerarchica. Questo acquieterà la consapevolezza del proprio fallimento, non importa se reale o presunta.
    E’ interessante come il tipo di George possa definirsi a carica lenta, in genere assai esplosiva quando deflagra, e quasi sempre scatenata da eventi risibili.
    Che mi vuoi diventare una Simona Argentieri?

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    • Riguardo al primo punto etologico, mi piace 😉 Ma attenzione che “sistemicamente” la gerarchia è “circolare”. Il gioco relazionale in quanto circolare rende arbitrario ogni tentativo di punteggiatura lineare, che noi, osservatori esterni (curiosi), adattiamo all’oggetto osservato.

      Riguardo al secondo punto, devo confessarti che non conoscevo la dottoressa… addirittura pensavo che fosse una presentatrice televisiva (sono saltato dalla sedia, ecco…). Uhm, no, no, credo proprio che non riuscirei a diventare uno psicoanalista. A meno che i buddisti ci abbiamo azzeccato e, per punizione (cattolicamente parlando), mi tocchi rinascere nell’organismo di uno/a psicoanalista… 😉

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  2. Ha una rubrica dal titolo Una psicoanalista al cinema su Mente&Cervello, e fa recensioni cinematografiche in chiave psicoanalitica, ecco perchè lo dicevo.
    Quanto alla chiave etologica ben so che non è mai definitiva e appunto “circolare” come dici. Resta comunque un metodo per eliminare (parzialmente o totalmente) lo stress.

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