La Verità Biologica

ResearchBlogging.orgUna ricerca interessante offre numerosi spunti di riflessione sul dibattito che negli States incrocia diversi settori professionistici sul ruolo che le neuro-immagini possono avere in un tribunale come prova pro o contro un imputato. Gli avvocati sono senza dubbio più spregiudicati dei neuroscienziati nel diagnosticare il verdetto del proprio cliente con questo prezioso documento visivo. Nel merito sul New York Times Magazine potete leggere l’articolo di Jeffrey Rosen.

Ma torniamo alla ricerca. La risonanza magnetica funzionale misura l’attività neuronale in base alle differenti richieste di ossigeno dei vari distretti cerebrali (più attività, più lavoro, più ossigeno), i cui risultati una buona parte degli esperti garantiscono che siano utili per testare il grado di verità di un individuo. I ricercatori si sono posti la domanda cruciale: se le prove di risonanza fossero ammesse in un processo, potrebbero influenzare il giudizio dei giurati? Già ricerche precedenti hanno messo in luce che la gratuita menzione di nozioni neuroscientifiche possano soddisfare la maggiorparte delle persone e gli stessi studenti di neuroscienze.

In questo studio, 330 studenti hanno letto delle vignette di due pagine su un processo criminale finto nel quale l’imputato era accusato di aver ucciso la moglie e il suo amante.
Nelle due paginette erano indicate diverse prove contro l’imputato, alcuni resoconti di testimoni oculari e delle prove incrociate. Una parte del gruppo però ha letto una versione contenente delle lastre di risonanza magnetica in cui era scritto che ci fosse stato un incremento dell’attività cerebrale all’altezza delle aree del lobo frontale quando l’imputato aveva negato di aver ucciso moglie e amante rispetto alle registrazioni in cui diceva la verità. Per effettuare dei confronti, ad altri soggetti erano state somministrate delle vignette che contenevano registrazioni di un poligrafo, ad altri registrazioni che misurano i cambiamenti di temperatura sul viso, infine ad un altro gruppo è stato data una versione senza alcuna tecnologia tipo “macchina della verità”.

Ebbene il 76% dei soggetti che hanno letto la versione di neuroimaging era propenso a considerare probabile la colpevolezza dell’accusato rispetto agli altri soggetti che hanno letto le versioni alternative (dal 47 al 53%). Gli stessi referti delle prove erano inoltre citate a sostegno delle loro convinzioni rispetto agli altri partecipanti delle versioni  che non menzionavano le risonanze. C’era una importante eccezione, quando ad esempio veniva introdotto l’ammonimento di un testimone oculare, esperto in tecniche di neuroimaging, sulla affidabilità della risonanza magnetica. Allora i giudizi sui verdetti di colpevolezza erano simili nelle varie versioni. L’influenza persuasiva della tecnologia veniva attenuata efficacemente quando venivano ricordati i suoi limiti.

Chiaramente stiamo parlando di una ricerca che ha pure i suoi limiti in quanto i giudizi sono basati su un processo fittizio e non possiamo sapere con precisione quali variabili possano sorgere in una situazione reale. Rimane importante tenere a mente quanto siano potenti questi strumenti, a prescindere del valore di verità obiettiva sul fatto criminale e i suoi protagonisti, nell’influenzare in sede processuale il giudizio dei giurati e quanto sia complessa la questione nel distinguere cosa osserviamo in una lastra, cosa ci aspettiamo e come si sono svolti i fatti.

Per quanto mi riguarda, ciò che salta agli occhi è il livello di realtà che viene stabilito quando si cerca la verità in contrapposizione alla non-verità in questi termini (un po’ come un test di gravidanza). Se viene posto un piano di osservazione in cui si ipotizza una verità “biologica” intercettabile con la tecnologia sofisticata delle neuroscienze avremo esiti coerenti per cui finiamo per non osservare né sentire l’uomo rispetto alla tecnica. Unpo’ come quando parliamo al dottore di famiglia e nemmeno ci ascolta. A stemperare la persuasività canagliesca di queste splendide tecnologie, a quanto pare, sembra che il parere critico di un esperto funzioni.

McCabe, D., Castel, A., & Rhodes, M. (2011). The Influence of fMRI Lie Detection Evidence on Juror Decision-Making Behavioral Sciences & the Law, 29 (4), 566-577 DOI: 10.1002/bsl.993

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2 pensieri su “La Verità Biologica

  1. In effetti, è abbastanza comprensibile che il parere di un esperto riesca ad annullare l’efficacia della prova “tecnologica”. Dopotutto, nessuno può essere esperto di tutto, e immagino che il giudice non possa conoscere sia la giurisprudenza sia le neuroscienze. In mancanza di un consulente il giudice tenderà ad affidarsi alla tecnologia, pur non conoscendola; ma quando l’esperto c’è, allora la sua opinione diventa preponderante.
    I confini tra i vari settori della conoscenza stanno progressivamente scomparendo, e le figure professionali “ibride” saranno sempre più fondamentali. Ci stiamo muovendo verso la laurea in tuttologia di Pico de Paperis! 😉

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