Freud e la Gioventù Bruciata

Non ho mai capito perché quando parliamo di Inconscio le sofferenze sono inguaribili e permanenti per l’intera esistenza. Che siano inconsce perché le conoscono tutti fuorché l’interessato? Una domanda che mi girava per la testa mentre leggevo qualche giorno fa un gustoso articolo di Silvia Vegetti Finzi sul ruolo che ha avuto la lettura di Freud nella propria vita. Come potete immaginare Freud per chi si iscrive nella facoltà di psicologia rappresenta il nume tutelare nella prospettiva di diventare (al più tardi) l’attraente analista abile decodificatore degli “enigmi della mente”.

Ora dal momento che ci sono passato pure io dall’innamoramento per i libri freudiani, dopo esserne uscito non troppo ammaccato da quelle letture impegnative, trovo particolarmente stimolante rilevare le differenze tra quel tipo di psicologia, legata ad un sapere ottocentesco, e la mia formazione influenzata dalla conoscenza del Novecento. Non che la psicoanalisi sia rimasta tale e quale dei tempi di Freud. Essa ha subito profondi cambiamenti sia teorici che di metodo che probabilmente lo stesso Freud non avrebbe ammesso. Ma come succede per alcune ideologie dure a morire, riescono a tenerle in vita coloro i quali non sono rimasti nella famiglia dell’ortodossia, ma volgendo l’attenzione sui lampanti contributi di altre discipline hanno apportato novità e scoperte scientifiche di rilievo, ricavandone spesso accuse di eresia.

Nondimeno Freud per sua iniziativa come pure grazie ai suoi epigoni ha fornito una immagine onnipotente della psicoanalisi come strumento che può introdurci nel mondo misterioso che si cela nella “quotidianità”, dove si aggira furtivamente l’Inconscio e su cui fonda una Psicopatologia:

Centrale in quel testo è il tema della memoria o meglio della dimenticanza, casuale per la coscienza, intenzionale per l’inconscio che, per sfuggire alla censura, si esprime indirettamente negli errori, negli scarti, nelle carenze dei nostri comportamenti”

Personalmente mi ha sempre divertito l’immagine dell’Inconscio come un prigioniero che tenta la fuga dal carcere in modo geniale (i sogni) e poi fa i pasticci in un lapsus mentre ad esempio stiamo “chiedendo un libro ad una amica”. Ma poi: perché i nostri comportamenti sono “scarti”, “errori”, “carenze”? Rispetto a cosa? Alla perfezione dei piani diabolici dell’Inconscio? Se l’inconscio è perfetto perché vuole muoversi dal suo posto?

“«Ogni atto mancato – dirà Lacan -, è un discorso riuscito». Anche la dimenticanza dei nomi propri acquista, al vaglio dell’analisi, un preciso significato. Poiché tutto viene conservato nella memoria, l’oblio non è evaporazione del ricordo ma rimozione delle sue rappresentazioni e blocco delle relative emozioni.”

Il tema delle emozioni da Freud in poi è stato un vero e proprio purgatorio. Potete immaginarle come “bloccate” in sala di attesa che disturbano, fanno schiamazzi, sono veramente infantili. Regressioni, ecco. Ma anche accumuli di energie che vanno prima o poi scaricati, sennò bloccati come sono, rischiano di far saltare i nervi… Insomma come spremere il tubetto del dentifricio col tappo chiuso sino a farlo scoppiare.

Seguendo l’autoanalisi, che Freud inizialmente applica a se stesso, interpretavo le mie esperienze fungendo al tempo stesso da paziente e analista. Uno scandaglio che inevitabilmente si interrompe di fronte alla strenua difesa dell’Io ideale.

Due punti salienti, comincio dal secondo: l’Io è sempre all’angolo, cerca di difendersi ma fino ad un certo punto perché con quel criminale dell’Inconscio è una lotta impari. L’Io la cui natura sostanziale è rappresentata dalla coscienza nell’immaginario freudiano è sempre stato un po’ trascurato o sottodimensionato rispetto all’illustre immagine del sottosuolo dell’Inconscio. Vedete, tutta la psicoanalisi è impregnata di una geometria espressionistica avvincente. L’altro punto che mi interessa è l’autoanalisi: non posso farci nulla, ma quando mi imbatto sul prefisso “auto” penso subito al paradosso, c’è qualcosa di intrinsecamente paradossale in un uomo che cerca di autoanalizzarsi: sia l’identità dell’osservatore, che coincide con l’osservato, che quella dell’osservato, coincidente con l’osservatore, non rimangono fermi. Immagino Freud che si autoanalizza mentre balla da solo davanti allo specchio.

Tuttavia la consapevolezza di costituire un enigma per se stessi, di non essere, come dice Freud, «padroni in casa propria» ci rende più accorti nei giudizi, più attenti alle ragioni degli altri, più capaci di cogliere i cambiamenti sociali. Se analizziamo il titolo Psicopatologia della vita quotidiana emerge l’insolito accostamento tra quotidianità, cioè normalità, familiarità, e patologia.

Quel “padroni in casa nostra” possiede retoricamente una efficacia letteraria incontestabile. Soltanto non aggiunge molti lumi sull’enigma di se stessi oltre al recupero del “nosce te ipsum” di delfina memoria, a parte un tocco di panico alla presunta depersonalizzazione in atto. Accidenti, dall’Inconscio impersonale alla depersonalizzazione della consapevolezza quando cerca di capire se stessa!

Un ossimoro che svela una scomoda verità: nessuno può dirsi completamente sano. I motivi si trovano ne Il disagio della civiltà, del 1930. La società stessa, sostiene Freud, ponendo limiti alla libera espressione delle pulsioni erotiche e aggressive, ci rende inevitabilmente nevrotici.

Eccoci giunti ad un altro tema scottante: “nessuno può dirsi completamente sano”, siamo tutti nevrotici. Già, ma rispetto a cosa? Deve esserci allora una realtà indipendente dove ci sono la “normalità” e la “sanità”, per lo meno linee regolative cui rifarci per sostenere una simile antinomia tra il mondo dei sintomi e quello della realtà priva di sintomi e di blocchi emozionali, pura e ideale quanto quella auspicata da Platone per gli uomini delle caverne…

Infine, nella riflessione su quello che è stato un percorso di formazione personale, trovo la conferma che i libri, i buoni libri, non soltanto aiutano a crescere ma forniscono una mappa per tracciare la rotta della nostra vita.

Nulla da eccepire, ciascuno di noi è libero di attribuire le più svariate funzioni taumaturgiche di letture e libri impareggiabili. Certo che Freud per me rimane un autore letterario affascinante (e un giorno o l’altro mi rimetto a studiarlo per criticarlo con più divertita benevolenza), una enorme fonte di spunti di riflessioni sui limiti della psicologia, un monito costante che illustra i limiti della speculazione senza verifiche sul campo (ma quanti pazienti ha avuto nella sua vita Freud?).

Io, d’altra parte commetto i miei lapsus scanzonati quando pensando ai libri di Freud, invece di immaginarmi lo sguardo romantico di Sigmund Freud indagatore dell’Inconscio del suo interlocutore, ricordo l’indimenticabile collana dei saggi della Newton Compton, che a 3900 lire un bel giorno irruppe nella mia piccola città portuale del sud, nell’unica cartolibreria che riservava qualche libro in più per chi si interessasse di libri extrascolastici.

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