Niels Bohr Terapeutico

Mi ha sempre colpito la storia di come Niels Bohr si sia formato l’idea del principio di complementarietà. Ha raccontato che gli era venuta in mente allorché suo figlio aveva commesso un piccolo reato (aveva rubato una pipa in un negozio) e lo aveva rivelato al padre. A quel punto lo scienziato danese era rimasto indeciso su quale lato prendere la cosa, se dal punto di vista del padre disponibile al perdono e nell’aiutare a risolvere un problema oppure dal punto di vista della giustizia.

Mentre rifletteva, Bohr ha poi rivelato come gli fossero venute in mente quelle immagini ambivalenti che possono essere viste nella duplice veste di sfondo/figura, in cui puoi osservare ad esempio un vaso o due profili. A quel punto intuì l’impossibilità di poter pensare nello steso tempo alla posizione e alla velocità delle particelle subatomiche. La cronaca di questo comune problema tra padre e figlio si ferma qui laddove si forma  la rottura epistemologica della fisica quantistica, tanto “sovversiva” persino rispetto alla teoria relativistica di Einstein (“che Dio giochi a dadi e usi metodi telepatici…“).

Questo aneddoto mi piace molto perché fornisce un bell’esempio sulla natura non poi così limpida e politicamente corretta della scienza così come ci viene spesse volte trasmessa. La scienza ho imparato ad identificarla sui banchi di scuola o leggendo i giornali come un mondo chiaro e sicuro, dove tutto è immutabile e governato da leggi. Progetto ambizioso per chi è diffidente verso i buoni propositi. La psicologia e l’entrata in scena dell’esperienza clinica ha rimescolato le carte. Le storie personali dei pazienti non sono così prevedibili e certe. Soprattutto non possiamo permetterci di accettare l’idea che ci sia un mondo chiaro e prevedibile a cui adattarci secondo i dettami della prescrizione.

L’episodio di Bohr  che ho riportato mi suggerisce due spunti di riflessione. Il primo, la scienza è un processo fondato sulle intenzioni e sulle storie personali dei suoi protagonisti, spesso inconsapevoli del lavoro dei colleghi o troppo spaventati dei progressi altrui. Lo storico della scienza alla fine di un lungo processo ricostruisce i precedenti di un modello teorico fondato scientificamente e riusciamo a sapere come il caso e storie umane hanno fatto maturare un mondo narrativo. Purtroppo raramente viene fatta menzione della storia della scoperta scientifica. Alla fine della stesura, come un’opera letteraria, la rappresentazione scientifica è resa disponibile ad essere condivisa e conservata fino a quando resisterà alle prove dei lettori biblioclasti (immaginatevi gli scienziati come topi di biblioteca che fanno a pezzi le opere storiche…).

Seconda osservazione: in psicoterapia il lavoro è rivolto su singoli casi che presentano una irregolarità costante, malgrado ridondanze di certe dinamiche confermate da importanti ricerche. In seduta poi, è più interessante notare quanto il paziente sia in condizioni non così dissimili da quelle di Bohr quando produce ipotesi poco “corrette” se dovesse basarsi sui fatti. Il paziente presenta una automatica proliferazione di congetture sui perché e gli scopi delle azioni umane, poco incline a verifiche. Il paziente è una specie di homo credens. Lo scienziato invece “si limita” ad interrogare (retoricamente) i fatti passando per lo studio terapeutico della falsificazione. Le persone comuni si ritengono soddisfatte dalle leggi fondate sulla propria storia biografica. L’uomo di strada (nei miei viaggi da autostoppista) è capace di una fede sconfinata.

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2 pensieri su “Niels Bohr Terapeutico

  1. Ho colto molto positivamente i tuoi spunti di riflessione tra modello atomico e punti di collegamento alla psicoterapia.
    Riaccendendo le sinapsi della memoria mi è riaffiorata la vecchia passione per quegli argomenti di fisica teorica e cosmologia che un tempo elettrizzavano le conversazioni notturne. Naturalmente non ho intenzione di argomentare approfonditamente certi temi
    (sarebbe oltre tutto velleitario), ma il fascino che provocano certi modelli e principi in fisica meritano se non altro qualche considerazione.
    L’elaborazione del principio di complementarietà da parte di Bohr sulla rappresentazione corpuscolare-ondulatoria delle particelle, la duplice natura (per quello che significa) dei fenomeni osservati nello spazio-tempo e da qui le limitazioni dell’ ormai famosissimo principio di indeterminazione, il quale pone o meglio impone le ferree leggi matematiche della causalità e ancora i teoremi di incompletezza di Godel che stravolse la logica matematica, mettendone in discussione la sua coerenza e poi tutta la serie di costanti fondamentali che costellano i formalismi matematici che l’uomo di scienza applica per aggiustare, arrotondare e alla meglio spiegarsi la realtà che lo circonda, tutto ciò conduce ad un approccio antropico forte, a quel principio di mediocrità dell’uomo, inteso nel senso della sua duale appartenza all’universo dentro-fuori sè, al quale l’uomo deve necessariamente adeguarsi se non altro per adempimento delle sue funzioni .
    L’apparente contraddizione alla quale approda la coscienza credo sia necessaria ed in perfetto accordo con la natura insita dell’universo (almeno dal “momento inflazionario” in poi). Dannazione e delizia della bellezza artistica e della ricerca della “verità” indefinibile per definizione.
    Perdona lo sfogo filosofico e grazie per il tuo contributo ad un pensiero rarefatto.

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    • Non solo sei perdonato ma non ti perdonerei se non continuassi ad intervenire per i tuoi turbolenti “sfoghi”. A confermare se mai fosse il caso la perspicacia delle tue osservazioni colgo l’occasione per sottolineare “l’approdo della coscienza” raffigurato plasticamente da te, all’interno e all’esterno del rebus dell’universo: autentico rompicapo per l’ateniese psicologia e la sobria e spartana scienza della fisica. Presto ci scriverò sopra aspettando un tuo contributo!

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