Perdita e Ricerca

I legami affettivi possiedono l’impressionante caratteristica di essere esclusivi. Basti pensare quanto sia difficile costruirne di nuovi oltre quelli parentali, e tragico accettarne la fine. Anche se questa autocitazione sia poco elegante, si inserisce perfettamente nella riflessione della costruzione online del nostro io. La vicinanza costante dell’altro, nello spazio fisico e mentale è strettamente connessa con l’immagine cosciente della nostra identità. L’altro ci aiuta notevolmente a mantenere una continuità nel tempo, rispetto al cambiamento a cui siamo sottoposti costantemente al confine tra noi e tutto ciò che non è noi. Terrei a sottolineare che “tutto ciò che non è noi” non è soltanto il mondo esterno, ma anche il mondo interno con tutte le perturbazioni sensoriali, percettive, chimiche, magnetiche, termiche, meccaniche, biochimiche, che l’organismo organizza in continuazione in una unità complessiva, stabile e continua.

Il concetto di neotenia ci aiuta notevolmente a raffiugrarci quanto sia necessaria la vicinanza dell’altro. Sin dalla nascita, rispetto agli altri animali, il cucciolo umano richiede un accudimento di lunga durata e con alti costi in termini di risorse materiali e psicologiche. Questa è una prospettiva naturalmente a largo raggio. A questo riguardo proviamo a zoommare allora proprio sull’aspetto psicologico. La necessità di un legame assume i connotati di un assioma matematico. Incontrovertibile regola per lo sviluppo della mente di un bambino, su cui si fondano le basi dei sentimenti e dei ragionamenti che condurremo per tutta la vita e a cui faremo sempre appello, nonostante tutto. Su queste basi contano le relazioni infantili con la figura di attaccamento, la madre ma anche il padre, relazioni che determinano le tonalità emotive dell’immagine dell’io, le polarità entro cui ci muoveremo si baseranno le cognizioni e il comportamento di esplorazione.

Davvero difficile costruire un nuovo legame esterno dal nucleo familiare. Il nuovo legame lo etichettiamo facilmente per differenziarlo da quello familiare. Siamo pronti a parlare di amicizia, di primi amori, di delusioni, di antipatia, di solitudine. Se avete la possibilità andate a cercare gli appunti di quegli anni, quelli che vanno dalla pubertà all’adolescenza. Quale è il tema che più ricorre? Le relazioni con nuovi partner. Significa che al di là delle amicizie provvisorie ed eterne, cominciamo a provare a pensarci in un rapporto in cui condividiamo non solo spazio mentale, ma anche fisico, emotivo, entropico. Il nostro io va a finire a consumarsi in quello dell’altro, in maniera così lontana e stranamente così vicina rispetto a quello con la famiglia di origine.

Nella costruzione di un nuovo legame si va a tentativi ed errori, come uno yo-yo. Abbiamo un apparato di dispositivi, evolutivamente selezionati e programmati, efficienti ma non sufficienti che ci guidano all’avvicinamento, alla esplorazione, al corteggiamento, alla seduzione, infine all’accoppiamento. Sono necessari, rapidi, efficienti, ma non sufficienti. Perchè vanno ricollocati con i processi storici in cui sono stati attivati e assemblati, i significati condivisi nelle varie tappe di sviluppo, le biografie di chi ci ha accompagnato, la cultura, la geografia e infine il caso.

Così potenti e così speciali i legami affettivi da cui difficilmente ci allontaniamo. Sia da neonato, sia da infante, scolaro, fanciullo, adoloscente, giovane adulto, sia da single che da genitore, sia da zio che da nonno. I legami restano talmente invischiati nella nostra immagine privata che persino i ricordi sono necessari e volubili in funzione dei legami esclusivi che abbiamo creato. Poche persone facciamo avvicinare e questa possibilità la facciamo pagare a caro prezzo, perché anche noi paghiamo un pedaggio irrinunciabile. Anche quando dico “privata” mi rendo conto di quanto sia scaltro il linguaggio, privato vuol sottointendere una sottrazione, una mancanza, una assenza di riconoscimento e quindi di illusione ad esistere, tentativi di acchiapare nell’altra persona un ritorno a noi stessi che sia consistente e duraturo.

La fine del legame è segnata da una separazione o da un lutto. Spesso i due eventi sono così sovrapponibili da lasciare sconcertati  per la similarità degli effetti psicologici. Ci sono innumerevoli ragioni per cui ci si lascia, come pure diverse modalità ritualizzano la separazione che conduce ad un distacco definitivo. Il lutto mostra in modo lampante quanto la propria coscienza sia debitrice dell’apporto dell’altro nel mantenere un ordine psicologico nella continuità di tutte le nostre forme di coscienza che oscillano serialmente nel nostro organismo in quel teatro cartesiano perspicacemente argomentato da Dennett.
Non solo è la fine del rapporto con una persona su cui concentrare risorse cognitive esclusive, ma anche una interruzione della propria coscienza, che nei casi più gravi conduce ad una disorganizzazione psicopatologica. Da questo punto di vista riusciamo anche a spiegarci le fasi che un lutto generalmente attraversa e il lungo intervallo di tempo che richiede per riorganizzare l’improvvisa sconnessa incoerenza della coscienza e dei suoi rapporti con il tempo.

Le ricerche hanno messo in evidenza alcune tappe fondamentali che sviluppano la morte di una persona significativa in un legame affettivo: 1) la fase del torpore, dell’incredulità, 2) la fase dello struggimento e della ricerca della figura perduta, che può durare molti anni, 3) la fase della disorganizzazione e della disperazione, 4) la fase della riorganizzazione e della disponibilità a costruire un nuovo rapporto.
La fase 2 è particolarmente interessante dal momento che è caratterizzata dall ricerca della persona perduta come se fosse ancora viva. Una situazione speciale, in cui il sopravvissuto tende ad essere pienamente consapevole della morte e d’altra parte mette in atto una serie di comportamenti di ricerca o di attesa, sullo sfondo di emozioni di rabbia, tristezza, angoscia.

Come è possibile cercare ancora una persona morta, addirittura comportandosi come se dovesse tornare nonostante la realtà dei fatti? Come è possibile arrabbiarsi verso chi purtroppo è morto, recriminarne la responsabilità di averci inflitto un tale dolore se non indirizzare la collera verso dottori, infermieri, ospedali, amici o addirittura verso se stessi per non aver fatto abbastanza contro la fine del legame? A ben vedere, appellarsi a termini come”dipendenza” o “regressione” è fuorviante. La richiesta di vicinanza, il monitoroggio costante della disponibilità all’accudimento, i richiami, le proteste, il suono della voce rabbiosa e disperata, sono rintracciabili in tutti i primati non umani affiliati alla nostra specie. Presenti in modo raffinato sin dal primo giorno di nascita, corredati geneticaente e cablati nel nostro sistema nervoso affinché l’altro ci protegga dai predatori e dalle altre minacce per la sopravvivenza: sono meccanismi sensati e auspicabili, il cui mancato o ostruito procedere può incorrere a gravi complicazioni psichiche.

Il lutto si configura nella fase 2 come un processo impietoso e ingegnoso di poter organizzare a scopi pragmatici il dolore e l’assenza dell’altro perduto, potendone esprimere tutti i trucchi evolutivi per organizzare la perdita svantaggiosa di chi ci fornisce le cure psicologiche oltre che materiali. Nella oscillazione tra ricerca rabbiosa e disperata con angoscia e paura permettiamo al nostro organismo di dare spazio mentale alla disorganizzazione provvisoria e profonda avvenuta con la perdita. Questo ritmo entropico tra dolore e ricostruzione rintraccia lentamente quelle radici che sembravano negate per sempre, al limite dell’estinzione. Un processo complesso, influenzato dai rapporti che sono stati coltivati nella propria famiglia, dalla storia personale e dalla qualità dell’attaccamento e dell’accudimento.

Forse il termine che raffigura sapientemente questa ricerca altalenante di radici che ci sono ma che sono spezzate, perdute ma che sono disponibili ad essere coltivate altrove, il termine che può restituire la complessità psicologica della fase dello struggimento è la nostalgia. Coniato sul finire del Seicento da Johannes Hoffer nella sua dissertazione per l’Università di Basilea descriveva la tristezza degli svizzeri che emigravano in Francia e che incrementava il desiderio di un ritorno improbabile. Un disagio psichico racchiuso nella sua originaria composizione greca: nòstos, ritorno, àlgos, dolore. Il dolore del ritorno auspicato ma impraticabile. Le radici che ci sono ma che non sono qui con noi. Heimweh in tedesco significa il rimpianto per la casa, senza dubbio immortalato dal racconto dell’Odissea, esacerbata ricerca di un luogo che si allontana ad ogno nostro tentativo di raggiungerlo.

La nostalgia si riallaccia a miti, funzioni antropologiche, strategie psichiche, all’arte e alla scienza. Se pensiamo ai lanci delle sonde spaziali, ai viaggi interstellari, al download della mente nei circuiti a silicio, della parabola trasumana genetica, giungiamo alla dissociazione nel tempo e nello spazio, relegando le nostre emozioni in un luogo immaginario che forse soltanto la science fiction può promettere di restituire al legittimo proprietario della nostalgia. L’io allontananto dalla propria casa, dalla terra, dal corpo, straniero a zig zag in un viaggio mentale che altri racconteranno, come preannunciato da Borges. In questo caso possiamo arguire che il legame non solo lo proiettiamo su una persona o anche all’interno di una nicchia ecologica, fatta di terra, mare, clima, odori, colori, forme e suoni, ma nella possibilità di pensiero della nostalgia, di non poter tornare dopo la perdita di noi stessi.

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3 pensieri su “Perdita e Ricerca

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