Condizioni psichiche lontane dall'Equilibrio

C’è una cultura dell’equilibrio o della giusta misura, se vogliamo un po’ inquietante. Viene in mente paradossalmente la condizione al limite del funambolo perennemente sollecitato dal caso o dalla necessaria insostenibilità della prova d’equilibrio. A conferma di questa immagine pubblicitaria del benessere equilibrato e sano (si porta dietro l’esercito cortigiano asservito ad un certo armamentario igienico che tanto appeal riscontra in un certo tipo di cultura) è esemplare la ossessiva emarginazione del processo fisiologico dello stress. Questo infatti è messo sotto accusa dalla laboriosa ideologia del benessere “ad ogni costo” perché testimone dell’avvilente condizione della città metropolitana. Autentico segnale di minaccia all’immaginario equilibrio psicofisico che poi in pratica si traduce nell’obbligo frustrato dell’autocontrollo cui irragionevolmente ogni persona dovrebbe mirare.

La mia premessa non è solo una esile costernazione alla confusa miscela di semplificazione e frettolosa ansia di stare in equilibrio, ma anche un disincantato disagio quando in psicoterapia viene chiesto di ritrovare l’equilibrio perduto. Ecco l’immagine del funambolo in bilico destinato a cadere ad una piccola esitazione del caso o della necessità.
La perdita dell’equilibrio è la destinazione metaforica a cui corrisponde l’altra immagine gravosa dello stress: il peso dei problemi ti fa vacillare, ti opprime e ti tira giù. Da un lato perdita dell’orientamento e la testa che ti gira, dall’altro il peso e l’oppressione di qualcosa che preme o ti spreme.
Due immagini ricorrenti quando si pensa al benessere minacciato: l’equilibrio o l’oppressione. Il funambolo o il tubetto di dentifricio spremuto.

Peso, pesantezza, gravità, essere tirati verso il basso, pressati, vertigini, irrealtà, vacillare, oscillare o sgonfiarsi. Alcune descrizioni un po’ pittoresche ma molto interessanti perchè illuminano quanto sia difficile dar conto delle stranezze dolorose del binomio psiche-corpo.
Prendiamo i casi di episodi d’ansia o di attacco di panico, la prima cosa che si riporta sono la cascata sensoriale subita e la incomprensibilità del fenomeno. L’attacco di panico, l’improvvisa difficoltà a respirare, “percepire” una oppressione al petto, e l’imminente spersonalizzazione che risucchia tutte le speranze e le certezze. Chi viene in soccorso in quei momenti? Il corpo! Un paradosso ma non più di tanto. Esso infatti costituisce il livello inferiore su cui costruiamo i significati personali di ogni tema esistenziale. Torniamo indietro psicologiacamente ad un livello di comprensione fisico, sulla propriocezione degli assi cartesiani, sull’orientamento nello spazio dell’organismo, sui sistemi consumatori automaticamente e direttamente connessi con la sopravvivenza.

Niente paura. Il corpo solleva una serie di quesiti quando ci si imbatte in questi casi “ansiosi”, spaventevoli se puntiamo all’equilibrio psico-fisico. Il corpo è una macchina di intelligenze distribuite, una costellazione di autonomie stupide e immancabilmente efficienti che funzionano puntualmente, che si adoperano a far tornare tutto al proprio posto: non solo nei momenti apparentemente critici, ma soprattutto nella quotidiana oscillazione su cui si mantiene la propria stabilità. Cioè anziché collassare o esplodere, i meccanismi viscerali, muscolari, propriocettivi, percettivi, ritornano a girare come fanno sempre per feedback negativo, spegnendo ciò che è acceso, introducendo il nuovo per ripristinare il vecchio.

Allora in seduta chiedo candidamente: un pianto o una crassa risata non ci portano molto lontano dal presunto benessere dell’equilibrio? Oppure, riteniamo forse che appena alzati (e mettiamo da parte il mondo onirico…) non andiamo incontro ad un costante flusso di emozioni? Tutte le relazioni umane sono continuamente oscillazioni emotive, paura, tristezza, rabbia, piacere, felicità, vergogna, collera, disgusto, disprezzo, colpa, orgoglio, ammirazione, umiliazione, disperazione, gioia, che secondo la propria storia familiare e personale danno un ritratto irriducibile alla stabilità personalizzata da cui costruiamo rapporti umani, selezioniamo informazioni coerenti con i nostri significati, organizziamo la vita sociale ed affettiva.

Questo tipo di ragionamento è controintuitivo perché se seguiamo il filo del ragionamento metaforico, ciò che ci fa perdere il presunto equilibrio non è il disturbo fisico “esterno” dello stress o della alienante oppressione delle ingiustizie metropolitane, ma il mancato riconoscimento del processo emotivo che ha fatto parecchia strada per giungere a noi e sotto forma di paradossi fisici. Significa ad esempio, che se siamo esausti per i ritmi di lavoro e un bel giorno ci capita di perdere il contatto con la realtà, in quel momento è più curioso ricostruire quale sia l’emozione che non riconosciamo e che abbiamo fatto in modo di escludere psicologicamente dal nostro mondo piuttosto che ritenere essere vittime di arbitrarie casualità esterne che riceviamo passivamente costringendoci a dipingerci responsabili o immorali, cattivi o ingiusti, cinici o spensierati.

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