Psicologia e Scienza


Mi sono sempre chiesto come sarebbe andata a finire se avessi intrapreso lo studio di una disciplina tradizionalmente più “scientifica”. Qualcosa che aveva a che fare con la chimica o la biologia, oppure la neurologia tanto per non allontanarmi troppo dal corso di studi che poi ho scelto. Un attimo, non sto affermando che la psicologia non abbia la stoffa di una scienza empirica (calmi lo so che è una cosa diversa rispetto ad una scienza ipotetico-deduttiva), però ci crediate o no mi è rimasta la predilezione verso il microscopio, il piano inclinato di un Galileo, le mani bruciacchiate di un chimico, la costruzione di un ponte, lo studio dei fossili, ect. ect.

Mi solleva ricordare l’argomento di Jerome Bruner quando indica due tipi di pensiero, non necessariamente antinomici, tutt’altro: il pensiero paradigmatico o logico-scientifico, che abbiamo conosciuto sui libri di scienze (più o meno) e che ha la forza della coerenza piuttosto che della contraddizione, le credenzialità della verifica e l’ideale di poter un giorno descrivere e spiegare in modo chiaro e formale come funzionano le cose. Esso è ben rappresentato dignitosamente dagli scienziati il cui scopo è di rimpiazzare le frottole (perdonate il cinismo) con le cause.

Al contrario, il pensiero narrativo è quello che fa uso delle frottole o, ad essere più sobri, delle storie. Il pensiero narrativo si occupa delle intenzioni delle persone e delle loro azioni. Si dipana sulla costruzione di possibilità e invece che puntare all’astratto e al generale come il suo fratello “maggiore”, si rivolge al particolare, mette in pratica l’interpretazione piuttosto maneggiare la deduzione. Il pensiero narrativo si occupa di ciò che può essere sottilmente intravisto e quindi “zoomato” con presupposizioni. Mi piace immaginare al pensiero narrativo come ad una persona che adopera prevalentemente il congiuntivo: ipotizza senza verificare perchè lo scopo è quello di presumere cosa ci stia dall’altra parte, anzi dentro le teste delle persone senza azzardare rapide conclusioni (la logica è darwiniana).

La psicologia (ma soprattutto la psicoterapia) si occupa in fondo di tossicità, di passionalità, di storie insensate. Insomma il suo campo è nella sostanza il pensiero narrativo. Rispetto alla “scienza soda” ha sempre avuto una specie di imbarazzata riverenza. Oppure certa psicologia esistenziale ha accusato di riduzionismo e meccanicismo la Scienza perché perdeva di vista la centralità dell’uomo causando di questo passo il prevalere di una ideologica dittatura tecnocratica. Sono piuttosto semplicistico e spiccio ma più o meno una parte della storia è questa. Devo ammettere, tra l’altro, che non sono mai stato molto tenero con molta psicoanalisi o verso altri modelli psicopatologici che accampavano congetture indecidibili snobbando molte belle ricerche empiriche, etologiche, cibernetiche, sistemiche, di psicologia dello sviluppo ect. ect.

Però, a ben vedere, questo strano senso di inferiorità di uno psicologo verso la “scienza” storicamente ha degli illustri precedenti in tutta la forza metaforica e culturale del caso. La biologia per lungo tempo è stata in soggezione verso la chimica. Al contrario, i fisici sono stati ingenerosi verso i chimici. Gli ingegneri sono stati ciclicamente in combutta con i fisici. Von Hayek rivaleggiava con le cure statali dei keynesiani. Voltaire inveiva contro gli scolastici. Esageriamo?La teologia guerreggiava con la filosofia, il trivio era preferito al quadrivio, oppure la scultura era disdegnata da Leonardo rispetto alla prediletta pittura. Non si finirebbe.

Lo scienziato (supposto che mano al portafoglio le sue ricerche siano sostenute) oggi si trova in una posizione privilegiata rispetto ad un mortale psicologo. Ancorché le cose non siano così semplici mi piace pensare allo status del fisico o del biologo nettamente più olimpico rispetto alla condotta dissipata di uno psicoterapeuta, sempre lontano dall’equilibrio.Voglio chiudere però questo discorso ricorrendo a quella immagine strana dei tre scrittori di Douglas Hofstadter, ciascuno dei quali risulta il personaggio di un racconto dell’altro. Per trovare stabilità occorre un punto fermo.

Se consideriamo meglio il ruolo dell’osservatore, a ben guardare l’invarianza o la legge fisica indicano una costruttiva convenienza a stabilire un metalivello inviolabile, a mio parere rappresentato dalle scienze della complessità (e della vita), tutelate dal metodo scientifico. Si tratta di uno sfondo o una permanenza utili al lavoro psicoterapeutico per percepire il cambiamento. Questo discorso vale su tutti i livelli, in tutte le conoscenze composite, in tutti i modelli ibridi della psicopatologia. Senza uno sfondo stabile (ma non perenne) non potremmo accorgerci del fiume eracliteo.

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2 pensieri su “Psicologia e Scienza

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