A Che Gioco Giochiamo?

Una recente discussione su come mettere a frutto una serie di articoli, appunti, post pubblicati nel blog personale, scrivendone un libro mi ha interessato molto. Si parte dalla constatazione di un problema complicato da risolvere, le difficoltà di pianificazione, progettazione, organizzazione, la percezione psicologica di non essere all’altezza del compito e di aver tentato varie mosse per trovarne una giusta si accompagnavano alle diverse proposte e osservazioni dei lettori su come poter uscire fuori dall’impasse.

Mi ha fatto venire in mente un episodio in seduta con un paziente che lamentava di non trovare una soluzione su come come gestire un certo affare personale con un avvocato. Dopo aver chiesto pareri a molti amici, averne ascoltato i suggerimenti e avendoli completamente rimandati al mittente perchè erano tutte strade già battute, nel colloquio ha chiesto quale soluzione poteva adottare su mio suggerimento.

Mi piace pensare a questo genere di problemi come ad un gioco “narrativo” tra i partecipanti, come li ha descritti Eric Berne, deplorevolmente assente nelle didattiche accademiche. Lettura salutare all’epoca dei miei studi universitari nell’impresa di non farsi trascinare dalle austere fazioni freudiane e junghiane intorno all’epico dibattito austroungarico tra inconscio individuale o archetipico, o su amenità come la posizione schizoparanoide della Klein di un neonato di un mese…

Nel tipo di gioco che ho individuato c’è un attore nel mezzo della scena che chiede cosa fare a coloro che sono in orbita intorno a lui. Le forze in gioco sono espresse dalla richiesta di aiuto: come posso fare?, la soluzione: hai provato?, la immediata risposta: sì, ma… Il gioco quindi è questo: “non riesco… perchè non… sì ma…“. Vi garantisco che è una brutta gatta da pelare. Un bravo giocatore è in grado di giocare molto a lungo sino ad ottenere il suo scopo: la resa degli altri.

Ma quale sarebbe allora il vero scopo se sappiamo che il nostro primo attore ha già preventivamente provato le varie opzioni e si prefigge (non sappiamo con che grado di consapevolezza) di conseguire l’obbiettivo della resa dei suoi soccorritori? Berne spiegava che la posta in gioco era la soddisfazione del bambino interno al protagonista coerentemente con la sua teoria transazionale.

Ma questa è soltanto una delle sfaccettature del caso e per quanto mi riguarda la meno appetibile. Mi interessa di più pensare al fatto che il nostro protagonista sia apparentemente “infantile” al cospetto dei “saggi” che cercano di aiutarlo. Non è infatti proprio così: il nostro giocatore non è meno intelligente rispetto ai “genitori” che tentano di soccorrerlo, sennò starebbe giocando il gioco dello “stupido“. Lo scopo è quello di non accettare soluzioni ma di rifiutarle sino alla resa degli avversari, auspicabilmente procrastinata per giocare il più possibile.

In questi casi la situazione può diventare critica quando il terapeuta non riesce a trovare il filo della punteggiatura, cercando invano di trovare ad ogni costo un rimedio che per definizione sarà respinto. Il paziente in questo caso dimostrerà in buona fede di aver provato di tutto e che nessuno quindi può aiutarlo. Implicitamente nessuno può salvarlo. In questi casi può subentrare allora un altro gioco che è quello del salvatore, della vittima e del carnefice, in cui il terapeuta da salvatore diventa carnefice per non fornire l’aiuto al caso clinico nella veste della vittima.

Non aver paura, il genitore non ce la farà mai: con questo slogan la conduzione della terapia può diventare drammatica in virtù di un principio economico che organizza la relazione su dinamiche in cui il raggiungimento dello scopo consiste nel non accettare lo scopo. Da un lato il protagonista principale prova un certo compiacimento a respingere i consigli, dall’altro i salvatori cercano di fare del loro meglio grazie a continui fallimenti dimostrando la loro inadeguatezza. Chi è ora il più bravo?

Sia nella discussione che vi ho segnalato sia nel caso clinico della mia esperienza i terapeuti finiscono per essere giocati dal paziente. In un certo senso il paziente “si gioca” il terapeuta in una partita fenomenale nella quale utilizzerà tutti i mezzi a sua disposizione per metterlo nel sacco quando il terapeuta si comprometterà indicandogli soluzioni. La tentazione pedagogica all’interno della figura professionale dello psicologo è tuttora molto potente.

Certo il gioco nel primo caso che vi ho segnalato ha tutta l’innocenza di una specie di flirt nascosto, come il gioco della ragazza che lancia segnali da lontano ai vari corteggiatori senza poi concedersi alla fine. Si tratta insomma di un gioco intellettuale nel blog che seguo, estraneo alle mie riflessioni interne al lavoro da psicoterapeuta. In altri contesti e con altre persone può trasformarsi in giochi più drammatici, dal “perché non, sì ma…” al “vediamo cosa mi fai” della violenza carnale. Ma qui mi fermo, per non perdermi nel gioco “faccio finta di riflettere per me”.

Un’ultima osservazione: le parti sono mutualmente reciproche, si scambiano a vicenda nella logica della organizzazione globale in cui lo scopo è quello di mantenere stabile il sistema. Quindi se trovate una persona che tira l’amo per far abboccare i corteggiatori, non vi affrettate a giudicare la malafede di una parte. I giochi si giocano in due, solo che nel caso umano (clinico) conta perentoriamente la storia personale.

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2 pensieri su “A Che Gioco Giochiamo?

  1. Pingback: "Aiutare" è un mestiere difficile | Neuromancer

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