Progetto Connectoma

Seguo un po’ con svogliato interesse il progetto Connectoma il cui scopo è di rintracciare tutte le connessioni anatomiche del cervello e del sistema nervoso. Il progetto è speculare al progetto Genoma, ben reclamizzato negli ultimi dieci anni. In termini di importanza scientifica è posto su di un piano inferiore rispetto al vertice genetico delle ricerche. Ormai nello scenario dei media post moderni, la medicina è talmente confusa con il benessere, che la similitudine tra medicina e genetica equivale per una improbabile proprietà transitiva ad una certezza matematica di poter scoprire i “luoghi” sicuri di ciò che procura sofferenza e devianza dalle categorie statistiche e prevalentemente culturali della normalità.
Poter scoprire e visualizzare le connessioni fra i 100 miliardi di neuroni può darci una immagine fedele dello stato di tutta la personalità dell’individuo, nelle sue fondamenta cognitive, emotive e comportamentali. Una larga parte di pensatori e scienziati ritengono con assoluta fiducia che i pensieri, le memorie, le personalità sono codificate nella anatomia funzionale così rappresentata egregiamente dalle sofisticate cartografie di neuroimaging.
La ricerca è molto lenta, considerando che l’unico connectoma che si è riusciti a portare a termine è stato quello relativo al C. Elegans, un verme che contiene appena 302 cellule nervose! Al cospetto dei miliardi di miliardi di legami sinaptici, possiamo appena immaginare quanta strada sia ancora da percorrere. Nella foto qui sotto potete osservare il network di collegamenti in una piccola porzione di tessuto innervato della retina di un topo.

Ci sono tre grossi principali filoni di ricerca che battono la via per questo scopo. Il lavoro di Seung e dei suoi colleghi al MIT, Harvard, e un po’ nei laboratori di tutto il mondo, ha concentrato l’attenzione nell’affettare il cervello umano e analizzare microscopicamente quanto osservano. Il tutto scannerizato al computer viene successivamente connesso e reso nelle tre dimensioni. Una metodologia piuttosto lenta e decisamente “noiosa”. Il secondo metodo è quello utilizzato dai team di ricercatori della Università di Washington e del Minnesota Twin Cities che usano la risonanza magnetica funzionale fMRI lavorando sul cervello di 1200 adulti. Queste scannerizzazioni forniscono una immensa mole di informazioni visive su come le regioni interne al cervello siano connesse. I due team compongono film della attività nervosa mediante EEG e MEG (variante magnetica della prima) nella visualizzzione delle risonanze magnetiche delle connessioni del cervello. Infine un terzo team sta lavorando ad Harvard in collaborazione con la Siemens Medical utilizzando uno speciale Scanner Connectoma, con una risoluzione maggiore rispetto alle tecniche tradizionali (sino a 8 volte più potenti) attraverso il diffusion spectrum imaging (DSI), che è in grado di individuare lunghe connessioni tra neuroni con grande contrasto risolutivo. Tecnologia che fornisce dati migliori da un punto di vista anatomico e funzionale sul connectoma in poco tempo per ciascuna scannerizzazione, dandoci importanti spunti di ricerca su semplici ammassi di neuroni (dalle decine alle centinaia di migliaia alla volta) e come siano connessi attraverso il cervello.
Tutte queste ricerche convergono nel progetto Connectoma del Neuroscience Blueprint il cui scopo è quello di sviluppare i mezzi necessari per raggiungere i seguenti obiettivi: mappare il cervello, comprendere le basi neurologiche dei disordini nervosi, sviluppre le terapie per i disturbi neurologici.

Questo discorso neurovisivo si intreccia con quello più ampio della psicologia dei problemi mentali. In una società ormai mediaticamente abituata a rappresentare la psicologia in quantità, fotografie sofisticate, diagnosi statistiche, pillole e gocce prescritte con impalpabile certezza scientifica, la previsione di poter raggiungere il benessere mentale grazie alla sicurezza visiva di quanto accade è propugnata con fideistico interesse economico. Paga e otteni ciò che vuoi. Vicecersa, se la psicoterapia non mi permette in tempi brevi di migliorare le condizioni psichiche, almeno la ricerca scientifica e la tecnologia avanzata contribuiscono a semplificare il problema, visualizzare ciò che viene sentito come oscuro ed interno a noi, procurando un benessere relativo ma quanto meno rintracciabile, quasi punto a punto in un universo ideale in cui se c’è un ingorgo in un incrocio “neurostradale”, abbiamo il rimedio e sappiamo dove somministrarlo. In più occasioni ho messo in evidenza le tautologie a cui vanno incontro simili speculazioni, spesso alimentate da interessi economici enormi delle case farmaceutiche, che in fondo non ci scandalizzerebbero fino a quando il trattamento psicofarmaceutico fosse accompagnato da una buona psicoterapia.

Il punto d’altro canto verte sul fatto che il dibattito all’interno delle scuole di psicoterapia non sempre assegna sufficiente importanza alle ricerche neuroscientifiche. Ci sono molte spiegazioni per ciò, che hanno vecchie origini e complicate analisi a monte che magari svilupperò in un altro post. Tra le tante spiegazioni evidenzio la semplice paura di essere “sorpassati” dal progresso tecnico. Sappiamo bene che livelli di performance possono raggiungere le tecnologie avanzate quando spregiudicatamente si opera sulla mente come se fosse un software, operazione che riesce con scandaloso successo per certi versi  nella cura medica del corpo. Lo stesso scandalo poi lo suscitano quel genere di tecniche psicoterapeutiche standard, strategiche e rapide che testimoniano anche una storia della psicologia ancora non avviata, ma ferma alle origini e condizionata da uno sfondo culturale e storico stagnante, dove poco ci si adopera per incentivare ricerche, esperimenti, dialoghi  interdisciplinari, verifiche, selezioni. Una differenza sostanziale tra il mondo anglosassone e quello italiano.

D’altra parte, ritornando al discorso del progetto Connectoma, mi preme sottolineare quanto sia necessario sostenere simili lavori perché nell’ottica della mente incorporata, embodiment, ormai molti ricercatori e modelli terapeutici hanno varcato la soglia che distingueva mente e corpo, non tagliando più la testa dal resto del corpo ma restituendo la cognizione umana alla storia del corpo e del contesto etologico ed evolutivo a cui appartiene. Anche perché il corpo senza testa come sappiamo spesso si addice ad una cosmesi che permette miracolose operazioni  di restauro che hanno poco a che fare con il benessere mentale.

Mi rendo conto che questo progetto come tanti altri potrebbe finire nel dibattito estenuante che vede contrapposti il fisico contro lo psichico, scaturendo una diatriba altrettanto noiosa dell’affettamento manuale di un cervello. Forse più utile ad uscir fuori da uno dei principali dibattiti filosofici del pensiero occidentale è tenere presente che il passaggio da un livello di conoscenza all’altro, ad esempio dalla fisica alla chimica o dalla biologia alla psicologia, comporta un incremento di conoscenza non direttamente riconducibile per somma aritmetica alle conoscenze del punto di partenza. Cioè pur sapendo tutta la chimica di un organismo non potrò mai prevedere la fisiologia del corpo, così come pur conoscendo l’anatomia di un cervello non potrò mai prevedere con certezza in quali strade mi porterà un impulso nervoso partendo dalla mia retina.

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