Riflessioni Fobiche

Il paziente fobico presenta la peculiare tendenza alla fine del colloquio di richiedere spiegazioni, sino alla porta: se si possa morire con un attacco di panico. Come se le spiegazioni non fossero mai convincenti. Un mondo interessante quello del fobico. Dopo pochi incontri già sapete dove trovare i vari presidi medici o le farmacie più vicine della città. Una mappa topografica che si sovrappone ad una necessaria mappa fobografica dedicata ai luoghi impossibili da affrontare.

I fobici hanno alle loro spalle uno stile di attaccamento (la richiesta di aiuto che sin dai primi giorni l’homo sapiens sapiens richiede alla figura di attaccamento) che può variare in due tipiche situazioni: una famiglia iperprotettiva che limita il comportamento esploratorio oppure una famiglia che impedisce la libera esplorazione per mezzo di un comportamento che allude al rifiuto o all’abbandono.

Nel primo caso, da parte dei genitori prevale una descrizione del mondo come un luogo minaccioso o pericoloso, oppure insistendo su una presunta debolezza del bambino. Nel secondo caso i genitori limitano l’azione esplorativa del bimbo con sottili minacce di abbandono che spesso hanno la forma di una malattia che può far morire il genitore con la ventilata conseguenza di abbandono del bambino, cui non resta altro che star vicino e “accudire” la sua base sicura.

Questi sono i temi principali, percezione di vulnerabilità fisica o emotiva (“sei sempre stato troppo emotivo da non riuscire a controllarti”), mondo minaccioso di pericoli per la propria incolumità, il genitore malato cronico o impaurito di rimanere solo che rovescia il rapporto col figlio facendosi “accudire”. Non è infrequente imbattersi nella situazione in cui  il paziente rimane vicino alla madre anziana e malata senza costruire un legame affettivo al di fuori delle mura domestiche.

Il controllo che esercita il genitore è implacabile, il cuore malfermo, il respiro irregolare, la pressione mai a posto, elementi vitali cui dipende la responsabilità del figlio, costretto a prendersi cura del genitore. Costrizione dolorosamente incarnata dal nodo alla gola del panico. Prendersi cura significa non allontanarsi, perché cause esterne, imprevedibili, sconosciute, mettono a repentaglio la vita del bimbo, significati che garantiscono la vicinanza sicura e una solitudine scongiurata.

I poli emotivi di una organizzazione fobica sono la paura e la curiosità: sin da piccolo il fobico ha dovuto ingaggiare una negoziazione complicata per la sua libertà di girovagare e scoprire il mondo. Ecco i fobici sono dei grandi controllori, sanno che possono allontanarsi sino ad un certo punto perché senza preavviso può scatenarsi una tempesta sensoriale priva di senso: “sto per morire… sto per diventare pazzo…”. Il controllo è strategicamente orientato affinché ogni perturbazione non richiami la curiosità o la paura, emozioni che sin da piccolo sono state precluse da un riconoscimento cognitivo più complesso.

Che cosa spaventa un fobico? Non sa rispondere fuorché per le conseguenze catastrofiche della lettura sensoriale che fa del mondo. Il dolore al petto prelude all’infarto, l’attivazione emotiva genera perdita di controllo, l’esposizione agli occhi degli altri fa sentire il calore incontrollabile alle guance… In una lenta moviola, tra le sequenze all’interno degli episodi ansiosi emerge la paura di non essere protetto, di rimanere solo definitivamente in un mondo indifferente al proprio destino fisico.

Un piccolo aneddoto: lavorando nelle scuole elementari faccio piccoli esercizi osservando le differenze tra un bimbo fobico e uno depresso. Il fobico lo riconosci perché fa arrabbiare costantemente la maestra, non la perde mai di vista, la controlla sempre con un sofisticato radar percettivo, sa orientare l’attenzione come un prestigiatore. Il depresso non lamenta mai alcun problema, non piange mai per un pericolo per la propria salute o per una presunta solitudine.

Il fobico teme, prevede, anticipa la solitudine, perché ha paura di non poter essere soccorso quando avrà l’attacco di panico. Ma non riscontro mai che sia effettivamente rimasto solo. Il depresso non può permettersi di riconoscere la solitudine, il depresso non deve difendersi dalla solitudine, né lamenta che possa rimanere solo. É solo per definizione.

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