Giochi di Coppia (secondo tempo)

Osservavo i due amici parlare delle loro rispettive rivendicazioni. Martino è assente e Chiara è troppo presente: in un approccio sistemico la soluzione strategica è quella di chiedere a Chiara di essere ancora più presente ed invitare Martino ad essere particolarmente assente proprio quando entra in casa dopo il lavoro. Una prescrizione del sintomo che più sembra caratterizzarli. Una delle magie della psicologia clinica è quella di utilizzare i paradossi che in un certo senso mettono d’accordo gli opposti con esiti proficui. Può funzionare. Ma osservare dall’esterno una coppia che discute mi fa riflettere sul ruolo che assume l’osservatore. Si tratta di una falsa prospettiva oppure chi sta fuori la mischia ha davvero un punto di vista più “oggettivo”, completo e meno condizionato dalle dinamiche interne del sistema? D’altra parte Chiara e Martino sembrano voler aprire le porte della loro relazione ad un arbitro che intervenga a decidere una giustizia psicologica. Spesso la giustizia invocata non ha niente a che fare con la verità o la chiarezza delle incomprensioni di entrambe le parti. Piuttosto la giustizia è invocata in nome di una legittima vendetta contro qualcuno.

Entrambi si condizionano e costringono l’altro a comportarsi come rispettivamente si aspettano. Ciascuno fornisce un’immagine di se stesso tale che nella relazione sia confermata dall’altro. Invece io, in quanto osservatore “esterno”, colgo la reciprocità in atto e possiedo maggiori informazioni che posso utilizzare per intervenire. Strategicamente perturbo il sistema verso una soluzione. Sarà proprio così? Mi chiedo: quale accesso posso avere alla loro relazione? Nell’immediato il buon senso ci fa pensare che deteniamo un punto di vista privilegiato con più elementi sottomano da poter sfruttare. Però lo stesso vale dal loro punto di vista. Io ho colto una reciprocità fondata sulla dinamica: una sta ferma e l’altro scappa. Ma quando formulo una ipotesi sul funzionamento della coppia parto dalla ambiziosa prospettiva del controllo. Lo stesso però è presumibile che accada da parte loro.

Uno dei primi autoritratti di Van Gogh


Vi faccio un esempio: la coppia di genitori manifesta verso i figli emozioni, credenze, filosofie di vita, comportamenti che per il figlio sono trasparenti e chiari. Ma non potrà mai accedere nella relazione di coppia fra marito e moglie. Ci sono strati di conoscenze difficili da sfogliare. E poi il punto è che una coppia, in quanto sistema, autoalimenta una conservazione della propria organizzazione interna da rendersi inespugnabile. Questo approccio ha impegnato alcuni teorici in ad elencare specifiche proprietà controintuitive che definiscono un sistema: l’autonomia, l’autorganizzazione, la chiusura operazionale. Forse un esempio, da prendere con beneficio d’inventario, che può illustrare questo discorso è l’immagine del volto umano nel tempo. Andate a prendere le foto di quando eravate piccoli e osservate come cambiano i lineamenti del vostro viso. Però, sembra che decine di anni non riescano a perturbare l’organizzazione morfologica dei vostri tratti facciali. Ci sono stati dei cambiamenti sia endogeni, dovuti allo sviluppo, sia di natura esterna (l’azione dell’ambiente o un trauma per un incidente), però nel complesso la configurazione spaziale dei lineamenti ha mantenuto la sua identità. Ci riconosciamo e siamo riconosciuti dalle persone che frequentiamo. Il sistema subordina i cambiamenti strutturali alla conservazione della propria organizzazione.

Tornando a Chiara e Martino allora tutto si rovescia. Non posso più considerarmi in una posizione conoscitiva vantaggiosa, come se fossi in una prospettiva di maggiore controllo delle informazioni che mi consente di effettuare un cambiamento. Anzi forse in fondo osservo elementi coerenti con mio punto di vista a conferma della mia organizzazione. Questo per me è sconvolgente quando penso alle particolari relazioni nel settore medico, pedagogico, educativo, psicoterapeutico. Un sistema tende a conservare la sua invarianza e permetterà al massimo dei cambiamenti strutturali che rispettino l’identità interna (l’organizzazione). Il sistema che osservo, dal suo punto di vista mi vede come rumore che da cui poter selezionare pezzi di mantenimento della organizzazione. Ma c’è un però. Io non sono soltanto un inguaribile curioso che cerca di apporre misure laddove vige un altro sistema metrico. Assumendomi la responsabilità di osservatore esterno in un certo senso attuo una reciprocità più complessa. Mi situo in un livello gerarchico differente e produttivo di conoscenza, come la cellula verso i tessuti o l’organismo in rapporto agli organi. La mia teoria di come funziona quel pezzo di realtà, selezionato da me, può trasformare il rumore in ordine, in maggiore complessità. Mi piace assumermi la responsabilità epistemologica di essere consapevole dell’ignoranza del dettaglio interno del sistema. Ma questa “etica intellettuale” mi permette di formulare problemi di trasformazione ed evoluzione del sistema con cui faccio esperienza (soprattutto in clinica).

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