Il Primo Colloquio (prima parte)

Il primo colloquio è un momento molto importante nelle varie tappe della terapia. Ci sono aspetti che in fondo sembrano un po’ marginali quando si studia psicologia, ma che poi nella pratica si rivelano inaspettatamente ostici. Ad esempio: quanto deve durare un primo colloquio? Tra colleghi ho potuto appurare che la media si aggiri sui 55 minuti. Alcuni usano un orologio da tavolo, nascosto agli occhi del paziente grazie a diversi espedienti: un calendario, una piantina, un portapenne che lo nasconde. Altri fanno ricorso ad una clessidra, ma mi hanno riferito che col passare del tempo alcuni sono rimasti fregati perché la sabbia man mano sempre più usurata accorciava troppo i tempi, con l’innegabile effetto di far arrabbiare il paziente congedato prematuramente.

Il primo contatto: una telefonata o la diretta presentazione in studio è da considerarsi parte del primo colloquio? Dipende innanzitutto dal modello teorico e da cosa ci facciamo quindi con le informazioni raccolte. Il linguaggio non verbale, nelle sue svariate sfaccettature, è ricco di dati che hanno senso all’interno della concezione teorica della propria formazione. Alcuni parlano di lettura della domanda, io personalmente mi impegno ad una costruzione della domanda.

Molto importante è prendere l’appuntamento in prima persona col paziente per definire la prima regola della prassi terapeutica: il paziente è responsabile della sua terapia dalla costruzione del rapporto alla chiusura, e non altri.

Cosa succede quando incontriamo la prima volta? Dare una occhiata anticipata laddove esiste una sala d’attesa. Immaginatevi dietro un angolo a sbirciare le persone che attendono (sì, ci sono pure i pazienti degli altri colleghi, dato che presumibilmente siamo squattrinati e dobbiamo lavorare in uno studio associato…) e osservate il vostro paziente con chi stia seduto, se interagisce e come con le altre persone. A me intriga sempre il momento dell’incontro fuori la stanza, il saluto andando incontro al paziente e farlo camminare avanti per vedere come si muove in relazione a me.

Il setting: l’ambiente è in funzione del proprio lavoro. Ma cosa è il setting? Ricordo i manuali accademici, le prescrizioni su come impostare il design, l’arredo, i colori. Quando siedo nella stanza squinternata del CSM dove lavoro chiudo gli occhi e mi immagino come un paziente sdraiato nella poltrona freudiana che mi faccio una dormita. Il setting ha un ruolo fin quando non comincia la seduta, poi arretra nello sfondo e ci rimane fin quando non finisce l’ora di colloquio.

Lo studio: in casa o fuori casa? Si decide in base alle capacità finanziarie in genere, se avete una stanza in più a casa vostra, perché no? Dipende da quanti pazienti avete, se volete tenere nettamente divisi i due contesti, vita familiare e professionale, se abitate con qualcun altro, se il quartiere dove risiedete abbia una posizione funzionale oppure no. Il rischio è che la vita familiare venga subordinata alle regole austere della terapia: niente squilli di telefono, niente raccomandate, citofono da disinnescare, cucina da sigillare, guai se qualcuno in casa tira lo sciacquone. E che sia più discreto possibile il percorso che va dalla porta alla stanza riservata alle sedute. Quindi niente scarpe o vestiario disseminato tra librerie o ante d’armadio. Fate un elenco dei pro e contro e tirate le somme se convenga o meno. L’importante, l’essenziale, lo scopo finale è che siate in condizioni di lavorare senza altri problemi oltre quelli del paziente.

Ma che fare se lo studio è al quarto piano e siamo senza ascensore? Oppure se è guasto? Per un disturbo d’ansia, vi siete giocati un paziente. A meno che salga a piedi e appena arriva vi stramazza a terra. In quel caso vi consiglio sempre di tenere un  piccolo kit d’emergenza per soccorrere ipocondriaci o panicosi. A proposito: ma come deve essere la stanza? Vi garantisco che potete trovare le cose più inverosimili, alla faccia della imparzialità onnipotente dichiarata dalla romantica vulgata. Si va dalle fotografie incorniciate del parentado, ai disegni della prole ai poster dal sapore sudamericano rivoluzionario, alla spartana inclinazione al risparmio di una stanza con due sedie intorno ad un tavolo (la regola del servizio pubblico). Naturalmente la stanza non sarà mai asettica.

Voglio ricordare una cosa a cui tengo molto, che ho condiviso spesso poi con i miei colleghi: i pazienti sanno tutto di noi! Escludiamo che il paziente giunga alla richiesta di un colloquio ingenuamente sprovvisto di informazioni su di noi. I pazienti hanno trovato un contatto e chiedono, si informano quasi con petulanza pettegola, se siamo simpatici, se siamo bravi, se siamo famosi o ricchi, se siamo giovani o vecchi, se siamo preparati e con chi abbiamo lavorato, se siamo “alternativi” o specializzati in disturbi specifici, quali social network frequentiamo e cosa scriviamo, cosa ci interessa, quali sono i nostri stereotipi, le nostre fissazioni, i nostri difetti. In fine, se chiediamo troppi soldi.

Ultimo suggerimento: confrontatevi se possibile col medico inviante e quindi chiarire eventualmente, se avete la possibilità, il percorso che il paziente ha seguito prima di giungere a voi. A volte, i medici o gli psichiatri inviano i pazienti più difficili!

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Un pensiero su “Il Primo Colloquio (prima parte)

  1. Pingback: Il Primo Colloquio (seconda parte) | Neuromancer

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