Paradossi in seduta

“Non fare la ribelle!”. Questa frase non è rara e mi provoca puntualmente una scomoda sensazione. Ci sono dei momenti in terapia in cui soltanto molto dopo ti accorgi che cosa sia successo alle tue emozioni durante la seduta. “Non fare un non essere”, ecco come sentivo quel tipo di ordine impossibile da eseguire. Quando rimango solo, provo a dire ad alta voce: “non fare ciò che voglio che tu non faccia!”, per comprendere meglio come possa suonare il comando del genitore alla paziente ascoltata precedentemente. E ammetto che i paradossi sono errori intelligenti.

Un paradosso è una dichiarazione che stona col senso comune. Vi ricordate quel film di Woody Allen in cui esprime una delle tante definizioni su se stesso? “Non vorrei mai appartenere ad un club che accettasse uno come me”. Una condizione terribile che fa scattare il sorriso per liberarci dell’impasse. Dal punto di vista logico potremmo dire: “beh ci siamo trovati in una situazione illogica, inutile trovare un senso in una condizione che non è sensata”.  Ma le vicende umane non vanno mai per il verso logico, sono puntualmente controintuitive, impreviste ed estremamente conservative. Quasi nulla viene lasciato al caso.

Come può comportarsi la paziente cui si richiede di non fare la ribelle? Se ci pensate si tratta di un ordine sottilmente paradossale: devo fare un non fare, devo eseguire un ordine che intima di non fare (un altro comando) qualcosa. Quindi l’ordine di non eseguire un comando. Non mi ci raccapezzo più, immaginate la figlia. Oppure, immaginate che siate un barbiere e potete radere nel vostro condominio soltanto chi non può radersi da solo. Un bel guaio in effetti, perché appena provate a radere chiunque, gli fate compagnia e quindi potete chiudere bottega.

Non è finita. Sii spontanea, fai quello che vuoi, voglio che tu voglia studiare per il tuo bene. Ci capite qualcosa? Esortazioni banali, ripetute chissà quante volte. Eppure stonano, non vanno d’accordo con qualcosa di intimamente allarmante. Mi spiego meglio: il fatto di chiedere un comportamento che in genere viene considerato spontaneo, cioè non sollecitato dall’esterno, contrasta col fatto di essere stato richiesto defraudandolo della spontaneità. Questa è la sostanziale discrepanza, un vuoto che non è per sua natura decifrabile e deve essere riempito. Si rischia un sacco.

Ma allora come è possibile cambiare questo genere di situazione quanto meno disturbante? Non è per nulla facile, così appena tornato a casa dalla seduta terapeutica ho pensato di cercare un libro e scomodare Bertrand Russell con la sua teoria dei tipi logici. Grazie ad una interessante nota, mi sono chiarito quale fosse il mio turbamento. L’assioma estratto dai Principia Mathematica dice: “Qualunque cosa presupponga tutti gli elementi di una collezione non deve essere un termine della collezione“. Qualunque tentativo di trattare l’uno nei termini dell’altro genera paradossi o almeno confusione.

Dare un ordine che esorta a comportarsi a non eseguire l’ordine. L’ordine espresso finisce per far parte degli ordini che chiedo non siano eseguiti. Voglio che tu sia spontaneo. Diamo un’occhiata. Dare un ordine di essere disubbidito, è una regola che implica di essere trattata come elemento della regola stessa. Ancora meglio: è una regola che stabilisce che l’osservanza di una regola esterna (“voglio che tu”) sia un comportamento da non essere eseguito, dato che tale comportamento dovrebbe essere liberamente esternato dall’interno (l’essere spontaneo).

Illuminante, per certi versi,  per comprendere gli inceppamenti della comunicazione. Le osservazioni che ho riferito sono tutte figlie della teoria dell’elaborazione dell’informazione, della linguistica e della logica, della teoria dei sistemi di Bertalanffy, della cibernetica. Importanti discipline scientifiche che hanno arricchito il percorso storico della psicologia e della psicoterapia. Vi voglio presentare un altro esempio: Perché non mangi? Non vuoi bene a mamma? Questa è un altra sequenza paradossale nella relazione tra madre e figlia che ha deciso di non mangiare e il corpo è in stato debilitante. Se mi vuoi bene devi mangiare. Due livelli differenti che mettono in crisi il paziente designato, il quale trova soluzioni coerentemente psicotiche.

Mi rendo conto che non ho fornito soluzioni articolate a tali ingorghi comunicativi e psicologici. Ma potete immaginare come lo spazio ristretto di un post non sia sufficiente per illustrare la complessa dinamica che consegna in terapia i casi accennati. Dinamica che dopotutto connota tutti i rapporti umani nella vita quotidiana. Risolvere i paradossi è stimolante come pure illusorio, non essendo prevista dal gioco una soluzione. In molte famiglie il contenuto di quanto viene trasmesso viaggia su relazioni ricche di paradossi, che a ben vedere rispettano la metaregola del gioco di non concludere il gioco. Persino in terapia il presupposto teorico rinvia ad un elusivo paradosso se ci pensate: il fine della terapia consiste nel concluderla con l’autonomia del paziente. Lo scopo della terapia è la fine di se stessa.

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2 pensieri su “Paradossi in seduta

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