Neuroscienze Popstar

Che strana storia quella della mente umana! Si potrebbe affermare che fino a trecento anni fa essa fosse più conosciuta e studiata del mondo esterno. E’ stata per decine di secoli al centro dell’attenzione speculativa, dominio indiscusso di teologi e filosofi. Nella cultura occidentale la vasta produzione di teorie e storie sulla mente umana è stata caratterizzata da due approcci principali: quello idealistico e quello materialistico. Dal Seicento, il terremoto scientifico causato da Galilei ha spostato l’attenzione verso la natura, chiarendo con il metodo sperimentale molti misteri che incantavano la ragione.

E così le scienze dure hanno dettato legge per trecento anni, trascurando un po’ la mente. Enormi risultati su come funzionano processi naturali e organici hanno un po’ messo in sordina gli studi sulla mente. Come se si fossero rovesciate le parti, la mente è diventata più misteriosa. Anzi un epifenomeno transitorio. Un’illusione. Addirittura nella storia della psicologia, il comportamentismo, con ironica vena razzistica, ha bollato la mente come un’ipotesi non verificabile e quindi non soggetta all’indagine scientifica (black box). Infine, negli ultimi vent’anni, la rivoluzione delle neuroscienze cognitive ha cambiato gli scenari, grazie ai progressi delle tecnologie di neuroimaging, cioè ai sofisticati strumenti di visualizzazione neurocorticali.

La mente umana è difficile e la natura è semplice. Ecco è difficile fare scienza sulla mente. Noi (psicologi) siamo inguaribili umanisti pronti a denunciare l’ingiustizia di una scienza riduzionistica. D’altra parte, se c’è un ostacolo che ha impedito alla psicologia di diventare una scienza formale, insomma una scienza soda, esso risiede nell’applicazione complicata del metodo scientifico ai fatti mentali. Non è facile esportare scienza su territori interiori, intracranici e per di più innumerabili. Infatti la mente è stata concepita allo stesso tempo un’entità spirituale, un meccanismo concreto e materiale, una costruzione socioculturale, un prodotto linguistico, una zuppa quantistica.

Quindi dal riduzionismo si è passati all’irrazionalismo, dal vitalismo all’empirismo. Sino alla proliferazione neuroscientifica di ricerche e applicazioni che di questi tempi hanno generato una vera e propria neuromania. Lo scopo ambizioso di fondo è sempre lo stesso: scoprire leggi universali che regolano il comportamento umano. Malgrado le differenze individuali e l’entrata in scena della psicoanalisi. Malgrado le teorie della complessità e  le scienze della vita. Malgrado principi di indeterminazione e di incompletezza. Tutto è diventato più chiaro puntando il proiettore esplicativo sul cervello. Forse il vero incipit, se proprio vogliamo identificarne uno, è stato scritto da Santiago Ramòn y Cajal che indicò nel neurone l’elemento chiave della struttura cerebrale. Trasformandolo da quel momento in poi in una popstar.

La “neuromania” è quell’atteggiamento arrembante che cerca di spiegare il comportamento umano attraverso le tecniche di visualizzazione cerebrali (brain-scanning), come se, introducendo uno smartphone per scattare una istantanea o un video, si facesse luce nel buio profondo della mente. Dell’imponente collezione di articoli scientifici sullo studio del cervello, i neuro-voyeur sembrano attratti dai brillanti punti che si accendono sullo sfondo degli screenshot di masse cerebrali. Come se i tracciati luminosi, indicatori di attività metabolica, fossero estratti dal corso del tempo (cioè dalla storia individuale) e immuni dalla variabilità tra gli individui. Questo significherebbe che le deviazioni dal cervello standard (neurotypical) siano imputabili a malattie organiche o a disturbi psichici.

Individuare correlazioni tra funzioni cerebrali e funzioni cognitive descritte da leggi universali, è stata ambizione profonda di tutta la psicologia sin dai primi tempi. In un certo senso, si può dire che la psicologia abbia guadagnato credibilità scientifica con l’entrata in azione delle neuroimaging e il consolidamento empirico delle neuroscienze. Ma a patto di esautorare tutta la ricchezza euristica e clinica della pratica psicologica in nome del neurone e dell’apparato di laboratorio. Generando tra l’altro una esplosione neuroscientifica che ha guadagnato riconoscimenti, reputazione e fondi per un progetto straordinario: la connectomia, una vera e propria topografia di tutte le connessioni neurali, cui presto si affiancherà quella relativa alle classi dei neurotrasmettitori.

Il rischio di un certo modo di fare scienza si intravvede: quando cerchi di spiegare complessità con principi elementari, finisci per entrare in un vicolo cieco. Non sai più come uscirne fuori per spiegarti informazioni non previste. Così interviene in aiuto una disciplina che va al sodo. Un esempio è costituito dalla fisica quantistica che detronizza il neurone a favore del quanto. Tutte quelle strane equazioni che descrivono come si comporta l’elettrone o il fotone possono essere applicate a te a ai tuoi pensieri. E così via. Provate ad applicare il principio di indeterminazione, la dualità particella-onda o addirittura l’entanglement ai processi mentali, e la zuppa è servita.

Le ricerche accelerano spiazzando vecchie abitudini. Non sono però solo gli psicologi a trovarsi impreparati. Molte volte succede che l’applicazione delle conoscenze scientifiche prende una strada che sfugge al ragionevole controllo e agli scopi che il 99% dei ricercatori perseguono nelle indagini scientifiche. Così scopri che, nei tribunali  di alcuni Paesi, le lastre di risonanza magnetica possono essere prove significative per decidere il verdetto di un imputato. Sino alla schiacciante ipotesi che il libero arbitrio sia una ipotesi debole nei confronti di una scienza del neurone che determina chi sei, cosa preferisci scegliere e cosa evitare. Se hai un cervello tipico o diverso dallo standard. L’elenco delle libertà condizionate è provvisorio.

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 update:

neuroepigenetica (grazie a Moreno)
neurocorner (grazie a Daniela Ovadia)
neuroetologia
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17 pensieri su “Neuroscienze Popstar

  1. Non capisco se temi di più il riduzionismo nelle neuroscienze in sè (e massimamente nella psicologia)o quello che potrebbe portare in termini di classifiche di sanità e normalità mentale (con tutto quel che segue, cosa che già avviene con la genetica) .
    A me l’ingresso della tecnica e della scienza dura nel mondo mentale non dispiace. Questa parte dell’umana conoscenza non può sottrarsi ai benefici, ma anche ai rischi, connessi all’aumento delle conoscenze, che spesso portano altri dubbi.
    Altra cosa è la proliferazione del prefisso neuro che accompagna molti campi di studi nuovi, ma anche qui mostro una certa tolleranza, a patto che non si tratti di un abuso delle specifica disciplina. Perchè? Ma semplicemente perchè, per esempio da Piattelli Palmarini in poi, ma anche da altri, l’influenza della psicologia, del comportamento e dell’atteggiamento individuali, la “mente”, sulle nostre decisioni è enorme, e questo in moltissimi ambiti o, per meglio dire, in tutti. Del resto, non so se sei uno che si lamenta della massiccia introduzione della statistica anche nelle scienze della mente, introduzione che ha contribuito ad accrescere la credibilità di questi studi.
    Dunque, come sempre, nè pregiudizievole chiusura nè acritica apertura.
    Tanto per concludere, questa mescolanza di studi tra psicologia e politica, economia e teoria delle decisioni, neuroscienze e teoria dei giochi è proprio quella che piace a me, è quello che cerco di fare [sic], e fa parte di quella nozione di serendipity quasi indispensabile (quella che proviene dall’intreccio degli interessi culturali) per gli avanzamenti della conoscenza.

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    • Tutto giusto ciò che dici. Non ho posto l’esplicita premessa che fa delle neuroscienze una delle discipline di indagine dell’uomo più affascinanti del nostro tempo.
      Ho voluto però raccontare come può diventare rischioso puntare sulla tecnologia della visione nel determinare statistiche di normalità, psicopatologie e diversità.
      Dopotutto, mi pare che la sbornia neurotrash che invade ogni disciplina possa essere parte di un processo ciclico di “costume”: una volta passata forse si coglieranno appieno le novità epistemologiche ed applicative delle Neuroscienze.

      ***

      In fondo, nel mio discorso mancava una nota importante: osservare ogni dimensione culturale umana in un unico verso è un fatto che caratterizza le scienze emergenti. E’ accaduto con la filosofia, con la fisica, con la sociologia, con l’evoluzionismo, con la psicoanalisi, con il comunismo…
      Nondimeno, ciò che resta viene spartito tra metodo scientifico, tecnologia e storia delle scienze.

      (certo che puoi citarmi, mi fa piacere!)

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  3. Ok Carmé, ti ho aggiunto un link sul mio post correlato. Concordo con quello che scrivi in questo articolo. Credo il denominatore comune dei nostri post é che le neuroscienze possono fornire microteorie di come il nostro cervello “reagisce” in condizioni sperimentali, ma non possono fornire delle macro-teorie di come le persone “funzionano”, senza chiedere aiuto alle scienze umanistiche. Concordi su questa definizione?

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    • Mi sembra un’ottima sintesi, aperta ad ulteriori sviluppi speculativi (ti invito a leggere questo papero del ricercatore Ed Vul, su cui spero di scrivere presto un bell’articolo in merito).
      Solo un paio di accorgimenti personali: al tuo il cervello reagisce, sostituirei con cosa succede nel cervello. Ogni verbo “umanistico” diventa fonte di un’intera epistemologia.
      Infine, a scienze umanistiche, preferisco scienze della vita. Ma questa è una preferenza quasi più storica che di sostanza.

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