Il Primo Colloquio (seconda parte)

Due sono i principali contesti dove può svolgersi il primo colloquio: in privato o in una struttura pubblica. Dopo qualche accenno nella prima parte sullo studio privato, mi interessa fare qualche osservazione sulla struttura pubblica. Ormai a luglio terminerò il mio lavoro al Centro di Salute Mentale e (solo) alcune considerazioni non sono superflue.

Rispetto allo studio privato ci sono naturalmente importanti differenze. In privato avete tutta la libertà di impostare logistica, tempistiche e regole che nel pubblico sono improponibili. Oltre alle obbligatorie formalità sul trattamento dei dati personali, da ottemperare già prima del colloquio, è importante prendere appunti per compilare il diario della cartella clinica debitamente aggiornato per eventuali controlli burocratici. Un consiglio: scrittura chiara, sobria e grammaticamente corretta. Senza troppe speculazioni teoriche.

Quando cominciate il primo colloquio si avvia una strana magia che non ha niente di fiabesco. Le persone chiedono aiuto per sofferenze che si portano dentro da anni se non da una vita. Tuttavia non aspettatevi una altrettanto delicata attenzione dal personale in carica del servizio sanitario. Talvolta tenteranno di entrare senza nemmeno bussare, vi telefoneranno almeno un paio di volte per inopportune richieste, urleranno fuori nel corridoio di intentare causa perché “sono sempre loro a lavorare il venerdì pomeriggio”.

Eccovi un aneddoto edificante: la paziente sta piangendo per una disperata situazione personale e la porta si apre violentemente, senza che trapeli una cauta espressione di sorpresa e di leggera colpa appare la psicologa di ruolo, esclama: “questa è la mia stanza, non mi aspettavo di trovala occupata”, quasi attendendo che ci alziamo per lasciare libera la sua stanza. Simili incidenti non sono l’eccezione ma la regola, che poi più in là avrete modo, te e il paziente, di imparare ad accettare come parte integrante della terapia.

La durata del colloquio dura in genere un’ora e tenete d’occhio il tempo: state attenti alla chiusura! Non ponete una domanda che richiede una risposta prolungata a 5 minuti dalla fine. Prendete nota su queste piccole accortezze: avete altri pazienti che vi aspettano e sono impazienti di farvi notare che soffrono pure loro.

Il paziente viene solo o accompagnato? Deve decidere il paziente se può entrare l’accompagnatore, magari può invitarlo ad uscire successivamente e a non rendere necessaria la presenza nei colloqui che seguiranno. Non attaccare dunque l’accompagnatore imponendogli di uscire (o restare), sennò bisogna gestire la solitudine del paziente.

Attenzione alla memoria! Fondamentalmente ci sono due categorie di psicoterapeuti, quelli che prendono appunti e coloro che ascoltano e basta e soltanto dopo il colloquio prenderanno qualche nota che sapranno ricordare. Ma i tempi possono non consentirlo perché ci sono altri pazienti e dopo 4-5 pazienti vi assicuro che alla fine non avrete energie sufficienti per riportare importanti dati. Potete sempre registrare il contenuto della seduta ma col chiaro consenso scritto del paziente. Comprenderete che poi vi toccherà riascoltare il contenuto (opportunità molto bella) sebbene ciò implichi risorse di tempo che vi auguro di avere.

Fin quando non è possibile formulare la prima domanda, il primo colloquio continua… nei successivi. Il paziente vi proporrà di risolvere problemi spesso su livelli astratti che dapprima saranno accolti con dignitosa professionalità. Meglio accantonare ciò che è ovvio e scontato. Sono infelici, angosciati, sofferenti, tristi, arrabbiati (la maggior parte delle volte), sprezzanti, seducenti, manipolatori, idealisti, scontenti, pieni di rammarico, pieni di speranze, impauriti per la loro salute e per egoismi o ipocrisie del mondo intero.

Fin quando non individuerete quale cambiamento di percezione di se stessi ha fatto sì da spingerli a rivolgersi allo psicologo, evitate di accettare proposte di salvezza e con molta pazienza fate in modo di capire cosa sia successo. Piuttosto del perché, cercate il come siano andate le cose. Accettare il gioco del perché vuol dire accettare di svolgere un ruolo ben preciso, confermare che qualcosa sia andato storto, che il paziente si è trovato in conflitto con la realtà dei fatti oggettivi e trovata la spiegazione, trovate le cause e compresi gli effetti, potete svolgere l’attività spericolata di psicopedagogia. Ma non esiste nessuna realtà oggettiva dei fatti e voi non custodite il ruolo privilegiato di osservatore oggettivo ed imparziale.

Come è cambiata la percezione di se stesso nel contenuto e nella relazione con gli altri? Cosa il paziente ha “mezzo visto” e lo ha spaventato? Quali capacità metacognitive può consentirsi per descrivere i sintomi? Ricostruire una cronologia del sintomo e capire se c’era qualcosa prima ancora della comparsa del sintomo. Quindi: antecedente, evento, conseguenze.

E ora mi fermo perché sto cominciando a scrivere quasi come se fossi un detective in cerca di indizi. No, lo psicoterapeuta non dovrebbe comportarsi così, per lo meno tenete in conto questa umile metodologia. Il terapeuta dovrebbe starsene alla larga da facili metafore poliziesche. Il paziente non fa birichinate o monellerie, non è un furfante o un debole. Non è un immorale o un criminale. Non è reticente sulle dinamiche dei suoi problemi: non cadiamo nella tentazione metaforica di dover “scassinare la cassaforte” delle sue difese per derubarlo della sua scomoda verità.

Soprattutto attenzione alle emozioni del paziente, come le esprime e come le riconosce. Ma a mio parere è altrettanto importante cercare di capire cosa faccia il paziente con le emozioni del terapeuta, cioè che tipo di reciprocità è in atto nel colloquio. Livello di lettura che potete comprendere grazie alle supervisioni, indispensabili, necessarie e improcrastinabili.

Per concludere, una esortazione al potenziale paziente quando deciderà di chiedere un primo colloquio, un suggerimento importante, oltre ai tanti che vi daranno amici e blogger (già!): informatevi se il terapeuta effettua supervisioni costanti e ravvicinate. Accanto all’esperienza, agli aggiornamenti, molto più importate della terapia personale non obbligatoria del terapeuta, chiave di volta è la supervisione che (si auspica) sia così saggio da effettuare senza alcuna deroga.

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