Il Banale Ritorno a Scuola (prima parte)

Nei primi giorni di settembre aprono le scuole. Mi ricordo che in Sicilia l’apertura era un po’ più tardi, a ridosso dell’equinozio autunnale. Adesso lavoro nelle scuole di Roma e si riparte poco prima della metà del mese. Il mio datore di lavoro (cooperativa sociale) mi raccomanda di non applicare terapie riabilitative ai bimbi che assisterò. Mi tirano spesso le orecchie (perché è irresistibile la tentazione di lavorare invece di tenere le braccia conserte) per “proteggermi” dalla rabbia dei genitori in quanto possono allarmarsi per i miglioramenti dei loro figli (sic!). D’altra parte ricomincia la storia in cui devo far capire alle maestre che non sono né un insegnante di sostegno, né uno psicologo o un collaboratore scolastico.

Rientro e farò il ping pong fra una quinta e una seconda elementare. La novità sarà pure che ci sarà una nuova insegnante di sostegno che non capirà nulla di autismo ma sarà molto efficiente nel compilare il pei (piano educativo individualizzato). Rivedere i ragazzi seduti e pronti alle nuove conoscenze, ogni anno, come al solito mi farà venire in mente una lezione che imparai tempo addietro. Ecco sono andato a riprendere il libro, ho trovato il capitolo in questione e voglio prendere appunti perché così posso ritornarci tutte le volte che mi gira la testa. L’autore, Heinz von Foerster,  è un eclettico scienziato che faceva pure lui il ping pong ma tra fisica e filosofia.

Esordisce con un ragionamento che mi colpisce subito asserendo che, in tempi di transizione, nessuno si allarmerebbe quando si prospetta che il futuro non sarà come il passato. Tuttavia, quando non percepiamo in modo chiaro il futuro non sappiamo più come agire. Siamo in balia dell’azione degli altri. In questo preambolo trovo una strana analogia con la situazione del paziente che descrivendomi il suo attacco di panico mi parla della sua percezione vertiginosa del futuro: la paura di morire stecchito a terra per soffocamento. Sapete, tutte le volte che ascolto questa previsione drammatica mi chiedo: esisterà mai un attacco di panico alla rovescia in cui al paziente scatta l’attacco di panico avendo immaginato, a posteriori, di esser stato morto per milioni e milioni di anni sino a quando in modo incomprensibile è nato?

Tornando alla lettura, Foerster sposta il discorso sull’uso improprio del linguaggio che finisce per farci combinare una serie di errori epistemologici non lievi che si riflettono nel sistema educativo. Ad esempio, nella coppia di concetti processo/sostanza un membro della coppia viene utilizzato al posto dell’altro. Vuol dire che quando parliamo di conoscenza abbiamo in mente che essa sia come una sostanza che viene riversata  dentro il cervello degli alunni dal nostro sistema didattico. Purtroppo (per fortuna) non è così. La conoscenza essendo un processo e non un oggetto (qualcuno avrebbe detto “merce”) non si può trasmettere, ma può essere innescato utilizzando “veicoli” potenziali (computer, laboratori, lavagne interattive, la musica) che siano percepiti dai ragazzi non per risolvere problemi ma per scoprirli o crearli.

Un’altra coppia di concetti scambiati è quella di relazione/predicato, cioè quando dico che un libro è nuovo, “nuovo” è un predicato nel senso che è stato comprato e nessuno prima di me lo ha utilizzato. Se dico che è buono, “buono” indica la relazione tra l’oggetto di carta e me in quanto osservatore che l’ho letto. Dire che il libro è nuovo e dire che il libro è buono, non è la stessa cosa. L’operatore sintattico “é” lo adoperano svogliatamente gli uomini politici, i quali scambiano predicati con relazioni cercando di persuadere gli elettori del fatto che buono è la stessa cosa di nuovo. Teoricamente, aggiungo, il primo uomo politico cui facciamo conoscenza è la mamma.

Ad un certo punto Foerster afferma: “siamo allevati in un mondo visto attraverso le descrizioni altrui, invece che attraverso le nostre stesse percezioni”, riportando un esperimento dove un gruppo di persone doveva raggruppare delle parole secondo classi di significato che avrebbero deciso in base alla loro volontà. I risultati mostravano che i soggetti adottavano lo stesso criterio, che era il raggruppamento sintattico: verbi con verbi, nomi con nomi, aggettivi con aggettivi etc. Un gruppo di bambini di terza e quarta elementare svolgeva in modo totalmente differente il compito mostrando una notevole ricchezza percettiva ed immaginativa. Raggruppavano mela con mangiare, aria con fredda, piede con saltare, casa con vivere. Come è possibile, si chiede l’autore, che il sistema educativo “castri” il nostro dominio del linguaggio?

Tra i vari fattori che possono essere considerati, Foerster ne cita uno in particolare, cioè l’errata applicazione del metodo scientifico. Esso poggia su due pilastri: le regole osservate in passato devono essere osservate anche in futuro (principio della conservazione delle regole); tutto ciò che è nell’universo è considerato irrilevante.

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5 pensieri su “Il Banale Ritorno a Scuola (prima parte)

  1. Il grande Foerster, è una continua sorpresa. Ritengo la sua capacità intuitiva straordinaria. In effetti c’è il rischio di rimanere imbrigliati nelle categorie che altri hanno creato. Del resto, a scompaginare le categorie si può rischiare di creare solo un nuovo standard. Meglio farle vivere insieme. Sul fatto che noi dobbiamo immaginare il nostro futuro, anche quello molto prossimo, è una cosa che anche io ho sempre pensato, e la vedo in termini di ricostruzioni motorie ed emotive di tutti gli atti necessari per compiere quel futuro. Trovo che abbia un fenomenale effetto calmante, come minimo, oltre a darci la base minima dell’aspettativa e dunque dell’intenzionalità.

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    • IL libro citato in questo post è (per curiosi della seconda cibernetica) “Sistemi che osservano”, con capitoli molto tecnici e altri davvero sorprendenti come dici te.
      Eppure in tutte le ricostruzioni che possiamo permetterci per gli scopi futuri, nessuna ci garantisce di trovare conferme. La memoria prospettica (dei progetti futuri) sembra avere solide basi nelle strutture che si occupano di progetti, pianificazioni, “intenzioni” (nei lobi frontali per intenderci). Il futuro sembra essere un po’ il pupilllo dell’Evoluzione per i nostri cervelli.
      Forse la psicologia è davvero la pecora nera delle scienze, occupandosi soprattutto dei cigni neri che la scienza dura desidera denunciare come irrilevanti.

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  2. Non penso solo a una ricostruzione in chiave intenzionale cognitiva -ciò che vogliamo fare da grandi, i nostri progetti- penso anche a tutto quello che di basilare ci fa muovere, l’humus emotivo interiore – incontrare quella persona, fare colazione, studiare, la partita di calcio-.
    In parole povere penso che la ricostruzione sia uno strumento di controllo e, insieme, un navigatore: lancio lontano la mia ricostruzione del futuro -quanto lontano non importa- e poi la inseguo per avere una strada da seguire. Ce l’ho quel libro, pubblicato dalla Astrolabio Ubaldini, quei libri con la sovracoperta gialla.
    Quanto ai cigni neri, qualcuno invece sostiene che sono assai importanti.

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    • Forse anziché parlare di ricostruzione faremmo meglio a nominarla direttamente costruzione. Per lo meno, nel mio lavoro terapeutico, la ricostruzione è di per sé un’attività cooperativa per rivisitare, scena per scena, prototipo per prototipo, frame per frame, l’episodio saliente in cui è successo una “catastrofe”.
      Tra l’altro, un approccio di questo tipo, costruttivistico, è agli antipodi di una indagine razionalistica cognitiva (ma qui sto proprio entrando nel merito della storia “recente” della psicologia)
      Sono fantastici i libri della Astrolabio che non finirei di comprarne tutta la serie (indimenticabile la copertina gialla).
      Bisogna vedere personalmente verso cosa si protende: cigni bianchi o neri? come dire: von Neumann (paradigmatico) o Wiener (paradossi)?

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  3. Pingback: Una risposta a Keplero | Neuromancer

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