Lunghezza d'onda

Psicologi e psichiatri: andateci piano con le parole! Sono a contatto con mamme e insegnanti, dato che lavoro a scuola sei ore al giorno. Spesso mi chiedono un consiglio o un parere su quanto ha detto loro uno psicologo. Certo, come si suol dire, bisogna “prendere tutto con le molle”, perché sono informazioni di seconda mano riferite dal genitore che spesso è parte integrante nel problema del figlio. Però non è un caso se ascolto sovente diagnosi professionali così strampalate. In realtà, non mi stupiscono certe affermazioni. Per molti psicologi è irresistibile la tentazione di propinare consigli prescrittivi e psicopedagogici. In un esempio recente di attacco di panico, la psicologa di turno ha dichiarato che “(Giulia*) ha perso la sua corazza e deve ricostruirne un’altra”.

I problemi emotivi destano le più vive attenzioni. Sono percepiti in modo negativo e si chiede un aiuto soltanto quando esplodono, quando non sai cosa fare. La rabbia che tracima in un comportamento aggressivo o l’angoscia di un attacco di panico in genere sono quegli scenari emotivi più “stressanti” per un insegnante o un genitore. Situazioni che suscitano talvolta una serie di analisi e suggerimenti tecnici fondati su teorie (da dimostrare nonostante la bontà esperenziale). Ma è più importante innanzitutto sapere  come si è arrivati alle crisi, piuttosto che ricevere istruzioni di intervento. Quali processi hanno condotto agli scompensi? Perché sono emersi in un dato momento piuttosto che in passato? Quale stato emotivo non si riesce a decodificare?

E’ proprio nell’interfaccia tra due livelli, esperienza immediata e spiegazione relativa, che si può provare ad individuare una microsequenza narrativa che generi un significato stabile. Se vi è un attacco d’ansia, non mi importa che la ragazza abbia “perso la sua corazza”, piuttosto mi chiedo come mai non si sono manifestate prima le crisi. Il legame tra emozione e spiegazione connessa si è sganciato, interrotto. La paziente non riesce più a “leggere” la sua esperienza che assomiglia ad un errore tipografico, come una pagina staccata. Non è in grado inoltre di riconoscersi come parte attiva del guaio emotivo, ad auto-riferirsi  l’esperienza perturbante (etichettandola come una malattia esterna e un evento ingiusto che casualmente gli è capitato) e a decodificare.

Non è facile riuscire ad osservare in terapia questa dinamica autoreferenziale. Dopotutto, il paziente giunge in terapia come se fosse un supersite: ha “subito” una crisi di panico, una tempesta di sensazioni incontrollabili. Si è come interrotta la connessione coerente tra come si sente e come si spiega il suo sentire. Un’interruzione narrativa sembra uno scarabocchio cui si cerca di dare un senso che non hai mai avuto, con notevoli effetti sulla stabilità mentale e relazionale. E’ una dura prova per il terapeuta saper distinguere i due livelli dell’esperienza immediata e della spiegazione. Non è semplice: è il famoso problema di distinguere la teoria dai fatti. Può capitare che lo psicologo caschi in questo tranello epistemologico.

Mi spiego con un aneddoto: amici universitari che studiavano fisica spesso mi parlavano del colore della luce come se dipendesse dalla lunghezza d’onda. Ad esempio, il rosso è dovuto ad una certa frequenza d’onda. Ho la sensazione che la maggior parte dei fisici (incauti) ritiene che la frequenza d’onda sia un fatto: forse sarebbe più saggio affermare che l’unico fatto è l’esperienza immediata (qualia) che le persone hanno del colore; la lunghezza d’onda è una delle spiegazioni (impersonali) che noi ci diamo di questa esperienza. L’esperienza del colore esisteva già prima e rimarrà tale quando verrano proposte altre teorie.

Allora, riprendendo l’esempio del problema d’ansia, la ricostruzione degli episodi non sarà più connotata in termini polizieschi in cerca di indizi allo scopo di scovare  la spiegazione oggettiva. Non ha più senso sentenziare come si sono veramente svolti i fatti e come ci si  dovrebbe comportare, vagliando se quanto afferma il paziente corrisponda a qualcosa che sia successo realmente. Piuttosto meglio puntare su quanto viene riferito dal paziente sulla sua esperienza immediata, che ne ricostruisce la sequenza scena per scena, attraverso la quale rintraccia la coerenza (interna) tra emozioni e spiegazioni. Perché in fondo, le teorie servono ai terapisti, non ai pazienti.

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