Fantasmi in Terapia


Nella relazione terapeutica si intensifica una delle operazioni che più contraddistinguono gli esseri umani rispetto agli animali, cioè attribuire una mente all’altro. C’è un mondo di pensieri, idee, immagini, decisioni, aspettative, dentro la testa dell’interlocutore e siamo interessati a saperne qualcosa in più. Specialmente se si tratta di informazioni utili per noi stessi cioè per la nostra sopravvivenza o, per non essere troppo darwinisti, per coordinarci consensualmente all’altro senza riceverne danni o minacce di pericolo. In terapia, paziente e terapeuta attuano intensamente questo processo di esplorazione reciproca mentale al punto che sfiora le certezze del mondo fisico, perchè si va al di là della fisicità cui alludono i sensi.

Qualche psicologo sconsiderato affermerebbe che nella relazione “analitica” si oltrepassa la chimica del cervello essendo in gioco il vissuto della persona che chiede aiuto, la coscienza o la pulsione inquantificabile dell’inconscio o magari chiamando in causa forze archetipiche lontane anni luce dalla materia organica. Non posso pronunciarmi in merito, non conosco a fondo tutti i modelli attualmente in circolazione  sulla natura della mente e dei suoi aspetti psicopatologici. Nondimeno il fatto che mi incuriosisce di più nella psicoterapia è la reciproca intesa dei due attori di andare al di là dei fatti, delle sequenze episodiche di ciò che successo e di quanto può avvenire, delle testimonianze oculari, di ciò che è apertamente palese o addirittura ovvio per le convenzioni o la normalità.

Nella relazione terapeutica ci accorgiamo della paziente necessità di comprendere l’altro non solo per scopi darwiniani, non solo per quanto riguarda l’espressione facciale o la postura del corpo, non solo per i suoni trasmessi tra parlanti, ma anche in riferimento alle presunte intenzioni, alle visioni che l’altro può avere di noi. Soprattutto comprendere l’altro in riferimento alla sua teoria che ha su noi e il mondo e attribuendo un significato. Anzi dando per scontato che quanto abbia in mente l’altro in qualche modo deve avere un significato, un senso nonostante l’apparente stranezza del suo discorso. Questa è una operazione che coltiva il bambino sin dai primissimi mesi di vita: costruire previsioni sulle menti delle persone che lo circondano. A partire dai nove mesi circa si verifica una rivoluzione cognitiva che guiderà il bambino a formarsi una visione sempre più decentrata dalla immediatezza del mondo, “disincarnandosi” via via dalle informazioni online e verso cui la propria tecnologia cerebrale è equipaggiata ad occuparsene in forme sempre più ipotetiche e deduttive.

Non bastano le emozioni per fornirci spiegazioni su cosa passi per la testa di chi ci sta di fronte. Alle emozioni espresse dall’attivazione somatica, il sorriso, l’accigliarsi, il rossore sulle guance, il corrucciamento, la smorfia, la fronte corrugata, il labbro rinserrato, le narici dilatate, gli occhi chiusi, le palpebre che sbattono frenetiche, corrispondono stati interni, i sentimenti. Al patrimonio genetico e alle prime acquisizioni di apprendimento (gli etologi parlano di imprinting) emerge la continua costruzione di significati personali sempre più consistenti e coerenti ai temi familiari cui si iscrive la propria storia.

Ci sono dei momenti nella relazione terapeutica in cui l’interfaccia tra emozioni e sentimenti, tra vissuto immediato e significati, tra dolore fisico e narrazioni di mondi paralleli è sede di asimmetrie, paradossi, inverosimiglianze, superstizioni. Sede di fatti dolorosi, accaduti, documentati, segnati da abbandono, abusi, solitudine, disprezzo, dove il colloquio si muove simultaneo tra contenuti e relazione. Proprio il livello della relazione e la possibilità di parlare sulla relazione permetterà di accedere al versante della narrazione, delle teorie di come funziona il mondo, dei presupposti e delle previsioni su come funzionano le teste delle persone care, dei genitori, del partner, dello sconosciuto.

Un po’ come il fisico che si occupa di particelle elementari, va dietro a scie probabilistiche di quanto è accaduto poco fa e cerca di ricostruire le sembianze della scena. In terapia l’operazione avviene in modo estemporaneo e l’aria sembra attraversata da fantasmi romanzeschi. Ci sono tecnologie che tradiscono sentimenti umani nei tentativi di visualizzare i campi elettromagnetici di quel mondo invisibile capace di spostare le cose, così nella relazione terapeutica sguardi e parole riescono a procurare un po’ di luce sui fatti mentali che spostano corpi umani e intere esistenze.

 

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