Curare una Macchina e i Rischi

In questo post ho trovato interessante il confronto fra due terapie “dure” per il trattamento dei disturbi psicopatologici. La terapia elettroconvulsiva (ECT) è la più vecchia, che consiste nella somministrazione di una breve scarica elettrica che induce crisi epilettiche generalizzate. Non si sa bene come agisca, ma in molti casi si riscontra un miglioramento nella cura della depressione ad esempio. Il problema serio che viene fuori con questo tipo di terapia è la compromissione della memoria, che è un danno tutt’altro che marginale, per cui se da un lato è possibile trattare delle condizioni psicopatologiche poco gestibili, dall’altro i rischi non sono meno gravi.
L’alternativa è costituita dalla magnetoterapia transcranica (MST) che come suggerisce il termine fa uso di campi magnetici che inducono delle crisi epilettiche controllate. Non è così differente dalla ECT perchè potenti magneti innescano comunque correnti elettriche nel cervello, ma la corrente elettromagnetica sembra coinvolgere gli strati superiori anziché le strutture più profonde come l’ippocampo che ha un ruolo fondamentale nella memoria. Ne deriva che gli effetti collaterali siano meno problematici rispetto alla tecnica elettrica.

La MST è stata proposta sin dal 2001, quindi è una procedura ancora giovane ma con molte potenzialità sperimentate in mezza Europa. In un recente lavoro un gruppo di psichitari tedeschi ha messo su una ricerca per confrontare le due tecniche utilizzando un campione di pazienti depressi. I risultati confermano le attese positivamente. Curiosamente il loro lavoro è stato svolto in una strada di Bonn dedicata a Sigmund Freud.
Nelle condizioni sperimentali i pazienti sono stati assegnati casualmente ai due gruppi (randomizzazione), non è stato costituito un gruppo di controllo (al quale non viene somministrata la variabile indipendente che si vuole studiare), tutti i pazienti sapevano cosa veniva loro somministrato, la somministrazione magnetica è stata indotta in un solo emisfero, affinché fossero ridotti il più possibile gli effetti collaterali. Inoltre, i pazienti del gruppo magnetico erano un po’ più malati del grupppo elettrico.
Cosa dicono i risultati per sommi capi? Che entrambe le terapie procurano dei benefici sebbene non in modo vistoso. La magnetoterapia d’altra parte è più “morbida” nei suoi effetti rispetto alla collega, non essendo stati riscontrati mal di testa o dolori muscolari, e inoltre i recuperi cognitivi sono molto più veloci nel gruppo magnetico (il riorientamento avviene dopo 2 minuti rispetto agli 8), probaiblmente perché gli attacchi indotti erano meno intensi.

Bisogna aggiungere che non si comprende ancora molto bene cosa succeda nel frattempo. Pur avendo somministrato molti test neuropsicologici durante le sessioni di trattamento, i risultati mostrano un trend di prestazioni congnitive confuso. In entrambe le situazioni i pazienti migliorano come pure peggiorano nei test. Non vi è un chiaro schema per capire quali differenze producano queste due tecniche. Sembrerebbe che i pazienti magnetici abbiano migliori prestazioni e che quindi il trattamento sia efficace sia in termini di cura che di minori rischi collaterali, ma al momento sembra impossibile spiegarsi il motivo perché i dati non sono molto comprensibili.
Aggiungo che il trattamento invasivo, di tipo chimico, magnetico o  “duro”come la somministrazione elettrica sia sempre inteso come mezzo efficace e promettente da “migliorare”. Ritengo che questa prospettiva sia fuorviante per alcuni aspetti:

1) In questo modo non si fa l’opportuna distinzione tra strumenti e scopi nel lavoro neuropsicologico. Infatti ogni volta si sposta la speranza nella ricerca e nei suoi progressi verso un migliormaento tecnologico ritenendo che se ho a che fare con una macchina, sostituendo o riparando il pezzo con strumenti più sofisticati, la farò funzionare (scopo e mezzi concidono).

2) Speculare al primo punto, quando la macchina è riparata dovrebbe funzionare come prima.

3) Cosa succede se la macchina non funziona come prima? Colpa della macchina, che non vuole guarire (funzionare)!

Allora, se non possiamo fare a meno di utilizzare la metafora della “macchina” piena di ingranaggi ultrasofisticati, governati da movimenti che ci fa immaginare le palle di un biliardo o di un flipper, proviamo ad andare avanti con questa metafora, raccontando il suo viaggio psicopatologico. Pensiamo un po’ dove è posta la macchina/paziente, che attività svolge e chi la usa.
Questo tipo di domande già ci forniscono numerose informazioni: la condizione “fisica” rimanda all’uso e quindi all’usura. La disponibilità ad avere numerosi accessi e contatti ravvicinati fa venire in mente alle richieste casuali e personalizzate dell’utenza che si rivolge alla macchina paziente. Le attività sono direttamente funzionali agli scopi esterni, ma non sappiamo quali scopi interni abbia la macchina: non glielo chiediamo perché lo trascuriamo oppure non ha senso proprio questa ipotesi.

Allora proviamo a ripensare un paziente psicopatologico: l’usura è strettamente connessa alla materia, ciò significa ad esempio che la chimica o gli shock elettrici hanno i loro effetti materiali sull’organismo, che sebbene graduati e sempre più ridotti agiscono invasivamente e per lunghi periodi. Maggiore sarà l’intensità minore sarà la durata, probabilmente più invasivi saranno gli effetti fisici. Faccio un esempio semplicistico, meno frequentemente mangio mi abbufferò di più quando mi siederò a tavola.
Il contatto con gli altri sarà non solo inevitabile ma incrementato da una serie di richieste a cui il paziente non può rimandare, però a ben vedere sono quelle strettamente connesse con il suo sviluppo all’interno di una famiglia. Richieste casuali perché dipendenti dalla storia personale dei genitori che hanno scopi sui figli coerenti con i propri problemi.
Infine, nei casi via via più difficili la comunicazione verbale è compromessa. Nel senso che quando una persona è indicata come l’ingranaggio non più funzionante della “macchina” del gruppo, allora è necessario sostituirla o quanto meno ripararla affinché non “contamini” il danno tra i membri del gruppo. Qui in genere si adoperano tutta una serie di manovre dettate da convezioni sociali e culturali che si combinano alle emozioni contingenti ai casi di emergenza.  Nei casi di emergenza si punta sui silenzi e l’attesa che vengano i soccorsi (il progresso, gli esperti, le medicine miracolose, la Macchina).


Il paziente non funziona si mette all’angolo, incerottando la fessura dell’insert coin.

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