La Psicologia dell'Orrore

 

Halloween sembra aver superato per importanza profana la festa cristiana dei morti. I negozi vendono maschere che dovrebbero incutere terrore e i pub si trasformano scenograficamente in cavernosi antri, rischiarati da luci di candele inserite in zucche svuotate. L’aspetto che più incuriosisce è la commistione di paura raccapricciante e l’attrazione per i film e le storie dell’orrore popolati da fantasmi, zombie, streghe, vampiri che vogliono acchiappare, mordere, mangiare. Se volessimo dare una interpretazione psicologica, questi esseri narrativi affamati potrebbero rappresentare la paura di “essere sbranati”dei nostri predecessori preistorici che devono aver provato un tempo verso i grossi animali predatori.

Una paura ben collaudata da tutti noi, sin da piccoli. Ci sono infatti ricerche importanti che dimostrano come bimbi tra i 3 e i 4 anni abbiano la predisposizione a reagire prontamente con paura ai serpenti e ai felini, percependoli  più rapidamente come stimolo rilevante rispetto ad altri confondenti. In un’altra ricerca è stato evidenziato come la parte destra dell’amigdala, una regione del cervello implicata nell’apprendimento di esperienze emotive di paura, si attivi con più vigore al segnale della presenza di animali che di altre immagini di persone, paesaggi o oggetti.

Un articolo interessante che vi invito a leggere esamina una serie di ricerche in tal senso, in cui viene spiegato che probabilmente i primi ominidi erano preda dei carnivori e divorati da grossi felini e queste esperienze evolutive hanno lasciato il segno nello sviluppo cognitivo, essendo le emozioni paurose quelle più sperimentate sin da piccoli. Non a caso, i bambini e gli adolescenti sono coloro che più aderiscono a questo banchetto fantastico dell’orrore nella festa di Halloween. Personalmente, mi spiego così la preferenza per vampiri e zombie alle pistole ad aria compressa di un tempo.

Insomma i racconti e i personaggi del macabro e dell’orrore sembrano pigiare sui bottoni cognitivi giusti. Sembrano riprodurre tempi evolutivi di caccia, dato che bramano il sangue, la carne o l’anima di noi viventi… Oppure, in realtà, sembra che noi non possiamo fare a meno di evocarli. Noi, in effetti, ci aspettiamo “vita animata” laddove non c’è: siamo dei vitalisti onnivori. A conferma di ciò mi viene in mente la Teoria della mente. Si tratta di un modello di psicologia teorica ed applicativa che spiega come non possiamo fare a meno di attribuire una mente (credenze, pensieri, emozioni) alle persone, cioè al di là della percezione sensoriale che abbiamo di loro. Questo ci distingue ad esempio dagli autistici. In un certo senso, questo processo cognitivo ci fa credere che quei fantasmi e quegli zombie siano verosimili alla realtà dei nostri pensieri e delle nostre emozioni. Ci crediamo perché si muovono e desiderano come noi. Ciò che però può spiazzarci è l’incongruenza fra i sensi e le nostre aspettative cognitive. Un clown ci fa rabbrividire per come altera con il trucco le espressioni facciali. Ci impedisce di leggere la sua mente attraverso la sua faccia.

Un altro aspetto particolare che colpisce sono gli ingredienti narrativi di questo genere di letteratura: abbiamo a che fare con ossa, sangue, carne corrotta, vomito, escrementi. Elementi che in genere scatenano il nostro disgusto, un’emozione di base della natura umana che è strettamente connessa con la paura della contaminazione. Con il “sistema dell’immunità psicologica” si indica appunto quei sentimenti che le persone sono pronte pregiudizialmente a provare quando è in ballo il rischio dell’infezione. Molte pratiche religiose si pensa che derivino proprio dalla cura e prevenzione contro i rischi per la salute dovuti alle infezioni. In questa prospettiva, alcune figure del macabro possono essere spiegati dalla combinazione culturale di morte ed infezione contro cui fantasticamente apprendiamo di fare attenzione per la nostra incolumità.

Gli zombie e tutta la compagine attrattivamente macabra in fondo ci divertono. Perché, secondo me, il loro aspetto anatomico alla fin fine non ci permette di attribuire una mente al di là dei loro volti. Essi presentano, come nell’esempio dei clown, delle incongruenze e ci spaventano “ironicamente”. Comprendiamo che si tratta di un gioco che riusciamo a controllare da permetterci di affrontare mentalmente persino scenari terribili, cioè la possibilità arcaica di essere mangiati o essere contaminati. Significa anche poter parlare delle nostre emozioni, le possiamo condividere. In questi scenari simuliamo rischi di sopravvivenza in maniera più astratta e mentale che vanno al di là della realtà materiale. In fondo, grazie all’ironia, i primi a disincarnarci siamo proprio noi.

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