Cervelli in Pensione

ResearchBlogging.orgUna ricerca di un team di scienziati di sette università degli Stati Uniti ha messo in evidenza che la riduzione della massa del cervello è una caratteristica dell’uomo dovuta all’invecchiamento che non si riscontra nei primati evolutivamente vicini a noi. Antropologi, psicologi, neuroscienziati, biologi, veterinari, hanno utilizzato la risonanza magnetica per misurare lo spazio occupato dalle varie strutture cerebrali umane e di scimpanzé, inclusi il lobo frontale e l’ippocampo, aeree associate ai processi di memoria.

Lo studio è stato messo a punto per confrontare crani umani di età compresa tra i 22 e gli 88 anni con quelli di scimpanzé che andavano dai 10 ai 51 anni, comparandoli quindi in base ai rispettivi archi di vita temporale (in entrambi i casi le età erano congruenti con l’arco di vita medio di ciascuna specie: uno scimpanzé oltre i 45 anni entra nella vecchiaia, che in cattività e sotto controllo medico può raggiungere i 60 anni).

Gli aspetti che distinguono il cervello dell’uomo da quello degli altri primati sono stati l’aumento di volume e l’incremento della longevità“, riporta l’articolo, aggiungendo che: “L’invecchiamento della corteccia cerebrale differisce fra le due specie“. Infatti, lo scimpanzé invecchiando non mostra una perdita (o atrofia) significativa di massa cerebrale e delle altre strutture interne. Al contrario, nell’uomo si nota “un alto grado di degenerazione cerebrale” man mano che invecchia. Le due specie pur essendo separate da un punto di vista evolutivo di “soli” 6-8 milioni di anni, non hanno simili schemi di invecchiamento cerebrale.

Nelle conclusioni si legge che gli esseri umani, tra le altre cose, “sono unici nel mondo animale per la loro sensibilità alle patologie neurologiche nell’ultima parte della vita come il morbo di Alzheimer“. Persino in assenza di malattie neurologiche evidenti, l’invecchiamento dell’uomo è associato a numerose complicazioni di carattere psicologico. Da questo quadro complessivo, dal deterioramento neuronale a quello psicologico è nata una branca medica specifica ed inedita rispetto ad altri tempi come la geriatria.

A mio parere, questi dati sono molto importanti perché fanno riflettere sulle dinamiche e i compromessi emersi nell’evoluzione della specie e nella storia culturale: l’espansione del cervello (e relativa complessificazione reticolare), l’allungamento dell’età media, il sofisticato sviluppo cognitivo che riguarda ad esempio l’apprendimento, la soluzione di problemi complessi o la costruzione di gruppi sociali, sebbene opinabili, sono risultati (provvisori) immensi.

Ma nello stesso tempo la ricerca rivela gli svantaggi dei successi cognitivi a cui siamo esposti, cioè l’alto costo delle degenerazioni neuronali non riparabili (la maggior parte dei neuroni non sono rinnovabili), e la vulnerabilità psicologica cui è esposto l’uomo nell’ultima parte della sua vita.

Sherwood, C., Gordon, A., Allen, J., Phillips, K., Erwin, J., Hof, P., & Hopkins, W. (2011). Aging of the cerebral cortex differs between humans and chimpanzees Proceedings of the National Academy of Sciences, 108 (32), 13029-13034 DOI: 10.1073/pnas.1016709108

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7 pensieri su “Cervelli in Pensione

  1. Le malattie legate all’età saranno sempre più rilevanti in futuro; qualcuno sostiene addirittura che l’Alzheimer sarà considerato uno spettro peggiore del cancro nel giro di pochi anni. Forse una spiegazione potrebbe essere che i progressi della medicina hanno allungato la vita umana, ma lo hanno fatto intervenendo solo su alcuni organi o tessuti e trascurando un po’ il cervello, che così non è più “sincronizzato” con il resto dell’organismo. Non sono medico, ma se non sbaglio il cervello è l’organo che è più difficile da curare: la sua vita media non è stata allungata artificialmente come accaduto con gli altri organi, e le malattie neurodegenerative sono la diretta conseguenza di questo sfasamento.

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    • Sì il cervello è l’organo più difficile da comprendere, soprattutto, se ci pensi, quando il cervello ha deciso di comprendere se stesso.Oltre tutto, secondo le ricerche di autorevoli ricercatori (in primis Edelman) lo sviluppo del sistema nervoso centrale è per buona parte caotico (altro problema qualora si possa risolvere quello della sostituzione dei neuroni). Sì, la tua osservazione è molto perspicace e puntuale, i progressi tecnonolgici della medicina hanno avuto successo su strutture e tessuti, la cui storia ontogenetica era diventata prevedibile. Al momento, è difficile prospettarlo per il cervello. Ecco perché è ambizioso ed eccitante il contributo della genetica.

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  2. È quel tipo di ricerche che genera in me, individuo singolo, la “preoccupazione” maggiore. Qual è, secondo te, il livello di consapevolezza di tale degenerazione? Al di là intendo delle malattie più gravi e dei generici “Non ho più la memoria di un tempo”. Il cervello “sa” che sta invecchiando?

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    • E’ una domanda difficile perché inevitabilmente tocca la questione del grado di coscienza che si ha della propria condizione. Non ho risposte precise da un punto di vista organico/medico perché non è il mio campo. Se posso darti uno spunto di riflessione, il grado di coscienza è strettamente connesso con le relazioni che ho con l’altro. Cioè, comprendo e ho coscienza (riconosco) contenuti di me stesso grazie al contributo dell’altro. Da questa prospettiva (teorica), la coscienza di se stessi deve molto alla vicinanza dell’altro, che permette l’emergere della mia identità. Ne deriva, con le dovute cautele, che le risorse sociali intorno alla persona che invecchia abbiano un peso notevole per garantirgli una (ontologica?) stabilità psicologica. Resta il fatto, accertato, che l’attività mentale, nel proprio lavoro, lo studio, la ricerca, la curiosità, sono fondamentali per rallentare il deragliamento della mente.

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  3. Pingback: Un cervello su due piedi | Neuromancer

  4. un esempio calzante per me è questo. Ho la possibilità di verificare che piante selvatiche e piante coltivabili reagiscono diversamente alle malattie. La maggior parte delle volte sono le piante selvatiche o spontanee ad attaccare malattie fungine alle coltivabili. Il ritmo di crescita delle piante è notevolmente diverso. La coltivata cresce maggiormente, anche se malata ma, nel lungo periodo la pianta selvatica vince perchè riesce a sopravvivere alla malattia mentre l’altra muore, anticipatamente rispetto al ciclo appunto perchè malata. Forse le patologie degenerative sono lo scotto da pagare per la maggiore crescita generale del cervello rispetto alle antropomorfe, crescita che poi si paga alla fine.

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