Causa ad Effetto

C’è una speciale fiducia nelle coincidenze degli eventi del mondo. Se ci pensate un attimo il concetto di causalità si fonda su questa tenace scommessa, cioè che le nostre previsioni di causa ed effetto trovino conferme nel mondo esterno. Abbiamo un istintiva tendenza a mettere in relazione, collegare, ordinare catene di cause ed effetti che ristabiliscano un senso al caos. Per questo siamo veri e propri produttori di futuro aspettandoci effetti preordinati. Non è una cosa grave, anzi in un certo senso il concetto di causa ed effetto è parte integrante della cultura.

In ambito clinico i pazienti sono potenti laboratori di cause ed effetti, verificano innumerevoli dati per confermare o ripristinare cause pericolanti. Ma lo stesso vale per gli scienziati, esigenti elaboratori di cause ed effetti che vanno a costituire la spina dorsale delle loro leggi fisiche. Trovare la causa di una categoria di fenomeni fisici è ancora considerato il criterio fondamentale per spiegarsi e prevedere gli eventi in natura (almeno sino a qualche tempo fa, eccetto per la categoria dei dogmatici).

Ecco perché non mi sorprende più di tanto leggere ad esempio che le ricerche genetiche siano sulla strada della scoperta “del gene della felicità”. Non è possibile fare a meno di applicare il concetto di causalità all’interno dei programmi di ricerca scientifica, specie se le implicazioni tecnologiche tirano in ballo la salute fisica o mentale. Ancora una volta, in qualche modo l’obiettivo è di trovare relazioni causali che vadano ad accoppiarsi con gli eventi esterni con inqualificabile costanza e ripetività.

Lo psicologo Jean Piaget aveva osservato questa caratteristica nei bambini piccoli quando manipolano direttamente gli oggetti e scoprono che la propria azione produce un evento, sino al punto che possono cambiare le cose a proprio vantaggio. Far cadere il cucchiaino a terra produce un suono inatteso da indurre i bimbi a ripetere l’azione perché scoprono che sono loro stessi ad averla causata, un potere magico. Poi succede che cadendo il cucchiaino a terra si avvicini la mamma e questo è un vantaggio e così via… Da quel giorno il concetto di causalità è attivo e pronto ad essere applicato, modificato, adattato, arricchito lungo lo sviluppo.

Al concetto di causalità possiamo cogliere un core prototipico, cioè un nucleo comune ravvisabile in tutte le manipolazioni dirette sull’ambiente e da cui emergono successivamente differenti sfaccettature di causalità. Il nucleo prevede un agente che ha un qualche scopo di cambiamento di stato grazie ad un piano, attraverso un programma motorio. L’agente è responsabile del piano da eseguire. Tocca con il suo corpo o con uno strumento l’oggetto o la persona su cui è indirizzato il piano di manipolazione (spazio e tempo si sovrappongono). La realizzazione ha successo ed è direttamente percepita dall’agente, anzi proprio la propria percezione controlla il cambiamento attuato. Infine sono due i protagonisti diretti, agente e oggetto.

Questo elenco di proprietà sono caratteristiche prototipiche del concetto della manipolazione diretta che un bambino scopre abbastanza in fretta dopo i primi mesi di vita. Sono pezzi del concetto di causalità con cui facciamo esperienza come di una gestalt, cioè non possiamo scomporli definitivamente, perché emergono direttamente dall’esperienza ed arricchiscono numerose varianti del concetto di causa ed effetto. Da questo cuore metaforico emergono poi successivi concetti apparentati con la causalità: le relazioni causali, le correlazioni, le mediazioni, i collegamenti associativi, le cause animistiche, le superstizioni, le teorie scientifiche, le ipotesi, i racconti del pensiero narrativo.

Per ritornare alla genetica che cerca le cause di una emozione, di una caratteristica fisica o di un comportamento specifico, penso subito alla metafora prodigiosa del concetto di causalità. George Lakoff è un linguista e psicologo che ha scritto molto su questo argomento, specificatamente c’è un pezzo delle sue ricerche in cui descrive le metafore dell’oggetto che esce dalla sostanza e viceversa della sostanza che entra nell’oggetto. Eccovi i rispettivi esempi: la felicità (l’oggetto) è ricavata dal gene* (la sostanza), oppure le variazioni del gene* (la sostanza) possono  portare alla depressione (l’oggetto).

Questa metafora richiama metafore più dirette e incorporate (embodied) nel nostro organismo che sono quelle dell’oggetto/contenitore, del dentro/fuori, connesse con i confini del nostro corpo verso l’esterno e verso l’interno. Ma anche ad un altro concetto metaforico che è quello del FARE, strettamente connesso alla manipolazione. Ma temo che così perderei il filo del discorso. Basta soltanto osservare quanto i nostri concetti siano apparentemente ben costruiti e quindi razionali e di buon senso, benché in fondo poi hanno a che fare col nostro corpo. Nonostante le tentazioni giacobine delle scienze cognitive o delle varianti genetiche di ghigliottinarlo preferendone la testa.

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