Guardami negli occhi

Uno degli esercizi “sociali” che svolgo con un ragazzino autistico consiste nell’etichettamento. Mostro un oggetto e lo etichetto col nome comune. Prendo la matita ed esclamo: “matita!”, e così via. Questo lavoro si inserisce in un processo a tappe. Ciascuna è costituita da uno scopo che, nel caso dell’etichettamento, equivale all’associazione tra oggetto ed etichetta. Solo dopo l’acquisizione si può procedere alla tappa successiva con il rispettivo scopo discriminatorio/percettivo: la richiesta “ricettiva” del target tra altri oggetti: ad esempio, chiedere la matita posta tra un pennarello e una penna.

La fase dell’etichettamento mi lascia spesso una sensazione ambivalente: aiuti un cervello disabituato a dare un nome alle cose  e nello stesso tempo ti rendi conto che il ragazzino non ha alcuna intenzione di parlarne. Il processo dell’etichettamento non è così strano. Ogni mamma lo applica al proprio bebè nei primi mesi di vita. Esibisce o indica un oggetto e ne fornisce il nome. In questa situazione comune è interessante considerare il format sociale dell’interazione: la madre indirizza il focus attentivo del figlio affinché visualizzi quell’aspetto della situazione che desidera. Gli mostra una matita e aspetta che il bambino osservi l’oggetto e appena vi fissa l’attenzione ne denomina il nome comune. Ci sono delle ricerche che mostrano differenze tra culture nell’apprendimento verbale dei primissimi mesi. Anche nella nostra cultura occidentale ci sono delle importanti differenze. L’apprendimento dei verbi non segue questo gioco di denominazione. Essi sono usati nei primi anni del bambino allo scopo di regolarne il comportamento o di prevenire conseguenze negative.

Ad un certo punto, tra i 12 e i 24 mesi, per il neonato il processo di acquisizione di nuove parole cambia gioco di apprendimento, perché l’interazione sociale diventa più complessa. Entrambi, adulto e bambino sono connessi sullo stesso flusso interattivo impegnati a perseguire i loro scopi. Il bambino non può contare più però sul fatto che l’adulto continui a seguire la sua attenzione per denominare gli oggetti con le corrispettive parole. Semmai è il bambino che si adatta al focus attentivo dell’adulto. Un bravo ricercatore, Tomasello, ha effettuato delle ingegnose ricerche per verificare questa ipotesi, appurando se il bambino fosse in grado di apprendere nuove parole seguendo lo sguardo dell’adulto mentre questi usava nuove parole senza che vi fossero riferimenti precisi. Ad esempio, l’adulto fingeva di cercare un oggetto etichettandolo con il termine “dox” (di mia invenzione) mentre sollevava delle scatole contenenti oggetti che scartava fino a quando ne trovava uno specifico. A questo punto con un sorriso terminava la ricerca. Il bambino era in grado di imparare la nuova parola a prescindere dagli altri oggetti. Il bambino imparava sapendo che l’adulto avesse uno scopo attentivo preciso perseguendo il focus attentivo dell’adulto. Agiva cognitivamente a prescindere dal vincolo di ciò che vedeva nel test in corso senza fermarsi al primo oggetto o distrarsi da altre variabili.

La ricerca dell’oggetto era connotata da una serie di espressioni facciali che non erano sufficienti per comprendere il referente ricercato. Il bambino avrebbe potuto seguire una personale interpretazione percettiva senza condividere lo scopo interattivo di apprendimento con l’adulto. Invece, si innescava un’attenzione congiunta, una piattaforma cognitiva sofisticata in cui gli indizi comunicativi non erano vincolati dai soli sensi. Ma dalla comprensione dell’altro con un punto di vista diverso che il bambino imparava a seguire e a comprendere. L’altro è concepito come una persona con intenzioni, pensieri, emozioni “analoghe a me”. Ho scritto numerose frasi per descrive un processo di apprendimento avanzato che il bambino è in grado di mettere in pratica dai 12 mesi in poi in modo accelerato. Nell’autismo è necessario ricominciare tutto daccapo cercando di far apprendere un processo che siamo in grado di svolgere automaticamente sin dai primi mesi di vita. Come se si provasse ad insegnare ad andare in bici, spiegando a parole ad un bimbo che vive in un mondo in cui non esiste il concetto di equilibrio.

 

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6 pensieri su “Guardami negli occhi

  1. Direi che illustra bene la difficoltà della cognizione verbale nel sostituire quella sensorimotoria. C’è in più un aspetto motivazionale che l’interazione affettiva porta e che manca nell’autistico, che sembrerebbe quasi pensare: ma perchè devo etichettare queste cose?
    In realtà è drammatico per questi soggetti non riuscire a gestire il pieno affettivo delle relazioni tra umani, non riuscire ad indirizzarlo verso un comportamento. E’ fin troppo facile insegnare a chi vuole imparare ma insegnarlo a chi forse vorrebbe anche se non vorrebbe che fosse un altro umano a farlo?
    Mi viene in mente la Macchina degli abbracci di Temple Grandin…

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    • Il libro che citi non lo conosco, ma la signora sì. Era una dei protagonisti di un bel documentario in più parti che hanno dato alcuni mesi fa su Current (ex sky). Dell’affascinante approfondimento scientifico, ricordo una ricerca in particolare in cui venivano osservate tramite risonanza magnetica le strutture corticali coinvolte durante dei test molto difficili per noi, ma ben svolti istantaneamente dai “savant”.
      Ebbene, gli scienziati furono colpiti nello scoprire l’inattesa accensione delle strutture coinvolte nel riconoscimento dei volti (che i test non implicavano).
      Congetturavano che le straordinarie capacità mnemoniche dei savant erano correlate a queste strutture che a noi permettono di apprendere e ricordare rapidamente ed efficacemente i volti umani e le loro espressioni emotive.
      Noi, non autistici, siamo molto bravi a riconoscere le espressioni, ed è una delle migliori prestazioni umane per tanti motivi. Invece, in questi autistici le strutture citate si accendevano nelle risonanze a supporto delle loro prestazioni in compiti di apprendimento e memoria non dei volti, ma di test astratti e complicatissimi per il nostro ragionamento semantico e “lento”. Una sorta di plasticità cognitiva.

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  2. Sembrerebbe un aut aut tra gestione affettiva e gestione spaziale, sul genere di quella che va da azione>vocalizzazione>verbalizzazione, per cui vi è interferenza tra emozione e cognizione verbale (del genere matematico). Ovviamente questi sono casi ai limiti della curva. Ognuno di noi rientra all’interno della curva, con la sua “normalità”.
    Può essere semplicemente un effetto assenza/presenza di un filtro alle informazioni? Del tipo che se è presente un filtro sul circuito affettivo è meno presente su quello della subitizzazione (cosa in cui i savants eccellono)
    e all’inverso? Scelta imposta anche dalla onnipresente storia evolutiva della specie, che ha premiato quei circuiti affettivi, stante l’enorme importanza assunta dalla socializzazione.

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