Scimpanzé Ragionieri

ResearchBlogging.orgChe cosa sa chi ci sta di fronte? Cosa sta pensando? Che idea si è fatta di me? Che comportamento avrà nei miei confronti? Questi tipi di domande sono molto comuni e spesso sono così automatiche e rapide da non sorprenderci e persino non ce ne rendiamo conto. Eppure, psicologi e psicoterapeuti lavorano essenzialmente su questo livello. Ogni seduta si concentra sulle aspettative, su immagini, su ipotesi che il paziente si fa del mondo e degli altri e quali stabilisce che gli altri di rimando si facciano di lui. Nelgi ultimi anni la ricerca ha fornito molti esperimenti e risultati interessanti per comprendere quale sia la natura dei processi di mentalizzazione, come si sviluppano e quanto siano determinante da un punto di vista esplicativo all’interno dei modelli di psicologia. Ad esempio, sin dai primi mesi di vita il bambino si forma una protoconoscenza (modelli operativi interni) sul comportamento della madre (e delle altre figure significative) per spiegarsi il mondo sociale e sulla quale basare previsioni del comportamento degli altri esseri umani.

In questa ricerca etologica, Tomasello e colleghi hanno effettuato un interessante esperimento con degli scimpanzé allo scopo di verificare se siano in grado di generare inferenze sul comportamento altrui, adattando il proprio comportamento a partire da tali conoscenze. Il lavoro è stato condotto sul solco delle ricerche sulla Teoria della Mente che cercano di comprendere quali capacità metacognitive hanno i primati antropomorfi (scimpanzé, bonobo, gorilla). In questa ricerca, coppie di scimpanzé venivano prima addestrate in un gioco competitivo a scoprire dove veniva nascosto il cibo. Successivamente, nell’esperimento vero e proprio, uno scimpanzé soggetto (S) poteva osservare che un pezzo di cibo veniva nascosto sotto una tavoletta, inclinandola (2) e un secondo pezzo di cibo era nascosto sotto una tavoletta accanto alla prima che copriva un buco, quindi non inclinandola (1). Lo scimpanzé competitore (C) non vedeva tutta la preparazione, nè S poteva vedere C.

Bloccata la visione di S, al competitore era offerta la possibilità di scegliere tra le due tavolette per aver il cibo. Dopo la scelta toccava il turno a S (le tavolette e il competitore venivano preclusi alla sua vista). L’ipotesi era che lo scimpanzé soggetto supponendo che il precedente competitore al momento della scelta si fosse rivolto verso la tavoletta inclinata che copriva il cibo e inferendo che non ne trovasse più, a sua volta optasse per l’altra tavoletta non inclinata (che copriva il buco con il pezzo di cibo dentro). In un test parallelo, allo scimpanzé soggetto era permesso di scegliere per primo, condizione in cui non era necessaria l’inferenza, per verificare che optasse per la tavoletta inclinata, come i risultati hanno poi confermato. Nel gruppo di controllo non sociale, semplicemente non vi era la variabile indipendente cioè il competitore.

Risultati: nel gruppo di controllo a prescindere se fosse il primo o il secondo a scegliere, lo scimpanzé cercava il cibo sotto la tavoletta inclinata. Nel test con il competitore invece lo scimpanzé soggetto si comportava in modo diverso se doveva scegliere per primo o per secondo. Nel primo caso sceglieva significativamente la tavoletta inclinata (come nella condizione di controllo), mentre nel secondo caso, cioè dopo la scelta del competitore, optava per la tavoletta inclinata soltanto una volta su due. Così gli Autori ritengono di aver messo in luce un aspetto molto importante sulla capacità degli scimpanzé di saper andare oltre la percezione immediata, producendo delle inferenze sul comportamento dell’altro al di fuori della realtà percepita e aggiustando strategicamente i propri piani d’azione per raggiungere lo scopo.

Nello studio presentato in effetti il soggetto non veniva ingannato dal comportamento del competitore, né imparava la migliore risposta durante il test, evitando due critici bias metodologici dei test precedenti in letteratura. Tomasello conclude che se definiamo il pensiero come la capacità di elaborare informazioni oltre l’informazione dei sensi, possiamo concludere che il pensiero non è una esclusiva “provincia” degli esseri umani, ma troviamo significative evidenze di processi cognitivi superiori anche negli scimpanzé. D’altra parte, aggiungo, questo lavoro rientra nella ricerca etologica che contribuisce a irrobustire alcuni importanti modelli psicopatologici in riferimento alla relazione tra metacognizione, la natura dell’attaccamento tra bambino e figura significativa nei primi anni di vita e la psicopatologia.

Schmelz, M., Call, J., & Tomasello, M. (2011). Chimpanzees know that others make inferences Proceedings of the National Academy of Sciences, 108 (7), 3077-3079 DOI: 10.1073/pnas.1000469108

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6 pensieri su “Scimpanzé Ragionieri

  1. Grazie per questo post, ora mi scarico il paper originale.

    Comunque io tendo sempre ad essere scettico di fronte a questo tipo di esperimenti, specialmente perché sono convinto che i bias esistenti siano spesso e volentieri difficili da identificare. Per esempio Penn, Povinelli e Holyak tempo fa scrissero una review che sosteneva l´esatto contrario, cioé la netta discontinuitá evolutiva tra umani e primati non umani, tesi sostenuta ponendo in discussione proprio esperimenti di questo tipo… Ne uscirono numerose polemiche nel commentario, perché la review era un pochino partigiana per la tesi “antropocentrismo”, come inevitabilmente erano partigiani alcuni dei commentatori della parrocchia del “semo tutti uguali”.

    Io, senza prendere posizioni da due curve a confronto, mi chiedo ad esempio se lo scimpanzé soggetto non abbia imparato ad associare immediatamente la presenza del competitore ad una strategia i scelta al 50%, come da te specificato nella frase qui sotto riportata:

    “mentre nel secondo caso, cioè dopo la scelta del competitore, optava per la tavoletta inclinata soltanto una volta su due.”

    Non é sufficiente imparare al volo un semplice algoritmo: “if you see the competitor, then choose randomly”? Questo naturalmente non implica Teoria della Mente, ma solo la capacitá di organizzare il comportamento in maniera rapida di fronte ai cambiamenti ambientali.

    Mi leggeró il paper e ne riparleremo…

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    • Hai pienamente ragione a sollecitare un po’ di diffidenza su questo genere di ricerche, specie quando vengono utilizzate partigianamente per sostenere ipotesi troppo frettolose a proposito del continuum fra primati superiori e uomini da un parte, dall’altra per fornire più avanti modelli neuropsicologici tra neuroni specchio e Teoria della Mente.
      D’altro lcanto queste ricerche sono “certe” dal punto di vista statistico, lasciando invece spazio a tutta una serie di interpretazioni che possono essere diametralmente opposte. La frase che hai sottolineato l’ho voluta scrivere consapevolmente in quel modo in modo da relativizzare la “capacità ragioniera” dello scimpanzé.

      Però queste ricerche non sono affatto da buttare via, tutt’altro. Forniscono molte indicazioni su molte questioni e si inseriscono all’interno di un discorso più ampio che a me interessa molto, cioè la psicologia dello sviluppo.

      Per quanto riguarda la Teoria della Mente tocchi un argomento scottante. Di recente ho letto una intervista a Vilayanur S. Ramachandran su Neurophilosophy che ti consiglio di leggere, nella quale trovi alcuni spunti interessanti (esco un po’ fuori discussione) e tra i quali cito questo:

      “why would the monkeys and anthropoid apes have mirror neurons, only to suddenly disappear in humans? It doesn’t make intuitive sense and empirically it’s flawed”.

      Nell’intervista trovi soprattutto delle osservazioni sulla correlazione tra neuroni specchio e TdM su cui presto (spero) di farci un post.

      (io ho cambiato piattaforma… ma voi di grazia cambiate l’insostenibile sfondo nero del vostro blog!)

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  2. Io ho fatto la tesi di laurea specialistica proprio in primatologia cognitiva, quindi sono certamente convinto che ricerche di questo tipo possano essere statisticamente significative (anche se non sempre) e utili. Il problema piú grande non é nella raccolta di dati secondo me, ma nella teoria da cui si parte e a cui si arriva, che spesso e volentieri é distorta e lacunosa. Noi ci siamo occupati ad esempio del ragionamento analogico nei primati non umani, che sembra essere alla portata delle antropomorfe, ma non delle non-antropomorfe. La piú grande critica a questi esperimenti, che appare se non ricordo male proprio nella review “the Darwin´s mistake” citata nel mio commento precedente, é che le antropomorfe potrebbero risolvere gli stessi compiti valutando l´entropia delle figure, piuttosto che l´isomorfismo delle relazioni. Cioé, in altre parole, le antropomorfe potrebbero usare strategie cognitive totalmente diverse dalle nostre, producendo comunque risultati statisticamente significativi. Il problema di fondo é che non esiste un modo realmente certo (se di certezza si puó parlare) per affermare che la proprietá cognitiva studiata sia realmente analogia e non icsologia….

    Mi leggeró l´intervista di Ramachandran.
    Per sfondo nero del blog che cosa intendi? Quello dove c´é il testo (che in realtá é grigio scuro)? Abbiamo avuto un´altra lamentela, ma credo sia un problema schermo-dipendente. Io sull´ipad lo vedo maluccio, sul monitor del PC benissimo… Boh…

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    • @Il problema di fondo é che non esiste un modo realmente certo (se di certezza si puó parlare) per affermare che la proprietá cognitiva studiata sia realmente analogia e non icsologia….

      Ma guarda, io la imposterei in questo modo: piuttosto che cercare un isomorfismo (congruenza punto a punto per intenderci) la metterei sul piano di una analogia funzionale, cioè le proprietà cognitive che queste ricerche studiano hanno una comune storia evolutiva con quelle dell’uomo che, sebbene ha reso una differenziazione delle strutture (quindi non omologia), ha condotto ad analoghe prestazioni cognitive. Prestazioni sorrette da processi cognitivi che sono collocabili per analogia sullo stesso continuum evolutivo e differenziati in un’ottica via via più complessa dalla rispettiva nicchia ecologica delle diverse specie di primati. (puoi darmi indicazioni sulla review che citi?)

      Riguardo allo sfondo del testo (grigio scuro) ti confermo che la lettura è faticosa. Sarebbe il caso…

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  3. No aspetta, quando ho tirato in ballo l´isomorfismo intendevo semplicemente definire l´analogia come riconoscimento dell´uguaglianza tra relazioni (isomorfismo tra le relazioni che legano AA e BB), non intendevo dire isomorfismo tra “analogie” umane e animali….

    Comunque, ancora una volta, dopo aver letto il tuo commento, mi perdo nel labirinto teorico dell´evoluzione cognitiva: analogia funzionale senza omologia di struttura; omologia di struttura senza analogia funzionale; continuum evolutivo e milioni di anni di evoluzione separata…. Alla fine la psicologia comparata soffre ancora di piú dei problemi epistemologici di cui parlavamo rispetto alla psicologia tradizionale, perché ancora piú spesso le premesse teoriche che pone vanno a definire l´oggetto stesso di ricerca. E quando le cose stanno cosí, tutto poi diventa lecito, non a caso i riferimenti alla neuroanatomia, che per certi versi forniscono un substrato realmente comparabile, sono spesso e volentieri completamente tralasciati in questo genere di pubblicazioni, lasciando il posto a generiche proprietá cognitive…

    Ecco la Review: http://staffwww.dcs.shef.ac.uk/people/A.Sharkey/2008-darwin.pdf

    Ciao!

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  4. Pingback: Kramer vs Kramer « Nucleo di ricerca evoluzione cerebrale e paleoneurologia

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