Prima o poi sarò Gay

ResearchBlogging.orgIn questa ricerca che vi riporto i risultati mostrano che rivelare di essere un omosessuale alla fine di una interazione sia utile per ridurre il pregiudizio sui gay. Al contrario delle minoranze con quei segni stigmatizzati dal pregiudizio sociale per la loro evidenza fisica, ad esempio il colore della pelle o una disabilità fisica, l’orientamento sessuale può essere “nascosto” nei rapporti sociali. David BuckAshby Plant hanno cercato di capire nella loro ricerca se rivelare presto o tardi la propria identità sessuale possa avere un qualche effetto sulla percezione dell’interlocutore.

In un primo esperimento hanno fatto ascoltare a 45 tra uomini e donne eterosessuali una intervista registrata di una persona che avrebbero incontrato successivamente. L’intervista durava circa 8 minuti ed erano poste domande sulla vita e gli interessi in generale. La domanda cruciale la cui risposta rivelava l’orientamento omosessuale era posta per la metà del gruppo di partecipanti agli inizi (alla seconda domanda), mentre l’altra metà del gruppo avrebbe ascoltato l’intervista con la domanda cruciale posta alla fine. Dopo l’ascolto, avrebbero compilato un questionario che indagava le loro aspettative, le emozioni e i significati sull’incontro successivo. Nel secondo esperimento invece 85 partecipanti vedevano in un video l’intervista anziché ascoltarla, e in una seconda condizione l’uomo si rivelava eterosessuale e non gay. Inoltre ai partecipanti è stato chiesto di etichettare l’intervistato per indagarne il livello dello stereotipo applicato (ad esempio, se fosse “effeminato”, “melodrammatico” ect.)

Quali sono stati i risultati? Nel primo esperimento, per i partecipanti uomini il momento in cui veniva rivelato l’orientamento omosessuale faceva una grossa differenza. Quando la rivelazione era immediata causava un effetto di frustrazione al pensiero di incontrare successivamente l’intervistato, con aspettative negative su come sarebbe andato a finire l’incontro e un maggior grado di pregiudizio in generale sui gay. Al contrario, i partecipanti che ascoltavano l’intervista in cui la rivelazione avveniva alla fine non manifestavano tali caratteristiche.

Stesso discorso per il secondo esperimento. La rivelazione omosessuale era decisiva se fatta prima o alla fine dell’intervista. Svelare subito lo status omosessuale rendeva i partecipanti maschi meno positivi sull’intervistato, mostravano più ostilità facendo ricorso maggiormente alle etichette stereotipate dell’omosessualità. Insomma la rivelazione iniziale condizionava la percezione dei partecipanti maschi nella ricezione del resto dell’intervista; al contrario per chi vedeva l’intervista in cui la rivelazione era data alla fine, non emergevano immagini stereotipate o sentimenti ostili verso la persona gay, riducendo drasticamente il pregiudizio anche dopo la rivelazione dell’omosessualità. Per quanto riguarda la condizione in cui veniva rivelato un orientamento eterosessuale, non faceva nessuna differenza se fatta prima o dopo.

Una ricerca interessante per quanto mi riguarda, perché offre spunti di riflessione quando ci accade di essere testimoni di una certa reticenza di un amico o un estraneo gay nel rivelare la propria omosessualità. Essere vittime del pregiudizio sembra essere ancora una eventualità non peregrina e questa ricerca dimostra quanto possa influire il momento della rivelazione. Mette il dito sulla piaga della discriminazione, della paura di essere vittime di pregiudizi, della sottile emarginazione sociale nei contesti lavorativi, di intrattenimento, familiari come pure tra amici. Verrà mai un momento in cui non sarà così necessario nascondere le proprie preferenze sessuali?

Per carità, la questione messa così sembra drammatica e invece ormai il fenomeno non è più così vistoso. E poi perché in fondo dover rivelare la preferenza o i propri gusti sessuali? Vero è che prima o poi negli incontri si parla di rapporti sentimentali e a parte la cerchia degli amici dai quali non si temono rischi, spesso i sospetti cautelativi non sono poi così spropositati. Certo, nella ricerca non si indaga cosa succede ad esempio con le lesbiche, oppure cosa succede se la rivelazione è posta dopo qualche minuto, dopo qualche ora, dopo qualche incontro. Né che ruolo abbia il contenuto di ciò che viene condiviso e lo scopo dell’incontro. Sarebbe anche interessante indagare se la rivelazione fosse fatta su un altro tema scottante, cioè una malattia mentale.

Nella pratica clinica mi accade spesso di ricevere richieste di aiuto da parte di omosessuali. Purtroppo alle volte la richiesta è quella di “curare” la propria omosessualità. Sono casi piuttosto complicati e non voglio entrare nel merito, ma sono consapevole che una certa psicologia clinica e una prevalente psichiatria medica hanno spesso avallato questa concezione “deviante” o “malata” della omosessualità. In un caso specifico, lo psichiatra contribuiva a costruire un disturbo di personalità sul concetto stesso di omosessualità. Cioè creva un problema laddove non c’era effettuando un danno iatrogeno. Sono casi isolati (spero), ma questa ricerca comunque ricorda che la diversità può spaventare, ma non per questo ci è consentito di passare dalle naturali emozioni della curiosità, della paura, della meraviglia, della piacevolezza, alla insensibilità verso chi preferisce diversamente da noi il proprio partner sessuale.

Buck, D., & Plant, E. (2011). Interorientation interactions and impressions: Does the timing of disclosure of sexual orientation matter? Journal of Experimental Social Psychology, 47 (2), 333-342 DOI: 10.1016/j.jesp.2010.10.016

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