Il Banale Ritorno a Scuola (seconda parte)

“Cosa c’è che non va nel nostro sistema educativo, visto che esso castra il nostro dominio del linguaggio?”, si chiede von Foerster con cipiglio teutonico. Il modo in cui viene applicato il metodo scientifico può essere una delle spiegazioni più allarmanti per epistemologi ed educatori. Le regole osservate in passato devono essere osservate anche in futuro, principio però smontato letteralmente pezzo per pezzo dall’analisi di Popper al punto che non è consigliato provare a rimontare. C’è un secondo principio che ha effetti rovinosi sulla natura delle osservazioni che i ragazzi si fanno del mondo : il principio della causa necessaria e sufficiente. Avendo fiducia nella scoperta di una causa necessaria e sufficiente degli effetti percepiti, tutto il resto dell’universo è irrilevante. Un esempio: in psicologia sperimentale uno dei maggiori scrupoli metodologici è quello di eliminare le variabili intervenienti. Si tratta di quel il rumore di fondo che si frappone tra la variabile indipendente (causa) e la variabile dipendente (effetto), oggetto di studio. Lo scopo (non così nobile) consiste nel fatto che desideriamo confermata l’ipotesi nulla (cioè la legge che verifichiamo), generalizzare i risultati ed essere certi della replicabilità dei risultati.

Ma quando parliamo di cause già Aristotele ci avvertiva che ne esistono almeno due diverse, una efficiente e una finale. Significa che una è antecedente il fenomeno, l’altra è successiva agli effetti. Allora se sappiamo come percepire il futuro, sappiamo come agire nel presente: la causa finale genera gli effetti da spiegare! Come poter generare simili scenari per chi mantiene saldo il principio che le regole osservate in passato valgano pure per il futuro? Il cambiamento, trasformando (cancellando) le regole del passato, diventa inconcepibile per chi si ostina a prevedere che il mondo funzioni secondo le abitudini del passato (Hume).

Provo a visualizzare i banchi della classe dei ragazzini, Martino al secondo banco, né troppo dietro né troppo avanti, nel posto mediano tra la piétas e la tragedia dell’autismo. In quel momento la maestra sta per introdurre un nuovo argomento. A questa visione von Foerster mi bisbiglia all’orecchio una premessa: “bada bene, ci sono macchine banali e macchine non-banali”. La macchina banale funziona con quella tipica relazione uno a uno tra causa ed effetto, tra input ed output, nella versione hard comportamentistica. Un esempio di sistema deterministico e prevedibile è l’automobile, ci sali su, giri la chiave e si accende. Ti aspetti ciò che è successo ieri o poco fa ed accade. Le macchine non-banali invece sono creature che si comportano in modo diverso perché la relazione uno a uno, input-output non è stabile nè prevedibile, anzi: spesse volte l’input è determinato dall’output precedente! Contano la storia e gli sviluppi non prevedibili che precedono l’input. In fondo restano dei sistemi deterministici, ma “l’output osservato una volta per un dato input non resterà lo stesso anche in seguito”.

Per uno psicologo, la macchina banale ha un solo stato interno, la macchina non-banale passa da uno stato interno all’altro. Noi speriamo sempre che ciò che compriamo funzioni in modo banale, che la mattina quando giriamo la chiave, il motore si accendi e la macchina parta. Così il fon, il televisore, la lavatrice, la lampada, il nostro computer. Quante volte speriamo di non imbatterci in macchine non-banali? Quante volte non perdoniamo varie divinità di insospettabile cinismo? Quante volte dobbiamo rimboccarci le maniche o stirare i pensieri per trasformare una macchina non-banale in una banale?

Va da sé che il modo in cui funziona il nostro sistema didattico (con le dovute eccezioni) comincia ad apparirci quanto meno inquietante. Lo studente quando entra nel sistema scolastico è una macchina non-banale, imprevedibile e curiosa. Posta una domanda fornirà una risposta non esatta, non prevedibile. Se alla fine del suo percorso consegue i risultati che ci si aspetta da lui, se fornisce le risposte giuste, già note in anticipo (rivelando il finto problema che gli è stato posto), sarà valutato positivamente e promosso. Sembra che i test scolastici, i manuali, le interrogazioni, gli incontri tra genitori e insegnanti, le carriere scolastiche non siano altro che la misura del grado di banalizzazione dello studente. Vuoi un punteggio alto? Sii più banale, dammi il risultato prevedibile per essere ammesso nella società. “Non sarà fonte di sorprese, né di problemi

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3 pensieri su “Il Banale Ritorno a Scuola (seconda parte)

  1. Però io non capisco se pretendi, per sfornare al termine del corso di studi macchine sempre non-banali (come erano all’ingresso), di derogare alle conoscenze (più o meno) stabili che abbiamo. Spero tu non pretenda che un novello chimico non bilanci un’equazione chimica nel modo canonico o un dottore appena sfornato curi un raffreddore con un antiblastico.
    Se invece ritieni che una certa qual uniformità di atteggiamento sia nociva in senso ampio agli sviluppi sia della conoscenza che della società nel suo insieme possiamo essere d’accordo. Lo so che la gran parte delle risposte ai quiz possono essere discusse ma, come diceva quel non so più che grande pittore, prima di saper non-disegnare devi saper disegnare. Non possiamo pretendere di avere menti solo aperte perchè senza porte e serrature temo che il risultato sarà una mente così aperta che il cervello casca fuori (cit.) ovvero, un pensiero magico. Noi possiamo dominare la banalità con il non-banale ma non possiamo dominare il non-banale con il non-banale. Una conoscenza lasciata a se stessa, che non segua nessuna regola, è costretta a ripercorrere sempre gli stessi passi. Perchè pensi che la conoscenza avanza (se avanza) così velocemente? perchè in un modo o nell’altro (o utilizzandole o abbandonandole) ci serviamo delle vecchie conoscenze.
    Il tuo discorso comunque l’ho capito (o almeno credo): una scuola ingessata dispone ai traumi anche che vi entra perfettamente sano. ed è vero. Nel senso che è noiosa, fatta da chi ha poche motivazioni, oppure fatta in modo da inibire che ne ha (di motivazioni) e così via. E’ quello che spesso capita a due tipi di soggetti: chi è da molto tempo in un settore o chi vi entra la prima volta. si scoprono, per serendipity o per chissà quale altro motivo, soluzioni nuove e ingegnose a vecchi problemi mal risolti, però il sistema fa resistenza. Questa resistenza ha a che fare con la mancata cessione di autorità, che chiunque abbia un minimo di potere (o crede di averlo dall’esercitare da lungo tempo) si guarda bene dal lasciare (anche temporaneamente). In questo senso, impartire conoscenze miste (banali e non-banali) sarebbe la soluzione più adatta a formare conoscenze banali ma anche a formare uno spirito critico (che del resto in alcuni già c’è) che metta in discussione quanto già stabilito.

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    • Ci sono nel mio discorso due temi generali che riguardano da un lato alcune accortezze epistemologiche giocosamente raffigurate dall’esempio educativo (gli errori di metodo, la naturalezza nel dare per scontato che esistono regole generali osservabili da un punto di vista privilegiato e che valgono in entrambe le direzioni del tempo ect ect), dall’altro riguardano una certa logica didattica che in modo esemplare può essere sintetizzata in questo modo: “è doveroso insegnare la stessa cosa a tutti e tutti devono impararla allo stesso modo”. Articolabile poi nella contraddizione che pesa nella lunga storia scolastica di molti studenti (e nella mia) descrivibile in questa maniera: si conosce una poesia di Carducci, ma non so come funziona il motore di una macchina. A mio parere ciò succede non solo perché ad esempio si sceglie un liceo o una scuola non tecnica/professionale, ma perché sin dai primi anni scolastici l’operazione è stata quella di instillare la tendenza alla contemplazione che all’azione (il ritratto del classico umanista!).
      Beninteso, hai fatto bene ad apporre la saggia premessa che alla non-banalità non dobbiamo ricorrere ad una specie di “magico” laissez faire. Forse potremmo ricorrere ad una logica di insegnamento ibrida, quella che suggerisci te e quella in cui a scuola si lavori con l’esperimento e a casa si studi per approfondire.

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  2. Pingback: Disegna un neurone | Neuromancer

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