Ghost in the Machine

La notizia che possa esistere in natura qualcosa che sia più veloce della luce è stata sconcertante. Quando ero piccolo, la velocità della luce mi affascinava, talmente fuori dal comune era concepire la velocita` di 300.000 km al secondo. Un’altra storia magica fu quando mi spiegarono che  le stelle erano talmente lontane che la luce, malgrado la velocità supersonica, impiegava anni prima di giungere a noi. Cercavo di calcolare quanti chilometri percorreva  la luce in un anno. Provavo a calcolare moltiplicando secondi per minuti per ore per giorni ect. ect. servendomi di una calcolatrice. Ma i numeri non riuscivano a dare un senso all’immagine di un fascio di luce che viaggiava attraverso lo spazio con queste tempistiche. C’è da aggiungere che la storia della luce è particolarmente curiosa. Comincia con il primo catechismo in cui il dio cattolico detta al mondo le sue istruzioni dopo aver acceso la luce, per finire al liceo quando al crepuscolo della fisica classica si supponeva che la luce sciasse sull’etere. Dopo di loro vennero gente come Einstein o i quantistici e le cose si complicarono. Non voglio farla lunga, ma la notizia è tale che ne vale la pena soffermarsi un po’. Specie perché la luce era probabilmente una stereotipa cognitiva per il padre della relatività, quando un giorno immaginò: “cosa succederebbe se mi aggrappassi ad un raggio di luce?”, per finire con lo sfornare una teoria pazzesca che ammette non solo la velocità limite della luce, ma addirittura l’immagine di scie luminose nello spazio che sterzano in vicinanza di grosse entità gravitazionali.

La velocità della luce aveva il suo limite, superlativo e nobilmente fantasioso avendo il notevole merito di incuriosire anche i più piccoli (per le maestre della scuola primaria suggerisco di dare un’occhiata qui). Da qualche giorno sappiamo che la luce è seconda. Perché malgrado il pragmatico disimpegno verso ciò che è smisuratamente più grande o più piccolo di noi, un po’ ci deprime sapere che la luce non solo non viaggia dritta ma è pure lentina. Un perfetto simbolo della ragione, della conoscenza e del controllo sulla natura si defila e ci lascia con l’unica fosca certezza (parziale!) che c’è più buio che mai. Beninteso, la ricerca scientifica è fatta di errori e di certezze transitorie, come gli stessi ricercatori si affrettano a ricordare. Ma se non c’è nemmeno un limite di velocità per la luce cosa dobbiamo aspettarci? Insomma che senso ha una luce sorpassata da un ineffabile proto-essere di cui non abbiamo nemmeno un’idea se sia a forma di uovo o di speedy gonzales? Voi mi direte che in fin dei conti nella nostra vita quotidiana la verità sta sempre in mezzo, anzi è una mediana che si sbarazza degli estremi per non essere assaliti dalle vertigini dell’infinitamente piccolo e grande. Newton in fin dei conti continua a funzionare e ci piace essere pratici. Ci mettiamo in discussione ma fino ad un certo punto. Dal nostro punto di vista non cambiano molto le cose, perché il fotone continuerà a colpire la nostra retina e se gli cambiano nome o arriva qualcuno un po’ prima di lui, il nostro cervello continuerà a fare il suo lavoro. Ma alt!

Non avevo affatto intenzione di scrivere su un argomento di fisica cui non ci capisco gran ché. Ho deciso di metter giù queste riflessioni dopo essere andato  involontariamente in cerca di altri tipi di velocità che riguardassero il nostro sistema nervoso. Inquieto com’ero, mi assaliva una curiosità spericolata quando ho pensato alla frase: dal nostro punto di vista! Mi sono detto che in questo caso quando dico “punto” di vista ho a che fare con qualcosa che “raggiunge” la coscienza. Mi sono chiesto dove possa essere il nostro “punto” di vista. Dove collocarlo. Quindi ho cercato una pagina per avere una idea della durata di alcuni eventi nel sistema nervoso. Ecco cosa ho trovato (fonte Dennett):

  • dire “mille e uno”: 1000 msec
  • fibra non mielinica, dal polpastrello al cervello: 500 msec
  • un pallone alla velocità di 110 km/h dal dischetto di rigore: 360 msec
  • pronunciare una sillaba: 200 msec
  • azionare e fermare un cronometro: 175 msec
  • un fotogramma di un film: 42 msec
  • un fotogramma televisivo: 33 msec
  • fibra mielinica veloce, dal polpastrello al cervello: 20 msec
  • il ciclo fondamentale di un neurone: 10 msec
  • il ciclo fondamentale di un personal computer: 0,0001 msec

Ho trovato tutte queste velocità statistiche e mi sono reso conto che sappiamo cosa succede al fotone quando colpisce la nostra retina saltando da una struttura all’altra e conosciamo più o meno l’intervallo di tempo impiegato. Però abbiamo a che fare con scale temporali microscopiche (gli intervalli di tempo sono misurati in millisecondi, per i limiti della tecnologia neuroscientifica), che prima o poi ci rendono la vita complicata quando dobbiamo decidere dove porre la linea di traguardo in cui con coscienza possiamo dire: il mio punto di vista! Cioè, dove arriva il messaggio? Sfogliando il libro che avevo preso dalla libreria mi sono imbattuto su Cartesio il quale aveva risolto la faccenda supponendo che la linea di traguardo del fotone (va bene non più un vero e proprio fotone ma chi ne fa le veci) fosse posta nella ghiandola pineale, una struttura centrale nel nostro cervello situata in posizione mediana (oggi è chiamata epifisi, una ghiandola endocrina). A questa sede giungerebbero tutte le afferenze provenienti dai sensi e le attuali notizie superliminali.

Ma le ricerche successive hanno falsificato del tutto l’ipotesi cartesiana. La coscienza non è installata in una privilegiata postazione dove arrivano tutte le informazioni del mondo o il tunnel del paese di flatlandia (mentale). Ecco a me questa immagine di una linea di arrivo, dove il messaggero giunge tutto di un fiato mi è sempre piaciuta. Di riflesso, immagino all’altro capo un giudice che preme un pulsante e gli atleti che schizzano via alla velocità della luc…ops del neutrino sino al punto di arrivo. Sino al traguardo in cui tutte le esperienze si presentano e noi ne prendiamo coscienza. Oggi gli studiosi non sostengono più questa concezione; ma a me affascina il senso comune che commette errori e sa comunque scoprire scorciatoie quando le cose si fanno complicate. Penso che l’immagine di una coscienza in trincea sia bellissima perché esprime una paura nobile.

Ripiegare sul proprio punto di vista, quando avvertiamo che l’esterno nella sua enormità avanza. Lo so, mi sono un po’ allontanato dalla faccenda della velocità della luce superata. Ma questo tipo di sapere mette in discussione anche questo pezzo di conoscenza che ho di me stesso, cioè l’identificazione della coscienza. Man mano che il confine tra me e il mondo non è più rappresentato dalla pelle, dalla retina, dall’architettura (caotica e imprevedibile) del cervello, quando comincio a capire che la mia coscienza non ha una sede stabile o rintracciabile e piano piano l’inaccessibile avanza, l’inconscio sembra governare persino attività mentali di ordine superiore, comincio a ripiegare sul “punto” di vista della coscienza. Allora tento di dimostrare l’ovvio, “qui dentro”, IO posso provare ad alzare il braccio: tra la coscienza e il braccio che si alza però non c’è un punto preciso, ma una velocità pazzesca. Se provo ad andare dietro alla velocità smarrisco il senso della posizione nel labirinto di network neurali e di livelli di descrizione presi. Se provo a fermarmi, mi accorgo che arrivo un attimo dopo qualcosa più veloce di me che mi ha preceduto.

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2 pensieri su “Ghost in the Machine

  1. “Se provo ad andare dietro alla velocità smarrisco il senso della posizione nel labirinto di network neurali e di livelli di descrizione presi. Se provo a fermarmi, mi accorgo che arrivo un attimo dopo di qualcosa più veloce di me che mi ha preceduto”.
    Mi piace sapere che un fascio di neutrini ha fatto riemergere il Carmelo più ingenuo e disintancato…..quanto vorrei essere un neutrino adesso mentre sei al lavoro per rincoglionirti ben bene…..:)

    Mi piace

  2. Pingback: Balistica e coscienza | Neuromancer

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