Malattie di Serie B

Pochi giorni fa, ho letto un articolo sul Corriere della Sera che mi ha colpito. Si tratta della grazia concessa dal presidente Napolitano a Angelo Crapanzano, un maestro in pensione di Palermo, che scontava agli arresti domiciliari una pena di 9 anni e 4 mesi per aver strangolato nel giugno del 2007 il proprio figlio di 27 anni che era autistico. Una vicenda molto triste. Leggerne la storia, ha rafforzato un senso di solitudine “acquisita”. Un sentimento che ogni figura professionale di aiuto sa bene di che si tratta. Fornire l’aiuto adeguato a chi purtroppo presenta difficoltà psicofisiche, significa essenzialmente assorbire solitudine, isolamento, disprezzo, paura sociali. L’essere umano è stato addestrato dalla natura e dalla storia dell’umanità a riconoscere emozioni che riguardano la sofferenza fisica e psicologica. Il piacere è un fatto più privato e non facilmente condivisibile.

In questo caso di cronaca, ci sono elementi tipici che ogni giorno uno psicologo, ad esempio, affronta con drammatica puntualità. Un contesto civile scarno e refrattario alle richieste di aiuto. Una famiglia traumatizzata da uno dei suoi componenti. L’incomprensibilità della sindrome autistica che fa girare la testa a qualsiasi specialista. Una delle domande più sconcertanti è sempre quella più ovvia: ma nessuno poteva aiutarli? Quando si affronta un problema psichico sembra che ogni passo verso un riconoscimento sia accidentato e una prassi impersonale si prenda gioco del buon senso. Cioè: non si conosce la diangosi, si ricorre alla funambolica figura del sostegno e si mettono d’accordo come riesce a fare un tranquillante gli attori di scena bocciando “l’alunno con il problema” ogni anno, per garantire ai genitori la funzione da balia (psichiatrica) della scuola sino i 18 anni. Vi dico una cosa. Non è soltanto una questione della mancanza di assitenza sanitaria. Chi soffre per un disturbo mentale è “un pazzo” e la gente ricorre al neurologo piuttosto che andare dal “medico dei pazzi”.

La nostra cultura suggerisce tutta una pratica sociale verso la malattia contrapposta alla salute. La “salute” deriva dal latino salus, astratto arcaico di salvus (da cui l’italiano “salvo”). Il significato di questo termine, riguardante l’interezza, l’integrità, fu poi assimilato dal latino totus. Salvus, cioè, finì per riguardare anche il tutto, l’intero, l’anima ed il corpo, uniti senza concepibile scissione. Una pienezza accompagnata da un sentimento di una propria appartenenza, completamente integrata ed in armonia, con l’ambiente in cui si vive e in cui si interagisce. Ma il concetto di salute oggi equivale ad una dissociazione tra mente e corpo. E “star bene” significa semplicisticamente non essere malati fisicamente. Leggendo molti articoli di psicologia e neuroscienze in lingua inglese, quando si parla di malattia tuttavia mi imbatto in due termini. Uno è illness, l’altro è disease:

Illness is a broad generic label for a category of illnesses that may include affective or emotional instability, behavioral dysregulation, and/or cognitive dysfunction or impairment” (un’ampia etichetta generica che include l’instabilità emotiva o affettiva, una disgregazione comportamentale, un danneggiamento o disfunzione cognitiva)

Disease is an abnormal condition affecting the body of an organism. It is often construed to be a medical condition associated with specific symptoms and signs” (il disordine di una struttura o di una funzione nell’uomo, in particolare che produce specifici sintomi o che colpisce un’area specifica e che non è riconducibile semplicemente ad un trauma fisico)

La malattia definita in disease è quella osservata, descritta e trattata in modo sistematico dal medico. La malattia definita in illness come è descritta su wikipedia, “some have described illness as the subjective perception by a patient of an objectively defined disease“, esprime la sofferenza soggettiva della persona nelle sue emozioni, nei pensieri, nel linguaggio e nel comportamento personale. Questa differente connotazione di malattia nella nostra cultura scompare, a favore della malattia fisica. In assenza di malattia c’è salute. Il problema psicologico è delegato a figure professionali gregarie.

In fondo, ci sono due grosse condizioni: il disabile fisico e il malato mentale. Nel primo caso, nonostante l’irreversibilità fisica, il quadro si ricompone in una rassicurazione razionale: l’evidenza di una malattia fisica manifesta e indiscutibile. La malattia mentale è da qualche parte dentro il cranio e non rivelandosi nella “storpiatura” sembra ingannare. Essa in pubblico diventa una questione di serie b. Diciamoci la verità: un malato mentale fa perdere tempo con le sue “storie”. Poi è imbarazzante e spaventa. Personalmente sospetto un tic antropologico nazionale: quando parliamo di malattia mentale, temiamo che il riflettore sia puntato sulla sacra istituzione italiana della famiglia. E sono guai. Nel mio lavoro quotidiano a scuola, questa arruffata censura si manifesta ogni giorno, con un down, un autistico, con un ritardo mentale, con un disturbo specifico dell’apprendimento, con un depresso, un ansioso, un antisociale, un disabile fisico. Non parlarne se non con evasive intese, silenziose, al riparo da spericolati riferimenti familiari. Nel disperato episodio di cronaca a Palermo, alla fine la grazia presidenziale ha spento il riflettore.

 

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2 pensieri su “Malattie di Serie B

  1. Eppure anche nellao stigma della illness mentale ci vedo un riflesso filogenetico. La lotta per “avanzare di gerarchia” si vede al massimo grado quando ancora le strutture frontali non sono attive. E’ durante il periodo scolastico che si osserva la nascita dello stigma nei confronti del mondo psichico, forse vero e proprio segnale di inferiorità che viene sempre colto. Lo stesso a vote si osserva con la malattia del corpo, purchè innata, e non con quella temporanea dovuta a episodi acuti. Del tipo: un difetto fisico innato come distrofia, sclerosi, e, a maggior ragione, l’autismo, raccolgono gli sfottò dei ragazzi molto più di un’ingessatura. La ragione è per me da ricercarsi in quella strada che indicavo, cioè un “obbligo” filogenetico a sopravanzare qualcuno sulla scala gerarchica (come i giochi, ad esempio). La cosa interessante avviene dopo, durante la maturità. Se è vero che l’istanza congenita viene di molto attenuata dalla vigilanza frontale, l’antico rito però permane, questa volta inversamente, cioè all’interno dell’individuo, che collega all’esistenza della illness mentale (la sola delle due a mantenere lo stigma) la perdita di status. Anche se si acquieta la ricerca del superamento gerarchico non si placa il revisore interno, che infatti filtra la notizia celandola nelle questioni da mantenere all’interno della famiglia.
    Sul trasferimento della solitudine acquisita cui accenni, ti dirò che fa parte, per me, del corollario della parola che non vuoi sentire, al quale si lega l’ovvia capacità di introiettare l’emozione e vivere, sul nostro corpo, i dolori altrui.
    Notevoli riflessioni.

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    • Mi interessa la tua osservazione sulla “vigilanza frontale”. Suppongo che vuoi indicare il sistema neocorticale pre-frontale come base di una consistente rappresentanza delle funzioni cognitive superiori. Queste regolerebbero “gli istinti evolutivi agonistici”. Semplifico molto, ma spero di aver colto il nocciolo della questione (correggimi se sbaglio).
      Però, in psicologia comparata e dello sviluppo, ci sono dei sistemi emotivi relazionali che non vanno a detrimento della socialità. Se ci pensi, il sistema comportamentale dell’accudimento/attaccamento (Bowlby) esprime nelle relative emozioni proprio quella sequenza di comportamenti specie-specifici con scopi di aiuto reciproco. Non necessariamente tutelati da istanze neocorticali cognitive superiori.
      Allora, non tutto il processo filogenetico è improntato alla scalata agonistica del ranking.

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