La Coscienza Imbottigliata

ResearchBlogging.orgUn articolo su wired science riporta i risultati di alcuni esperimenti in cui vengono provati i limiti cognitivi del multitasking mentale. Non possiamo impegnarci contemporaneamente in più attività. L’apprendiamo già nella nostra vita quotidiana commettendo più errori quando pretendiamo di svolgere due operazioni mentali contemporaneamente. La ricerca di M.N. Tombu et al. mostra attraverso l’uso delle tecniche di neuroimaging che per attività cognitive differenti si attivano in parte le stesse regioni cerebrali.

Sappiamo che la stessa elaborazione sensoriale funziona grazie ad un filtro dell’immensa quantità di dati esterni ed interni con cui facciamo esperienza. Dove possa essere posizionato tale presunto filtro, se in periferia (i sensi) o nei piani alti cognitivi (nei processi di memoria ad esempio) o in mezzo come il filtro di  Broadbent, fa parte del dibattito scientifico. Ma una cosa è certa, i canali percettivi funzionano come una specie di collo di bottiglia.

Sappiamo che differenti processi nel cervello sono soggetti a dei filtri separati,  ogni canale tende cioè ad “imbottigliarsi”, cioè a saturarsi e filtrare quei dettagli che non sono così importanti da conoscere. Nell’articolo i ricercatori indicano l’esistenza di un “collo di bottiglia unificato” (unified bottleneck), che accomuna i canali di elaborazione dei dati sensoriali e restringe l’abilità di effettuare diversi processi cognitivi contemporaneamente.

In un test i soggetti eseguivano due compiti percettivi mentre stavano dentro l’apparato per la risonanza magnetica. Essi eseguivano velocemente i compiti se effettuati uno per volta, mentre rallentavano le operazioni quando dovevano compierli entrambi contemporaneamente. La risonanza rivela delle strutture in comune che costituirebbero potenzialmente un collo di bottiglia rappresentazionale. Il cervello è overloaded, saturo.

In un altro test ai soggetti erano somministrate velocemente delle lettere che avrebbero dovuto ricordare 14 secondi dopo. Una sovraccarico è manifesto quando al partecipante è richiesto di ricordare più lettere rispetto ad un numero esiguo. Quale è l’area che limita queste risposte? Essi hanno previsto che vi siano alcune strutture nervose attive nei diversi compiti cognitivi che unificate in un pattern comune rappresentano il collo di bottiglia.

Quando i soggetti eseguivano entrambi i compiti di codifica e di memorizzazione (selection task), i tempi di risposta si allungavano in maniera vistosa e commettevano più errori. Quattro regioni cerebrali, la giunzione frontale inferiore, la corteccia frontale mediale superiore e l’insula bilaterale, sembrano attivarsi contemporaneamente in simili situazioni, un mosaico regolare neurocognitivo che evidenzia l’imbottigliamento operativo dei processi mentali.

Ecco questi limiti di elaborazione cognitiva mi fanno pensare ad un modello di coscienza proposto da Daniel Dennett che prende spunto dai dati emersi nella ricerca sperimentale. La coscienza è descritta come un ‘attività sequenziale fondata su “una società distribuita” di processi paralleli specializzati (non coscienti). La coscienza emerge come una specie di spazio di lavoro globale deputato alle operazioni di controllo sulle elaborazioni delle informazioni grazie a processi specializzati (“gli specialisti”). Immaginate la scena di un’aula quando la maestra pone una richiesta e gli alunni alzano il braccio stiracchiandolo più che possono per attrarre l’attenzione dell’insegnante. Ecco, più o meno è questo il ruolo della coscienza nei confronti degli specialisti.

Lo spazio globale di lavoro è una sorta di memoria di lavoro i cui contenuti vengono poi riversati alla società distribuita dei processi specializzati. Questo modello prevede inoltre che quando la coscienza ha scelto per una o l’altra versione, la decisione non è netta, cioè gli altri specialisti non sono completamente tagliati fuori. Mantengono il loro braccio alzato e qualche volta si lasciano scappare una parola o un piccolo commento (la maestra, per motivi personali, risponderà con uno sguardo minaccioso di rimprovero, con paziente indifferenza o con amorevole apertura empatica).

Perché è intrigante il modello di coscienza di Dennett? Perché la coscienza è vista come un processo sequenziale che “imbottiglia” l’afflusso di molteplici versioni della realtà, ne estrae una, la manipola, la confronta, la adopera, la rimanda indietro. Ma potenzialmente le altre versioni sono disponibili ad essere prese in considerazione per farsi coscienza. Alcune volte  è possibile che frammenti delle altre versioni possano irrompere transitoriamente nel flusso della coscienza. In psicopatologia questo fenomeno diventa drammatico nei processi dissociativi.

All’insieme dei processi in parallelo specializzati, si sovrappone un processo sequenziale, temporale, una successione di obiettivi espliciti nella consapevolezza di essere raggiunti uno per volta: questa è la coscienza. Tutto il contrario di quanto avviene in un computer, che già ci supera enormemente per la velocità, per la memoria, per i processi di multitasking. La coscienza è un limite per la nuova tecnologia, facciamocene una ragione perché è già difficile tenerla sempre online nel nostro corpo.

Tombu, M., Asplund, C., Dux, P., Godwin, D., Martin, J., & Marois, R. (2011). A Unified attentional bottleneck in the human brain Proceedings of the National Academy of Sciences, 108 (33), 13426-13431 DOI: 10.1073/pnas.1103583108

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3 pensieri su “La Coscienza Imbottigliata

  1. Io mi accorgo ogni giorno di quanto sia faticoso tenere in considerazione moltissime cose insieme.. L’universo di internet e dei social network porta il cervello a essere costantemente iperstimolato.. Tra Facebook, Twitter, Google Plus, i feed RSS dei miei blog preferiti.. Finisco sempre per essere catturato da una cosa o dall’altra e spesso arrivo a fine giornata con il cervello in fumo..

    By the way, complimenti per il restyling del blog.. Davvero eccellente! 🙂

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  2. Pingback: Attenti al Gorilla | PsycHomer

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