Il Gioco del Matto

Dopo 4 anni di volontariato come psicoterapeuta in un centro di Salute Mentale, non riesco ad osservare in modo imparziale gli alunni della scuola primaria dove lavoro. In questa fase della vita, il bambino inizia ad essere istruito, cioè riceve un sistema di conoscenza culturale, di pratiche sociali e convenzionali elaborate dalle generazioni precedenti. Dovrà ragionevolmente apprendere, maturando sofisticate tecniche cognitive e applicandovi un pizzico di novità personale. Quindi, oltre la conoscenza appresa c’è anche la storia individuale. Il bambino non riproduce soltanto istruzioni, ma racconta i suoi temi di vita. Ogni bambino esprime le sue storie con emozioni personali: la curiosità, la rabbia, la vergogna, la timidezza, la colpa, la giustizia, la paura, la generosità.

E’ capitato l’altro giorno che Piero* ha iniziato a manifestare la sua rabbia contro i compagni (ingiurie, accuse infondate, disperanti sensi di colpa) e allora ho immaginato i componenti della sua famiglia intorno a lui. Non parlavano nella mia fantasia, semplicemente reagivano con le espressioni facciali. Un modo che mi aiuta, alle volte, a capire verso chi sia indirizzata l’emozione espressa. Però, nell’episodio è accaduta una cosa in particolare che mi ha colpito: mentre cercavo di descrivere a Piero le conseguenze del suo comportamento, egli non mi guardava dritto negli occhi. Anzi, sembrava proprio che non ascoltasse, come se fosse sopra le nuvole, incantato, con un lieve sorriso. Un atteggiamento privo di interesse verso le mie osservazioni.

Ora, che la rabbia sia uno strumento di comunicazione fondamentale per un bambino, mi pare che sia chiaro. Lo scopo della rabbia è quello di orientare l’attenzione della figura di riferimento su di sé per motivi che adesso non ci interessano. Niente di strano, ci comportiamo analogamente con il partner, con l’amico, con il collega, variando sequenze di atteggiamenti tattiche con assoluta naturalezza. La cosa interessante è che, nell’esortare Piero ad ascoltarmi, ridestatosi ripeteva la sequela di spiegazioni estranee al filo del discorso nel quale mi sforzavo di coinvolgerlo.

Mi sentivo incastrato non sapendo come raccapezzarmi, perché le emozioni espresse da quel viso “insolitamente” dolce come un angioletto (immaginate una faccia delicata, capelli dorati, occhi malinconici come un adulto) per me non erano congruenti con la conversazione che stavo intavolando. Era lì di fronte a me, ma lontano mille miglia. Poi si affacciava nella mia pausa e attaccava il disco automaticamente dall’inizio. Una ridondanza efficace. Perché ha capito che può avermi vicino più ancora della maestra (che in questo periodo è all’angolo).

Questo meccanismo comunicativo inqualificabile (“non so se mi stai ascoltando davvero: esisto per te?), io l’ho conosciuto nelle famiglie con pazienti psicotici, ma in dimensioni drammatiche non sovrapponibili alla condizione di Piero. Nei casi clinici, c’è un’incredibile impossibilità a dare o ricevere conferme. Selvini Palazzoli e colleghi, rappresentanti della Scuola di Milano, sono stati i primi a trattare (in Italia) i pazienti psicotici con un approccio sistemico – familiare. Nei casi clinici osservati dai ricercatori, nessuno scopre le carte del gioco. Per spiegarmi meglio, c’è una rigorosa cautela ad esporsi con chiarezza per non ricevere un’ennesima squalifica.

La relazione tra i familiari sembra come sospesa, inaccessibile ad una esplicita definizione, cioè nessuno si assume la responsabilità di esporre una versione definita dei fatti o di accettarla da un altro membro della famiglia. L’importante è non svelare e rimanere criptici. Faccio, ma non faccio.  Dico, ma non dico. Penso, ma non penso. Sento, ma non sento… E’ una carrellata di paradossi formidabili, cui si rimane incastrati per l’efficacia omeostatica. Il gruppo si conserva e autoalimenta i comportamenti con particolare cura.

In queste famiglie, chi tenta di esporsi può incorrere ad una squalifica che non può sopportare più e cerca allora di squalificarsi prima ancora di esporsi, per evitare la disconferma prevista. Provate ad immedesimarvi: come posso prevenire una squalifica? Evitando di esporre esplicitamente il parere personale sui rapporti tra le unità familiari. Strategicamente il paziente psicotico, nel prevenire la squalifica dell’altro, cerca di squalificare subito la propria definizione della relazione: diventa un altro, un estraneo, uno che non ci sta con la testa. In fondo gioca le regole matte della famiglia. Esse sono sotterrane e si manifestano agli occhi del terapeuta tramite paradossi e controparadossi.

Perché la disconferma è così pericolosa? Che cosa è la disconferma? Essa non è una conferma e nemmeno un rifiuto. Si tratta di un comportamento sistematico che offre sostanzialmente questo messaggio: “non prendo atto di te, non ci sei, non esisti“. Se ci pensate una conferma è desiderabile e un rifiuto è accettabile nonostante la sofferenza che può suscitare. Invece la disconferma e la squalifica (avresti potuto fare meglio…) nel loro utilizzo sistematico sono tremendamente minacciosi perché mettono in discussione il riconoscimento personale, la percezione della propria esistenza agli occhi dell’altro. Nella psicosi, dal livello verbale si passa alla disconferma a livello relazionale, con l’espressione facciale, del movimento del corpo, del suono della voce, della direzione degli occhi.

Paradosso del paradosso: non solo il paziente teme di non essere riconosciuto per cui non gli resta altro che giocare al matto. C’è anche la possibilità che l’autore del messaggio che squalifica (madre o padre), possa disconfermare se stesso mediante un comportamento di estraneità, di essere altrove, assente e irraggiungibile, come afferma drammaticamente un ragazzino: “io mi sforzo di obbligare la mamma a materializzarsi!”. Dietro ad un paziente psicotico, c’è una famiglia psicotica.

Annunci

7 pensieri su “Il Gioco del Matto

  1. Prima di postare il mio articolo su G+ stavo leggendo questo “Come crollano i mercati”. Come al solito la mia lettura non è lineare. Leggo quello che mi interessa saltando da un capitolo all’altro. A un certo punto c’è questo (a proposito del prendere decisioni da parte degli esperti finanziari): “”Non lo so” è spesso la risposta più appropriata a domande che riguardano il prendere decisioni”.
    L’idea è questa: quando non si sa decidere, le emozioni lo sanno. Se la ragione (i.e. la cognizione) soffre per la mancanza di dati l’emozione non lo fa: a lei basta pochissimo per decidere. E in effetti, le descrizioni che tu fai collimano benissimo. A un problema della scelta si risponde per via emotiva (anche per l’immaturità dei circuiti cognitivi, in questo caso).
    Seconda osservazione: molti anni fa Erving Goffman parlò, nei classici Asylums e altri, di un aspetto particolare di coloro che erano rinchiusi in manicomi e penitenziari: spesso, costoro, agivano in modo da “non essere più se stessi, da non riconoscere come proprio l’ambiente in cui si trovavano” per riuscire a sopportare se stessi in quelle condizioni. E’ il tuo bias della disconferma? Sinceramente non lo so ma potrebbe esserci attinenza.
    Quando dico che, scava scava, alla fine usciamo fuori a fondamentali dell’agire emotivo, intendo proprio questo: se è possibile riconoscere una identica origine a questi due comportamenti noi impariamo qualcosa a proposito del prendere decisioni e a proposito di quello che la natura ha approntato per farcele prendere comunque.
    Quando tu dici che dietro un paziente psicotico c’è una famiglia psicotica o dietro decisioni sempre emotive ci sono storie di ambienti familiari che fanno altrettanto fai un’osservazione giusta, ma dopo interesserebbe capire se è possibile ottenere un’inversione attraverso l’uso cognitivo e se, al di là dei casi sostenuti da differenze delle strutture cerebrali, sia possibile un’educazione generale alla soluzione dei conflitti.
    Bel pezzo, come sempre.

    Mi piace

    • L’esempio dei malati rinchiusi nei vecchi manicomi (in realtà esistono tutt’oggi strutture molto simili nei suoi aspetti disumani) è molto appropriato. C’è da dire che la reclusione di una volta era anche parte di un costume socioculturale che esplicitamente emarginava i “malati mentali”. Come diceva R.D.Laing, “people stop acting insane when you stop treating them like are insane”.

      Non so risponderti se sia possibile un’educazione generale alla soluzione dei conflitti. Le emozioni, nella loro dimensione interpersonale (ed etologica) sono algoritmi efficaci e vanno dritto allo scopo. La cognizione permette di arricchire la sequenza memoria-schema-azione dell’emozione grazie alla sua “casuale” emergenza evolutiva che ha avuto successo riproduttivo.
      A questo successo contribuisce in maniera decisiva la cultura, che aggiunge complessità cioè imprevedibilità.
      Questo significa che la psicologia probabilmente si sposterà sempre su ipotesi probabilistiche non tanto per la caoticità di un’emozione, quanto per “la rottura dell’equilibrio” arrecata dall’attività cognitiva.

      Mi piace

  2. Pingback: Chi ha paura di Virginia Woolf? | Neuromancer

  3. Pingback: I paradossi in psicologia | Neuromancer

  4. Sig. carmelo di mauro io avrei bisogno di una visita si tratta di un problema che ritengo piu che urgente e vorrei parlarle in privato…vorrei sapere anche dove lei riceve per le visite.Spero mi risponda in fretta

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...