La Scuola non è mia

Lavoro nelle scuole come assistente (terapista) a bimbi autistici. Mi è accaduto un fatto interessante su cui ho un po’ riflettuto. Ieri durante la ricreazione ho chiesto ad un bimbo di quarta (la classe in cui svolgo per più ore il mio lavoro) di raccogliere dal pavimento la confezione di una brioche. Mi ha guardato con un sorriso di disappunto e poi, dopo qualche secondo, infilando le mani nelle tasche (dichiarandomi indirettamente il suo rifiuto), ha detto: “non è mia!“. Si è voltato e prontamente è sgattaiolato via. Allora l’ho quasi inseguito e, dopo averlo raggiunto, ho rinnovato la mia richiesta. Mi ha ribadito con divertita sicurezza: “ma non sono stato io, non è mia quella carta!” Argomento chiuso. Parole schiette e leali.

Dopo questo episodio ho cercato di capire perché un bambino (sveglio) di nove anni potesse essere così restìo alla pulizia della propria classe. Un ambiente in cui vive poi da tre anni e mezzo, centinaia di ore trascorse insieme agli stessi compagni ad eccezione dal cambio puntuale degli insegnanti. Mi chiedevo quale potesse essere l’intervento appropriato affinché l’insegnante potesse “recuperare” l’alunno. Come poter intervenire senza apparire pedagogicamente un rompiballe? Oppure: che tipo di strategia di persuasione adottare per rimediare alla svogliata indifferenza del ragazzino?

Man mano elencavo le possibili cause: il sistema, l’organizzazione scolastica, l’operato delle maestre, la traballante educazione civica (ma che fine ha fatto?), l’infelice esempio dei genitori. E poi onestamente mi pareva di essere il bacchettatore di turno verso ogni forma di istituzione classica del sistema socio-culturale italiano. Anzi sono arrivato al punto di rimproverare me stesso, constatando: ma che pretendo quando chiedo di rispettare le regole di buona educazione? Mio caro “maestro”, mi sgridava ipoteticamente  il ragazzino, ma come? chi rispetta simili regole? è un fesso al cospetto della sistematica strafottenza verso gli altri e l’ambiente riassunte nella dissacrante rampogna: e tu chi sei per dirmi come comportarmi? Operativamente, in romanesco potremmo metterla in questi termini: a me, che me frega?

La faccenda diventa molto razionale, trasparente e “pulita”. (forse) C’è rispetto e profumo di pulizia dentro casa. Ma fuori, che me frega? Perché, io penso, questa nicchia ontogenetica (dello sviluppo personale) è profondamente radicata, selezionata e storicamente sensata. Nonostante l’arbitrario principio d’ordine che uno psicologo, una maestra, un educatore o un portavoce istituzionale intende applicare. Quel principio è quotidianamente respinto da un altro genere di ordine che si autoalimenta da sempre. Quello di questi ragazzi che apprendono senza sosta. E io la conoscenza acquisita di questi ragazzi non ho alcuna intenzione di interrogarla, di spiegarmela. E’ così profonda che rischierei di non riuscire a venirne fuori senza sentirmi come al momento della lapidaria cognizione dell’alunno: un fesso.

Il comportamento dell’alunno è come un salmone che risale le correnti. Va contro ogni forza della ragione “esterna”, dell’analisi fuori la storia, rintanata in un (patetico) punto di vista indipendente. L’alunno esprimeva un’educazione “ragionata” che è generata dalla storia del luogo, dalla psicopatologia della vita quotidiana dell’ecosistema personale, perennemente interpretata dai figli che frequentano la scuola primaria. Loro che accompagnano i genitori al supermercato, al dottore, al parrucchiere, al centro abbronzante, al CAF, alla posta, al circolo sportivo. Veri tessitori di storie famigliari, i ragazzini della scuola primaria proteggono il loro ambiente, i rapporti umani più importanti, i rituali più sacrificanti, gli angoli più sporchi del quartiere, i bar, i mercati a cielo aperto, i recinti dell’oratorio, la tecnologia informatica più di moda.

E io rispetto la loro reciprocità familiare e le loro storie. Perché, poi, so bene che in tutte le società umane ci sono cose strane come gli adulti che si sentono obbligati ad aiutare bambini ad apprendere. In certi casi, si limitano a fornire assistenza. Osservano un bambino in difficoltà ed intervengono. Può succedere che facilitino il compito o attirino la sua attenzione (situazione che con l’autismo è di per sé appagante). Alle volte capita di intervenire fisicamente per mostrare come fare oppure dando un indizio preverbale. Fornire un’ipotesi di istruzione. Suggerirla però con pochissime parole perché l’apprendimento sia attivo e non ricettivo da parte del bambino. Come mi ha suggerito con lucidità il bimbo autistico quando ha raccolto senza parole la carta da terra.

 

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12 pensieri su “La Scuola non è mia

  1. bell’articolo Carmelo.e se a scuola le maestre provassero a spiegare che buttare le carte nel cestino per es può essere una risorsa e non una fatica? esempi virtuosi ne potrebbero fare,forse non a roma centocelle,ma in tanti altri posti visti in tv o studiati sui libri….forse sto dicendo una sciocchezza o un’ovvietà,ma credo che i bambini siano più ricettivi e subito dopo più attivi degli adulti invece che non “si possono più permettere di cambiare idea o di mettersi in gioco”. la discrepanza tra la scuola e la vita quotidiana c’è ed è forte,ma la scuola ha il dovere secondo me di provare a dare un’alternativa ai ragazzi.
    ciao gaga

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    • Temo che nella scuola dove lavoro il concetto di risorsa ha lo steso effetto di una fantomatica immagine di un alieno. Però è vero quanto dici, in altri posti, altri quartieri o altre scuole di centocelle (per rimanere a Roma) dove si sperimentano situazioni socioculturali ed educative differenti. Ma coerentemente con il ragionamento del mio post, poso solo dirti che ci sono differenti alternative, né migliori né peggiori. Suppongo che tu scommetti per la migliore alternativa che non riesco a riconoscere.

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  2. Be’, diciamo che hai fatto come il ragazzino con le mani in tasca: la scuola non è tua e quindi non spetta a te “raccogliere”.
    Questo dice anche come agisce il senso di giustizia a livello diffuso: è un rapporto uno a uno, “se non faccio non sono responsabile”. Nota che vale molto spesso in senso negativo, quasi a intendere che un fare positivo, che non raccoglie cioè critiche, non è contemplato. Questo si sposa con la mia convinzione che molta dell’educazione disponibile oggi (ma anche ieri) è basta sul “non”, che è un ottimo inizio anzi, un inizio obbligato, ma che non forma persone civiche (oltre una certa misura). Interessante invece che il ragazzo autistico abbia compiuto il gesto: perchè? Per senso civico, come banale obbedienza a un ordine rimasto inevaso? A dimostrazione di un coinvolgimento attivo, quello che sembrerebbe a volte mancare nel processo pedagogico (se intendo l’ultima parte)?

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    • Ma avrei raccolto subito la carta, come stavo per fare; sono stato preceduto (essendo un ossessivo che non può consentirsi di lasciare una carta per terra nelle vicinanze, direi che l’ipotesi “imitativa” sia da escludere)

      @Nota che vale molto spesso in senso negativo, quasi a intendere che un fare positivo, che non raccoglie cioè critiche, non è contemplato.

      Molto saggia questa osservazione. Mi piace molto (ma scegliamo un livello di indagine che mi sono imposto di non adottare).
      Devo confessarti che passare dal “non” all’istruzione esplicita di comportamento è un passo che non affronto più nelle scuole (e in fondo non è il mio specifico lavoro). Forse è una specie di scelta riconducibile a condizioni di lavoro poco sostenibili (psicologicamente).

      Il ragazzino autistico ha “seguito” la scena tra me e il ragazzo. Probabilmente ha “percepito” sul mio viso un’espressione che ha innalzato la sua “attenzione”. Alla fine, i modelli che gli fornisco sono “viabili” per la modalità di gestione del suo “territorio”. Quindi, ha eseguito la sua “personale” istruzione.
      Opterei per l’obbedienza verso una “personale” orchestrazione di riflessi etici.

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  3. Intendilo, Carmelo, il tuo non “raccogliere” come anche un non insistere con il “ragazzo mani in tasca”, perchè aspetto che potrebbe “non riguardarti”, situazione allo stesso livello, per esempio, del nostro non intervenire in situazioni in cui, colui al quale ci rivolgiamo, ha effettivamente commesso il fatto. Ad esempio, con le deiezioni canine, con chi butta cartacce per terra, e così via: evitiamo di intervenire, spesso, perchè non è un nostro compito e perchè sappiamo (per esperienza) che la reazione dell’altro sarà negativa. Nel caso il ragazzo mani in tasca avesse gettato a terra la carta e tu l’avessi visto, sarebbe stato giusto (oppure avresti) insistito?
    Sono d’accordo con la tua osservazione sulla motivazione del ragazzo autistico. Ma la sua personale istruzione la possiamo spogliare dell’apporto emotivo, del tipo: ma perchè devo farlo io? E’ solo grazie a questa assenza di coinvolgimento personale che è possibile accedere alla routine che prevede una delle possibili esecuzioni, cioè raccogliere la carta.

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  4. Non avrei insistito con il ragazzo, per motivi interni alla struttura scolastica. Probabilmente anche perché mi interessano di più i processi che precedono il fatto. Dal “fatto” in poi, entriamo soprattutto nella sfera pedagogica/educativa cui non sono molto affezionato.

    Nel caso del ragazzino autistico la tua ipotesi (che condivido) regge nel modello fittizio: meno coinvolti siamo emotivamente, più roboticamente eseguiamo le istruzioni. Il rischio è il totalitarismo (sia positivo che negativo) in cui non è possibile produrre decisioni dalle questioni (Damasio e paopasc…) 😉

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  5. Ehhhh, grazie dell’accostamento a Damasio, seppure ironico e irriverente per lui. Il primo suo libro che ho comprato è stato negli anni 90, L’errore di cartesio e poi tutti gli altri. Damasio è stato un vero rivoluzionario, ha dato credibilità all’emozione, ha fornito delle ottime definizioni di coscienza I e II, per me è un grande.

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    • (Ho in progetto una categoria specifica sulle teorie intorno alla coscienza che sono fioccate dalla nascita della psicologia sperimentale. Appena riesco a trovare più tempo, organizzo questa sessione di “coscienze”, che penso di rendere aperta a tutti i contributi esterni)

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  6. Se fosse stato lui, nulla quaestio,
    se non è stato lui e non sei stato tu, pari siete
    perché ti deve ubbidire?l le tue ragioni valgono per entrambi.
    solo che lui è un bambino e tu un adulto. _Non è che il nocciolo della questione è chi deve comandare?

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    • Il presunto preludio di questa storia poteva essere il “comando” e la gerarchia implicata. In effetti me la sarei cavata con una esperienza pedagogica illuminata, fornendo alternative civiche del comune vivere. (Non ci sarei riuscito)

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  7. Io dó ragione a Franz, qui sopra, e credo che se fossi stato il primo bambino non avrei comunque raccolto la cartaccia e me ne sarei andato via con le mani in tasca. Questo perché é vero che la scuola é di tutti (o forse di nessuno), ma le responsabilitá sono individuali e non vedo perché se un tizio sbaglia, io debba pagare solo perché condividiamo lo stesso spazio sociale.

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    • Converrai che sia uno spazio sociale particolare. Un laboratorio di pratiche sociali lungo un continuum: da “non me frega” a “risolvo la negligenza” di qualcuno (anche perché ogni ragazzino vive in questo pezzo di spazio sociale 31 ore alla settimana per 5 anni).

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