La Scrittura

Penna in mano e cominciate a scrivere su un quaderno. Se utilizzate la mano destra, l’esecuzione del movimento è orchestrata dall’area motoria dell’emisfero sinistro del vostro cervello. Alcune ricerche hanno messo in luce quanta importanza abbia la manualità nell’invenzione del linguaggio. Non a caso, i circuiti associati alla produzione ed esecuzione del linguaggio sono stati individuati nella parte sinistra del cervello. “Le aree visive primarie e associative rispondono a stimoli provenienti dai segni scritti. Le aree frontali, temporali e parietali elaborano le informazioni di minimi suoni  formando parole, mentre nei lobi temporale e parietale vengono trattate le funzioni, i significati, le associazioni”. Ma ci sono delle ricerche, riassunte in un bel libro di Maryanne Wolf, che dimostrano quanto sia “innaturale” la scrittura manuale, essendo una attività motoria non equiparabile ad esempio alla locomozione o alle attività sensoriali innate, determinate geneticamente.

Vi sembrerà ingiusto svuotare di naturalezza la scrittura manuale. Dopotutto, nella scuola elementare una delle dimensioni didattiche più importanti (almeno nei primi anni) è quella dedicata all’insegnamento della grafia manuale della lingua parlata. Insegnamento che di recente è stato messo sotto processo da alcuni pediatri italiani che, prendendo le mosse da iniziative sperimentali estere, chiedono la soppressione dell’insegnamento del corsivo. Il discorso è piuttosto semplice: ormai scriviamo a stampatello con le tastiere, perché continuare con la penna? Se i nostri figli sono destinati a far uso esclusivo di tastiere persino virtuali, che senso ha persistere con un sistema didattico in gran parte condizionato dalla scrittura manuale? In fondo il corsivo era nato proprio per questa ragione: scrivere in modo compatto da permettere una facile lettura. Il battere sulla tastiera non è altro che un passo in questo senso.

Nessuno può negare l’enorme valore della scrittura. Ha rivoluzionato probabilmente strutture del cervello, ha inventato civiltà, ha modellato culture, ha avuto un ruolo importante nelle religioni, ha dato voce alle ideologie politiche. La scrittura è una tecnologia, un modo per segnare  simboli su un supporto. Ma il comportamento esecutivo, il movimento meccanico, fisico, corporeo la rendono una tecnologia tutta speciale. Se ha inventato enormi entità culturali, essa è connessa alla persona. Come le impronte digitali, propone ritratti psicologici dell’autore. Spesso è addirittura associata all’intelligenza e connotata di implicazioni morali. Sembra che, ad esempio, i puritani svilupparono una scrittura manuale con un carattere, il copperplate, differente da quella dei cattolici per sancire anche in questo modo la loro diversità morale. La Dichiarazione di Indipendenza è stata scritta in copperplate.

Negli Stati Uniti il primo vero modello di scrittura manuale fu istituzionalizzato da Platt Rogers Spencer e A.N. Palmer, i cui scritti esemplificativi sono la migliore immagine di ciò che allora era l’identità americana. Spencer, un vero e proprio fanatico e ossessionato dalla scrittura manuale, fondò una catena di scuole d’affari per promuovere la sua calligrafia, “spencerian“, che praticamente rappresentò la forma standard di scrittura dal 1860 al 1920. Si tratta di una forma di grafia manuale che, secondo le intenzioni del suo creaore, riproduceva il movimento naturale del corpo. Sul finire dell’Ottocento fu la volta del metodo di Palmer che puntava ad uno stile rapido e non elaborato. Si trattava di una nuova esecuzione manuale della scrittura che dava voce alle nuove dinamiche industriali dell’epoca. Una scrittura muscolare piuttosto che lenta e aggraziata, beethoveniana che mozartiana. Probabilmente il modello Palmer è quello che più si avvicina alla mia esperienza, messa alla prova dagli interminabili dettati che mi facevano sudare sette grembiuli e riempire decine di pagine irrispettosamente verso ogni sobria forma di scrittura calligrafica.

 

Forse i momenti chiave della scrittura sono rappresentati, a mio parere, dall’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg e di quella della macchina da scrivere. Nel primo caso, siamo abituati a pensare subito soprattutto ai cambiamenti che produsse nella lettura, dato che diede vita alla produzione di una quantità mai vista di libri da leggere. Eppure i monaci, che grazie alla loro opera di trascrizione erano riusciti a conservare la cultura millenaria dell’età classica, guardavano come un eretico capriccio la stampa, una tecnologia che rapidamente moltiplicava i testi e permetteva la nascita del lettore (e del pubblico) moderno. La possibilità di impadronirsi del tempo era considerata una vera e propria eresia perché il tempo apparteneva solo a Dio. Oggi, noi giudichiamo i loro manoscritti come meravigliose opere d’arte, in realtà con la loro opera certosina non tramandavano alcuna informazione di se stessi ma dimostravano la loro devozione verso Dio.

Da quando la Remington Arms Company produsse i primi esemplari di macchine da scrivere, probabilmente la scrittura manuale iniziò ad essere percepita come una forma di espressione intima di se stessi, cessando di essere vista come una tecnica di comunicazione scritta ufficiale. Col tempo, restituiva un’esperienza di espressione individualistica e pragmatica, congeniale per diari, lettere, post it. Anzi, diventò addirittura una impronta digitale sancita dalla firma personale. Curiosamente le prime macchine da scrivere assomigliavano alle vecchie macchine da cucire, goffe e rumorose, ma lampante espressione dell’artigianalità manuale umana. La scrittura manuale diventava psicologica, diversamente dalle turbate divergenze monacali, era associata alla intimità, all’originalità e all’autenticità.

La transizione tra scrittura manuale e uso della tastiera, dall’utilizzo delle dita intorno ad una penna alla estreme zone dei polpastrelli su una tastiera (la quale può essere teleguidata da un programma che procura strutture di parole senza che dobbiamo scriverle da principio alla fine, come  il celebre T9 per gli sms), è sentita con nostalgia. Il passaggio da una tecnologia all’altra, che esprime in sostanza l’acquisizione di nuovi modelli cultuali, è spesso romanzato. Oggi è il turno, tanto per rimanere in tema, della sostituzione del libro cartaceo con quello digitale. Ma, non è patetico interpretare questi cambiamenti in modo romantico. Si tratta di un processo psicologico legato alla consapevolezza della continuità/discontinuità che abbiamo di noi nel tempo. Cerchiamo di trattenere ciò che stiamo perdendo, sentendoci “depressi” quando non c’è possibilità di riuscirci. Lo mettiamo in atto sempre, dalla nascita sino alla fine: riordinare e mantenere costante la forma della nostra storia personale.

Forse, in fondo, siamo naturalmente depressi a scatti, tutte le volte che è necessario per cause esterne o personali, cambiare capitolo. La sensibilità verso ciò che abbiamo perso o solo la prospettiva di poter perdere, ci destabilizza. Ciascuno condisce la propria reazione depressiva con emozioni personali: chi si arrabbia, chi intensifica le proprie attività, chi piange inguaribilmente. Questi switch narrativi possono aver avvio da varie circostanze: a livello culturale può essere una mutazione tecnologica, a livello psicologico può essere la fine di un legame. Ma non è solo la rottura di un rapporto. La perdita può assumere sofisticate sfumature psichiche: la mancanza di riconoscimento sociale, la trascuratezza da parte di un genitore verso il proprio figlio, la percezione di non essere all’altezza a lavoro o a scuola, la sensazione di non essere visto, che può interrompere la continuità della coscienza di se stessi.

In un certo senso, suppongo che il dibattito tra romantici e moderni sia strettamente connesso con la sopravvivenza dei primi o, per lo meno, del ricordo che i romantici hanno del passato. A scuola, questo processo sulla concezione della scrittura mi pare che stia variando in modo inquietante: molto spesso sento affermare che se un bimbo non scrive in modo corretto è sintomo di un livello di intelligenza non funzionale. Se c’è un aspetto che mi sconcerta è la concezione che il bimbo disordinato nella scrittura sia motivo di allarme psicologico. La scrittura sembra non essere più l’espressione della curiosità e originalità non banale dell’alunno, piuttosto è diventata la sommaria prova psicopatologica, da parte di una improvvisata equipe di meccanici scolastici, di un problema che coinvolge la mente violata del bimbo e stigmatizza pregiudizialmente la famiglia. Ancora una volta, la disabilità mi aiuta a riprendere fiducia nel buon senso. Le difficoltà dell’apprendimento e gli sforzi a scrivere con la penna o con i tasti, quelle sequenze di tratti di inchiostro sul foglio o il suono di colpetti sulla plastica, danno voce allo strano silenzio tra la produzione di pensieri e la registrazione di essi con pazienza fuori dal nostro corpo. Una conoscenza aperta e tollerante.

Annunci

4 pensieri su “La Scrittura

  1. Moltissimi anni prima di aprire il mio blog di genomica, ero un bambino affascinato come tanti coetanei dal mondo della preistoria e dai dinosauri. Non so perché questo argomento colpisca tanto l’immaginario dei bambini, né so se questa cosa sia vera ancora oggi o se invece riguardasse soltanto i primi anni 90. Ad ogni modo, anche allora scrivevo di scienza, se così si può dire: insieme ad altri compagni di classe mi ero messo in testa di scrivere un piccolo libretto illustrato sui dinosauri. Non dimenticherò mai quel ticchettìo sui tasti della macchina da scrivere, era così emozionante stampare delle parole su un foglio di carta, mi dava l’illusione di scrivere un libro vero. Grazie per questo bel post, mi ha fatto tornare in mente un gesto che a distanza di anni, con strumenti e modi diversi, ripropongo ancora oggi davanti allo schermo del mio computer!

    Mi piace

  2. “Ancora una volta, la disabilità mi aiuta a riprendere fiducia nel buon senso.”
    Bellissima questa escursione a tutto campo nella tecnologia della scrittura, e come tale (tecnologia) nella sua continua evoluzione, che suscita sconcerto ma anche voglia di cambiamento!
    Nella scuola la scrittura assume altre dimensioni, è vero…la si vuole far assurgere a specchio della psiche… Ed ecco che ci aiuta quella frase…La disabilità ci riporta alla realtà…Sono un’insegnante e tocco spesso con mano questa problematica, bambini fortemente disgrafici (dis nel senso di diverso) che cambiando lo strumento (dalla matita alla tastiera) si appropriano della capacità di trasferire all’esterno i propri pensieri, i propri desideri, i propri sentimenti…
    Grazie per questa narrazione!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...