Empatia e Karate

Durante la ricreazione si è avvicinato Manfredi* e mi ha suggerito di accompagnare Giulio in palestra per provare lezioni di karate. “Sono sicuro che potrebbe essere utile per Giulio” (autistico di 11 anni), mi dice Manfredi avvicinandosi perché mi sta confidando un consiglio prezioso. Gli chiedo il motivo per cui frequenta un corso di karate. Mi guarda dritto negli occhi: riesco alzare il piede sino alla tua fronte, maestro. Mi tocco istintivamente la fronte, penso alla mente. Lo guardo negli occhi azzurri, non so quanti secondi passano ma gli dico che il karate è uno sport molto particolare perché nessuno vince. Lui ribatte subito che ci sono le gare. Però aggiunge che in effetti serve a difendersi piuttosto che a colpire.

Se penso alla difesa, in effetti Manfredi appare molto vulnerabile col suo fisico gracile e di statura bassa. Con i capelli biondi come il grano e la carnagione chiara e delicata ha le fattezze di un cherubino dei paesi del nord. Talvolta l’energia che sprizza dalle membra sembra non poterla domare, sente il calore sprigionarsi e beve tantissimo. Sono diminuiti questi momenti, chissà se sia merito del karate. “Maestro facciamo molti esercizi fisici per il corpo, il respiro e il pensiero”. Già, gli rispondo, se ci pensi il karate è una delle discipline delle arti marziali. “Eh sì maestro”, si fa sempre più serio Manfredi. Le sue labbra sempre sogghignati stavolta sono serrate e corruga la fronte. Non mi aspettavo questa serietà. “Sai con gli esercizi sul respiro si allarga il torace e il corpo sembra essere tutt’uno con la mente”. Non è semplice, mi dice son severa osservazione.

A questo punto mi accorgo che appena metto le braccia conserte, lui fa lo stesso. Gli dico che il karate potrebbe essere utilizzato come un’arma, ma se concepito come uno strumento di cura cessa di essere un pericolo per le persone. Manfredi mi ascolta serio, attento e approva col capo. Sembra dondolare leggermente avanti e indietro con la testa. Come se ascoltasse musica per le sue orecchie. Però mi accorgo con stupore che pure io muovo il capo lievemente verso di lui. Oscilliamo approvando e a ritmo intervallando approfondimenti essenziali sui termini “arte”, “marziale”, kimono. Sulle prede e i predatori, sul rispetto e il perdono, sull’amicizia e l’autismo.

Questo episodio è successo durante la settimana appena trascorsa. Ho voluto trascriverlo perché mi ha colpito parecchio quel dondolamento che in parte assomiglia ad una specifica stereotipia di Giulio. E’ una specie di sintonizzazione tra due persone (tuning) che mi ha fatto pensare all’empatia e alla compassione dei buddisti (il pretesto è stato l’ingresso di un nuovo ragazzino con genitore buddista proprio questa settimana). Eppure non ritengo che sia appropriato ritenerle delle vere e proprie emozioni. Piuttosto sono delle “esibizioni” tra emozioni di due persone.

Paul Ekman, un importante studioso delle emozioni umane (a lui si deve la scoperta delle sei emozioni basiche dell’uomo e le sue ricerche sono state alla base della ideazione della serie televisiva “Lie to me”), in uno dei suoi testi propone un’articolazione sofisticata del concetto di empatia. Nell’empatia cognitiva riconosciamo che cosa una persona sente, nell’empatia emozionale noi sentiamo cosa sente una persona, nell’empatia compassionevole vogliamo aiutare l’altro ad affrontare la sua situazione e le sue emozioni. Questa riflessione fa parte, se non sbaglio, del capitolo che tratta del disgusto e del disprezzo. Queste con le altre emozioni che proviamo, le consideriamo come elementi inoppugnabili del nostro stato interiore.

Si tratta di una distinzione chiave che mi fa riflettere: le emozioni in genere si esprimono, i sentimenti sono fatti privati. Difficilmente concediamo di parlare dei nostri sentimenti intimi che vanno ad inserirsi nella nostra memoria autobiografica. E ho pensato in quell’episodio con Manfredi che il modo in cui distinguiamo i fatti interni da quelli esterni sia una proprietà cognitiva speciale. Non tutte le culture si riferiscono a questi aspetti con le stesse parole e simili concezioni. L’aspetto dicotomico tra “dentro” e “fuori” probabilmente è un concetto prelinguistico che accomuna i gruppi sociali nelle differenti geografie, se tale distinzione è basata sul confine (anche metaforico) che separa interno da esterno, come sembrano suggerire le affascinanti ricerche sulla mente incarnata. Nel mondo occidentale abitualmente ci riferiamo al corpo come la dimensione esterna del nostro essere e alla mente per quella interna. Mi piace pensare a Manfredi alla seria ricerca del suo confine tra il mondo e la propria curiosità di affrontarlo.

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Un pensiero su “Empatia e Karate

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