AutoPoietico

Di recente, in una delle tante sparse letture (insomma, quando il lavoro lo permette), mi sono imbattuto in un paragrafo che pur conoscendo mi ha ha dato da riflettere. Sono alcune frasi, scritte da due esigenti ricercatori cileni, Francisco Varela e Humberto Maturana, a proposito di una questione piuttosto scottante, cioè comprendere le caratteristiche distintive di un essere in quanto vivente. Essi puntano alla cognizione in modo spericolato e hanno coniato un termine per certi versi sconcertante: autopoiesi. Questo termine indica la capacità di tutti gli organismi viventi di essere contemporaneamente distinti e in una speciale interazione con l’ambiente. Il concetto di autopoiesi è definito formalmente come segue:

“Un sistema autopoietico è organizzato (definito come unità) come una rete di processi di produzione (trasformazione e distruzione) di componenti che produce le componenti”

La seconda parte di questo nome composto, per me più facile da intuire, la “poiesi”, mi ha sempre fatto venire in mente la poesia, cioè la creazione dei versi dalla vena artistica “interna” del poeta. Per me è importante sottolineare “interna”, essendo uno psicologo non posso fare a meno di aggrapparmi a questa offerta speculativa. Allora, la poiesi è creazione. Oppure processo produttivo, anzi processi interni che sono organizzati allo scopo di produrre organizzazione. Questi processi producono componenti che producono processi. Una rete che non ha un vero centro che definisce gerarchie rigide, ma interazioni di processi che si coalizzano in componenti e processi (pensiamo alle aree cerebrali di primo livello, pensiamo ai network complessi che veicolano attività cognitive). Poi, prosegue:

“attraverso le loro interazioni e trasformazioni rigenerano continuamente e realizzano la rete di processi (relazioni) che le producono e  la costituiscono (la macchina) come un’unità concreta nello spazio in cui esse (le componenti) esistono, specificando il dominio topologico della sua realizzazione in quanto tale rete” (Varela, 1979)

Non di facile lettura, ma cerco di chiarire con poche parole la sostanza del discorso. Da qualunque livello voglio partire, ci sono processi che sono tutte le attività interne relative. E ci sono componenti, cioè unità strutturali, come dei nodi che vengono al pettine dall’arruffamento operoso di attività continue. Ad esempio, se penso alla cellula di un organo esse sono costituite da una rete di processi chimici che generano componenti (organuli, nucleo, mitocondri, reticoli endoplasmatici, apparato di Golgi ect.) che hanno lo scopo di produrre processi che li producono…

Una vertigine di asserzioni che sbalordisce per le complicate conseguenze: la rigenerazioni di componenti e relazioni di processi ha lo scopo interno di mantenere una stabilità organizzativa. Vuol dire che il cambiamento è relativo e disciplinato dalla coerenza interna del sistema per cui tutto ciò che sta fuori dall’organizzazione è “perturbazione”. Cerco di renderla più chiara e semplice: prima ero abituato a pensare alla mente con l’uso efficace della metafora del computer.

Il sistema cognitivo è un insieme di software che gira sul harware del sistema nervoso. Ci sono degli input, una serie di processi di elaborazione paralleli/seriali e l’uscita comportamentale (output). Un sistema vivente organizzato autopoieticamente stravolge questa metafora precisando che non ci sono né input né output, ma solo una genesi continua e inesauribile che trasforma “struttura”, riproducendo la stessa rete di processi, di componenti, di percezioni, di significati. Soprattutto: selezionando quelle perturbazioni coerenti con l’organizzazione interna. Detto altrimenti:

 “… i sistemi autopoietici operano come sistemi omeostatici che hanno nella propria organizzazione la variabile critica fondamentale da essi attivamente mantenuta costante” (Maturana, 1975).

Giungo allora a chiarirmi il termine “auto” di autopoietico. Con “autos” i greci si riferivano probabilmente a “se stesso”. Sé simile/uguale/analogo a sé. Oppure, il sé da sé, il farsi sé. Interpretazioni tutte importanti che però portano a diverse soluzioni. Preferisco la prima interpretazione perché molto utile ad esemplificare il discorso epistemologico dei due ricercatori cileni. Il sistema che trasforma, distruggendo e producendo, come ad esempio fa il metabolismo dell’organismo vivente, ricrea se stesso. Ad una condizione: non scordiamoci che i processi hanno a che fare con il tempo! I processi per loro natura si svolgono nel tempo. Hanno a che fare quindi con perturbazioni e con il tempo (cronos, vero generatore di dei). Ma questa è un’altra storia.

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2 pensieri su “AutoPoietico

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