Virgilio o Baudelaire?

In questo periodo di esami di maturità siamo completamente assorbiti dai relativi classici servizi televisivi. Per quanto mi riguarda sono “investito” dalle attese turbate delle mamme per i loro figli e di colleghe per i “propri” alunni. Una delle parole più (ab)usate è STRESS. Attenzione allo stress! Per prevenire gli inconvenienti vengono proposti suggerimenti quanto meno singolari. Perché il vero timore è che allo stress si abbini l’ansia, che questa possa preludere all’attacco di panico e si salvi chi può.

Poi, in questi stessi giorni mi sono imbattuto in un articolo che rende noto i risultati delle ricerche di un gruppo di studiosi canadesi, i quali mettono in evidenza che vivere in città comporta un rischio maggiore per la propria salute a causa dello stress cittadino. Lo stress dell’ambiente urbano può causare un aumento dei disturbi psicologici quali l’ansia, la depressione e persino la schizofrenia.

“vivere in città ti fa stare sempre sul chi vive, facilita l’ansia e ti dota di una reattività eccessiva agli stimoli esterni negativi, necessaria peraltro a sopravvivere in un ambiente caotico e rumoroso.”

Ora è anche vero che vivere in città sia probabilmente difficile, ma ci sono città e città. Una metropoli è differente rispetto ad una città di medie dimensioni, come pure è probabile che di regione in regione (ma soprattutto di Stato in Stato) si riscontrino importanti differenze tra città su vari livelli, dall’urbanistica ai servizi sociali, dall’istruzione ai servizi sulla salute, dalla classe dirigente alla storia specifica di ogni città. Discorso complesso e allora torniamo allo stress.

Ecco a me non ha mai convinto del tutto questa antinomia tra ambiente urbano e ambiente bucolico di campagna. In città si soffre di più e in agriturismo si mangia meglio! Chissà se molta letteratura (gastro)ambientalista non sia un po’ equivocamente confusa in questa sintesi (sventata) che ho abbozzato. Di primo acchitto si potrebbe affermare che vivere in campagna significa lavorare 24 ore su 24 ore con la terra, l’aria, l’acqua e il fuoco (doloso dei farabutti). Altro che stress!

Ma a parte le innumerevoli opinioni in merito sui pro e i contro dei due ambienti, il guaio è che quando si sostiene che lo stress cittadino ha un impatto significativo sulle strutture cerebrali istintivamente dico: alt! Ci sono tre immediate repliche: 1) attenzione alle relazioni causa ed effetto quando parliamo di strutture cerebrali, 2) se ci sono correlazioni esse sono sia positive che negative, 3) se individuiamo quelle statisticamente negative, attenzione a non proporre immediati progetti preventivi “risanatori”.

Ma c’è un’altro aspetto su cui vorrei brevemente soffermarmi: quando si dice “è lo stress”. Locuzione che in terapia una volta su due mi capita di sentire a proposito di problemi d’ansia. Oppure a scuola, come dicevo all’inizio del post, l’alunno è “stressato” perché ha gli esami finali. “Non riesce a dormire”, “ha avuto un attacco di panico”, “non mangia”. In questi casi come in tantissimi altri lo stress sembra una spiegazione automatica, quasi ironicamente confortante. Ma l’aspetto ancora più interessante non è il destinatario dello stress, ma il mittente!

Mi spiego: chi sostiene che lo stress causa tutti i malesseri che ho brevemente accennato, ci crede sino in fondo? Cosa nasconde dietro a quella colpevole previsione? La parola stress sembra più rappresentativa del genitore in attesa dei risultati che del figlio sotto esame. Lo stress è tensione: anticipazione e preparazione ad un test che si affronta. Esempio sofisticato, tecnologico, dell’evoluzione cognitiva. Proprio in campagna abbiamo “selezionato” e memorizzato comportamenti stressati quando sono state affrontate situazioni in cui eravamo in pericolo: superando tragici esami.

Insomma è più curioso il latore dello stress che il protagonista di una situazione stressante. Sì ma: “il coinvolgimento psicofisiologico, la tensione, l’alterazione del ciclo sonno/veglia  dove li mettiamo? Vivere in città poi, sappiamo cosa significa!” D’accordo, ciò non toglie che da quando è aumentata la popolazione cittadina mondiale si è innalzata l’età media come non era successo mai nella storia dell’uomo.

Torniamo al punto. Lo stress è una reazione organizzata dell’organismo umano. Coinvolge una serie di circuiti regolati circolarmente in un ambiente interno a fronte di situazioni d’allarme esterne. Dal 1967 è stata costruita una scala che elenca una serie di eventi stressanti di vita, lista che mostra ai primi tre posti come cause di stress patologico: la morte del coniuge, il divorzio e la separazione dal partner. Questo per darvi uno spaccato differente rispetto al classico slogan che vede la città versus la campagna.

Argomento inesauribile che sfida il senso comune dato che siamo molto più sensibili alle emozioni spiacevoli che a quelle piacevoli. Esistono secondo le ricerche sei emozioni primarie che attraversano le espressioni di tutte le razze: rabbia, paura, tristezza, disgusto, felicità, sorpresa (Ekman). Come potete notare nell’elenco, ci sono solo due emozioni che comunemente riteniamo “positive”. Non so voi, ma sospetto che le ritroviate in tutte le storie personali, a prescindere dalla sfida tra l’inferno cittadino di Baudelaire e la bucolica epopea di Virgilio.

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