Animati, Intenzionali, Mentali

Nello sviluppo  mentale della primissima infanzia il bambino manifesta una comprensione dell’altro come un essere animato, cioè la sua comprensione è legata alla percezione esclusiva degli stimoli sensoriali. Interagisce in modo diadico con le persone e con gli oggetti, alternando azioni ed espressioni emotive con loro. Se afferra un oggetto, ignora gli altri oggetti, se interagisce con un adulto, ignora le persone che stanno intorno. Tra i 9 mesi e un anno, il bambino comprende l’altro come un essere “intenzionale”. In questa fase il bambino si concentra non più sulle percezioni concrete fornite dai sensi, ma si focalizza sull’attenzione dell’altro. In questa fase cognitiva, il bambino inizia a seguire lo sguardo dell’adulto e lo può indirizzare attivamente su eventi o oggetti esterni. Questa abilità è detta “attenzione congiunta”. La relazione da questo momento in poi non sarà più soltanto condizionata dalla conoscenza senso-motoria, ma si svilupperà verso una piattaforma “mentale” col risultato di consentire un’accelerazione unica nelle abilità cognitive (ad esempio per lo sviluppo concettuale e del linguaggio). Infine, verso i 4 anni l’adulto non verrà compreso soltanto mediante i processi intenzionali e attentivi, ma anche attraverso l’attribuzione di pensieri, emozioni, credenze. Il bambino in questa maniera assume un atteggiamento “mentalistico”, perché genera teorie sulla mente dell’altro. Attribuisce stati mentali che possono trovare espressione nel comportamento espresso, come pure discordare dalla situazione manifesta.

Nella prima fase, cioè quella “animata”, l’attività principale che il bambino mostra è la manipolazione. Piaget ha fornito l’ipotesi che l’esplorazione attiva dell’ambiente permette al bambino di costruire una realtà indipendente da se stesso. Ad esempio, se prima il giocattolo finiva di esistere una volta che si frapponesse un ostacolo tra il bambino e l’oggetto (per cui il bambino non cercava più di afferrarlo), la progressiva manipolazione del mondo circostante permette al bambino di costruire una rappresentazione stabile del mondo, che continua ad esistere anche se non è più visibile (il bambino sposta l’ostacolo per raggiungere il giocattolo).

La seconda fase anfibia tra percezione e cognizione, riguarda “l’attenzione congiunta” (Tomasello, 2005): la prima vera e propria rivoluzione cognitiva nella quale il bambino non vuole semplicemente che qualcosa accada, ma desidera condividere attivamente l’attenzione con un adulto. C’è da aggiungere che proprio in questo periodo (10-12 mesi), l’acuità visiva del bambino raggiunge la piena maturazione al punto da poter osservare in pieno i tratti fisiognomici del viso, la profondità tridimensionale e i movimenti degli stimoli esterni. Già ho spiegato quanto sia centrale questa fase per lo sviluppo delle capacità linguistiche e concettuali del bambino. Un altro aspetto formidabile è la possibilità del bambino di comprendere l’intenzione dell’altro mettendosi nei suoi panni, cioè simulando l’attenzione dell’altro assumendone la prospettiva. Questo processo cognitivo non è riscontrabile nei primati a noi più vicini (bonobo, scimpanzé, gorilla).

Infine, l’attribuzione di stati mentali agli altri è la dimensione chiave che permette al bambino di generare una teoria della mente dell’altro diversa dalla propria. Questa dinamica ha profonde implicazioni sullo sviluppo cognitivo e nell’apprendimento culturale. Inoltre, la relazione con gli altri è pilotata su un livello che oltrepassando la piattaforma percettiva si arricchisce in un discorso narrativo, simbolico, astratto. Cioè il bambino comincia a comprendere il significato delle analogie, dei modi di dire, delle metafore e le utilizza nel discorso parlato. E’ il momento in cui emergono con prepotenza i giochi di finzione e che in generale consentirà di poter esprimere uno stato d’animo diverso da quello che si sta provando.

Ciò che colpisce di tale progressione ontogenetica, in ciascuna delle tre fasi, è il graduale decentramento dall’azione concreta (per raggiungere il culmine con le operazioni formali ipotetico-deduttive nella adolescenza). Il fatto di essere animati, si esprime solo nel comportamento; l’intenzionalità si esprime nel comportamento ma allo stesso tempo è qualcosa di distinto dal comportamento stesso, dato che a volte può essere espressa o non espressa in modi differenti; l’attribuzione di una mente chiama in causa, desideri, piani e credenze che non hanno necessariamente una realtà comportamentale.

A me affascinano soprattutto i momenti di transizione, cioè quei processi anfibi attraverso i quali emergono qualità impreviste. I bambini nella primissima fase di sviluppo oscillano tra il concreto e l’astratto. Apprendono attraversando pelle, ossa, volti, occhi, movimenti oculari dell’adulto, come fanno i raggi x. Sbagliano e correggono con una curiosità e controllo che rasentano la cura metodica del ricercatore. Poi vanno dritti alle spiegazioni, ascoltano e verificano, come se fossero dei piccoli scienziati. Noi adulti lo abbiamo già fatto e siamo stati addestrati (irrazionalmente dice von Hayek) a istruire, cioè fornire cultura. Le ricerche indicano che i bambini non nascono muniti di conoscenze sulle altre persone; ma neppure hanno bisogno di apprenderle del tutto. I moduli cognitivi appropriati semplicemente maturano, seguendo il loro calendario fisso, nel corso dei primi mesi di vita.

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2 pensieri su “Animati, Intenzionali, Mentali

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