Giochi di Coppia (primo tempo)

Qualche giorno fa ero a cena con una coppia di amici. Si è parlato di tante storie. Ad un certo punto, il discorso volge agli aneddoti sulla vita di coppia, finché Chiara* esterna la propria insoddisfazione per il comportamento poco presente del marito, Martino*. Entrambi hanno un figlio piccolo e attualmente lei si dedica completamente all’accudimento e Martino invece lavora tutto il giorno allo studio. La sostanza della “denuncia” era costituita dalla asimmetria di tempo dedicato alla famiglia, Chiara “24 ore su 24”, Martino 12 ore di lavoro e quasi zero a casa dato che “torna e si mette davanti al pc a vedere un film con gli auricolari”. Chiara chiede: “è normale che anche se lo colpissi sulla spalla non riceverei nessuna risposta?” La domanda è accompagnata da rabbia e una sfumatura di disperazione. Martino, d’altro canto, spiega con rassegnata e sorpresa indignazione che, dopo aver messo a letto il piccolo, non può che prevenirne il risveglio prematuro indossando l’auricolare e godendosi un po’ di relax vedendo un film che a lei non interessa.

Quest’argomento è durato per lo meno una mezz’ora, tra piccole vibrazioni di terrore ospitale e di ebbrezza  miscelate dalla indulgenza del vino. Infine abbiamo riso molto di tante altre faccende e questioni altrettanto gustose. Ma in quel momento avevo due osservazioni che facevo fatica a tenere a bada: la prima (che svogliatamente ho esternato), rivolta a Chiara, era posta per illustrare la sua infelice situazione per il senso di ingiustizia abbinato al senso di colpa quando doveva “disturbare” Martino che osservava il film con paterna precauzione, dopo aver attraversato Roma per tornare a casa dopo 12 ore di lavoro. Interdetta mi sorrideva dicendomi che non sapevo far altro che il mio mestiere (di psicologo). Ma, l’osservazione era pertinente e rimandava alla seconda, cioè quali fossero le emozioni e le aspettative parallele a tutta la sequenza che così fornita dai due si arrotolava su se stessa senza capire dove era l’inizio e dove la fine. La sensazione era che facessero fatica a parlare delle proprie emozioni.

Dal punto di vista di Chiara c’era rabbia e scoramento perché Martino è sempre assente e non la aiuta. Dal punto di vista di Martino c’è sorpresa e rassegnazione dato che lui lavora tutto il giorno e la cosa migliore che cerca di fare al ritorno è di mettere al letto (ad esempio) il piccolo per poi dedicarsi ad un comportamento meno vistoso possibile, dato che lei in fondo lo sorveglia. Lui è un assente perché lei sta dappertutto. Lei non può che stare dappertutto dato che lui non c’è mai. Ecco è uno schema ridondante che si automantiene con una feconda produzione emotiva, ma gira e rigira su spiegazioni che diventavano sempre più astratte e indecidibili e sarebbe stato un errore entrare nel merito del contenuto che i due attori sanno maneggiare sapientemente.

In una prospettiva terapeutica l’errore che compirei sarebbe quello di chiedermi perché si comportino così. Ma il perché mi condurrebbe in un vicolo cieco e in una pericolosa superstizione: avere fede in un livello inviolato e assoluto, cioè l’esistenza di una verità oggettiva a cui dovrebbero adeguarsi i soggetti in questione. L’aspetto interessante è piuttosto il fatto che ciascuno “costringe” l’altro a reagire in maniera tale che venga confermata l’immagine di se stesso (non ha importanza in questo discorso quanto sia cosciente o meno ciò). Ad esempio, Martino cercando di evitare il controllo di Chiara sceglie di mostrarsi utile mettendo a letto il piccolo e ascolta con gli auricolari il film per non disturbare (non farsi notare). Minimizza il proprio comportamento avallando la tesi di Chiara di non essere partecipe. Lei si arrabbia e lui si chiude ulteriormente.

Chiara assiste alla scena di Martino che dopo una giornata in cui non è in casa fa di tutto per rimanere assente pur essendoci, mettendo a letto il piccolo e rintanandosi sul divano. Brontola e lui dice che ha fatto del suo meglio: ma se questo è il meglio allora lei è davvero indispensabile (per controllare Martino). Nell’esempio sono partito dal punto di vista di Martino arrivando a Chiara e viceversa, il processo è circolare e non c’è nessun punto di partenza né di arrivo. Anzi, c’è una punteggiatura che dipende dall’osservatore esterno. I due partecipanti possono uscirne dal circolo vizioso evitando di imporre la propria punteggiatura ma cercando di comunicare sulla propria comunicazione, cioè metacomunicando. Ma attenzione!  Ho appena accennato ad un osservatore esterno allora la questione prende una svolta improvvisa.

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2 pensieri su “Giochi di Coppia (primo tempo)

  1. Considera che identiche situazioni possono aversi in qualsiasi relazione (due amici, due soci, due fratelli, due vicini di casa) oltre che anche in relazioni tra stati (per esempio Israele e Palestina). E’ risolvibile intervenendo dall’esterno, punto dal quale si ha una visione più ampia, e dando qualche input giusto. A volte anche la semplice comprensione di come stanno realmente le cose (cioè di come stanno le cose da un altro punto di vista) può aiutare i soggetti a dipanare la matassa da soli, sempre che il coinvolgimento nella propria posizione non sia eccessivo. Al di là del minuetto delle rivendicazioni mi è sempre interessato capire di cosa si tratta in definitiva: se per esempio parliamo di due che si spingono a vicenda sappiamo che è questione di forza fisica e coordinazione dei movimenti, ma quando parliamo di coinvolgimenti emotivi qual è il correlato fisico? Non essendo un vero e proprio atto, l’emozione può anche sbagliare: cioè, se tu ti appoggi a me con forza, spingendomi, ci saranno pochi dubbi riguardo alla tua azione, ma se io immagino che tu abbia dei risentimenti nei miei confronti (quindi, secondo me, tu mi stai spingendo, diciamo) a mia volta agirò come se tu mi stessi spingendo veramente. Il mondo emotivo è così forte ed etereo insieme: basta essere convinti di una cosa che si agisce come se quella cosa fosse perfettamente reale.

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    • @E’ risolvibile intervenendo dall’esterno, punto dal quale si ha una visione più ampia, e dando qualche input giusto(…)

      E’ molto difficile risponderti e dopo tutto ho in mente di scrivere il “secondo tempo” su questo aspetto, perché secondo me è meglio dedicarci un intero post dato che in clinica, l’intervento esterno, può avere esiti negativi.

      @la semplice comprensione di come stanno realmente le cose(…)
      Non lo possiamo sapere o,meglio, dovremmo metterci d’accordo su cosa sia la realtà. Argomento legato al punto di prima sulla “esternalità” del punto di vista. Abbiamo bisogno, appunto, di una teoria dell’osservatore.

      @quando parliamo di coinvolgimenti emotivi qual è il correlato fisico(…)
      Partendo dal presupposto di tenere distinti (ma non antinomici!) emozione e sentimento, sullo stato fisico dell’emozione basta dare una lettura agli ottimi Ekman o Damasio. Più a fondo, lo studio sistematico neuropsicologico delle emozioni in senso relazionale è stato fatto da Panksepp (lo trovi solo in inglese, io l’ho scaricato da e*…). Beninteso per dirti che ci sono delle ottime e affidabili ricerche che illustrano i correlati neurofisiologici dei sistemi emotivi.

      @ Non essendo un vero e proprio atto, l’emozione può anche sbagliare(…)
      Considera che possiamo parlare di emozioni su più livelli senza finire mai, ritenendo che siano semplici fonti disfunzionali (cognitivismo classico), sacche di energie perturbatrici (psicodinamica classica) sino addirittura a fondamento della coscienza evolutivamente parlando (nella sequenza evolutiva: emozioni omeostatiche, relazionali sociali, epistemiche).
      Nel complesso non possiamo dire che le emozioni si “sbagliano”, a mio parere i livello analogico (delle emozioni) non può essere argomentato con la logica del livello logico semantico del linguaggio. Cioè: reagisco con paura o rabbia (etichette linguistiche comunque…) perché etologicamente è successo qualcosa che mette in allarme il comportamento omeostatico di fuga e attacco (bada, in senso correlativo e non causale).

      @se tu ti appoggi a me con forza, spingendomi, ci saranno pochi dubbi riguardo alla tua azione, ma se io immagino che tu abbia dei risentimenti nei miei confronti(…)
      IO immagino che tu “senti o pensi o immagini o credi”: stai parlando in termini di Teoria della Mente, cioè siamo dei “mentalisti” cioè ci facciamo una teoria della mente dell’altro.
      Ad essere spicci, quando vedo/agisco (sistema sensomotorio) che mi spingi io immagino che al di là della tua faccia, dentro la tua testa (pensa che è la drammatica lacuna degli autistici) c’è qualcuno che pensa/sente/immagina/crede come me. Questo aspetto è intrecciato al dibattito intorno ad una importante fonte di ricerca sui neuroni specchio (di cui non sono pienamente d’accordo).

      Si è convinti dopo, molto molto dopo (la velocità nervosa nella dimensione del cervello, rispetto alla convinzione o credenza, è simile a quella della luce…) 😉

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